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Mancano i soldi per abbattere le barriere architettoniche

Il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche non sarà rifinanziato neanche nel 2017. I comuni chiedono almeno di essere liberati da obblighi burocratici che non porteranno ad alcun rimborso. Una scelta politica precisa più che un’imposizione dettata dalle ristrettezze di bilancio.

Una politica universalistica

Se il disegno di legge di bilancio per il 2017 (atto Camera 4127 del 29 ottobre) non sarà cambiato dal parlamento, per il diciassettesimo anno consecutivo il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche resterà all’asciutto. Sarà solo colpa dei conti pubblici disastrati o forse dobbiamo pensare che realizzare rampe e mettere ascensori nei palazzi dove vivono persone costrette in carrozzella non rientra tra le priorità della politica?
Il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche è stato istituito nel 1989 con la legge n. 13 del 9 gennaio: dovrebbe concedere contributi a fondo perduto per la realizzazione di interventi per l’eliminazione delle barriere architettoniche all’interno degli edifici residenziali privati e in quelli pubblici e privati utilizzati come centri per l’assistenza agli invalidi.
Le spese fino a 2.582 euro sono totalmente finanziate del fondo; se si supera questa cifra, e fino a 51.645 euro, la percentuale del contributo decresce per scaglioni di importo della spesa; l’ammontare massimo non può oltrepassare i 7.101 euro.
Quella promossa con la legge 13/1989 è una politica di tipo universalistico: il diritto al contributo pubblico è riconosciuto a tutti gli invalidi che sostengono una spesa per eliminare gradini, allargare porte, installare ascensori o servo-scale, indipendentemente dalla loro condizione economica; il loro reddito è ininfluente anche sull’ammontare della somma loro concessa. L’irrilevanza della situazione economica dei beneficiari è difficilmente giustificabile sul versante dell’equità.
Ogni anno i comuni raccolgono le domande e le inviano alle regioni di appartenenza, che a loro volta quantificano l’ammontare del contributo pubblico da richiedere allo Stato. I comuni si occupano anche del pagamento, agli aventi diritto, dei contributi statali, ricevuti tramite le regioni. La procedura per la quantificazione del fabbisogno deve essere eseguita anche negli anni in cui la legge di bilancio statale non stanzia nemmeno un euro; sarà così anche il prossimo anno, anche se non è previsto il rifinanziamento del fondo.

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Il fabbisogno da soddisfare

Il fabbisogno inevaso del prossimo anno si sommerà, quindi, a quello accumulato finora. Da un’indagine svolta dalle regioni, relativa agli anni dal 2010-2015, è risultato che per dare a ogni richiedente il contributo che gli spetterebbe occorrono 450 milioni di euro. Tolti i 150 milioni che le regioni dichiarano di avere tirato fuori dai loro bilanci, lo Stato dovrebbe stanziare 300 milioni per dare agli invalidi quello che la legge promette loro. Ma il fabbisogno complessivo è molto più alto: è dal 2001 che le leggi finanziarie statali non rifinanziano il capitolo di bilancio della legge 13/1989; e anche i fondi iscritti negli anni precedenti non sono mai stati sufficienti a pagare interamente le somme dovute a chi era stato ammesso a ricevere il contributo. È pertanto possibile che ci siano invalidi che aspettano ormai da venti anni di ricevere in tutto o in parte la cifra spettante.
Le regioni sembrano rassegnate a non ricevere più alcun contributo statale per il finanziamento delle politiche per il superamento delle barriere architettoniche. Si accontenterebbero della rimozione dell’obbligo, in capo ai comuni e alle regioni, di raccogliere le richieste di contributo presentate dai cittadini, evitando così di generare aspettative che non potranno essere soddisfatte.

È solo colpa del bilancio?

Se finirà così sarà, però, più per scelta che per necessità di bilancio.
La legge di bilancio per il prossimo anno, conferma (articolo 82) per il 2017 il contributo a favore dei giovani, che compiranno 18 anni, per pagar loro il biglietto del cinema, un cd di musica o un libro. Lo stanziamento sarà uguale e quello previsto per l’anno in corso: 290 milioni di euro. Pure questi soldi sono distribuiti a pioggia anche ai ragazzi appartenenti a famiglie ricche o con redditi che consentono di pagare, senza alcun sacrificio, il cinema ai figli. In due anni saranno spesi quasi 580 milioni di euro (290 quest’anno e altrettanti il prossimo). Una cifra sufficiente a saldare, se non interamente, una parte consistente dei contributi che gli invalidi aspettano da anni. Se continueranno a non riceverli, non è, quindi, per la difficoltà di reperire nel bilancio statale i fondi necessari, ma perché la soluzione del loro disagio è, evidentemente, ritenuta meno importante della cultura cinematografica dei giovani che diventano maggiorenni.
Una scelta difficile da spiegare, se si confronta il merito sociale delle due politiche.

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  1. Michele

    Una precisa scelta di politica economica: per (errati) calcoli elettorali, si preferisce dare la paghetta di stato ai diciottenni piuttosto che fare un investimento in civiltà a favore degli invalidi (di oggi e di domani). Un segno dei tempi. Un indice della scala di valori degli attuali governanti.

  2. Luca_Ba

    Senza contare che interventi volti a togliere le barriere architettoniche portano sicuramente molto lavoro a tutto il settore edile fortemente colpito dalla crisi economica, soldi che certamente rimarrebbero sul territorio nazionale diversamente da un finanziamento a pioggia usato per comprare di tutto anche tanta merce d’importazione. Sia chiaro rendere la vita migliore ai disabili è la cosa più importante ma dobbiamo considerare tutto anche dal punto di vista meramente economico. Una cosa mi incuriosisce, Trenitalia sta migliorando molto le stazioni anche dal punto di vista dell’accessibilità ma i finanziamenti sono interni? Fondi europei? Mi domando se qualcuno sa più di me.

  3. Concordo con i contenuti dell’articolo eccetto che sul dubbio sollevato in merito all’equità della legge 13/1989. Secondo me è fondamentale garantire un diritto esigibile per garantire l’accessibilità delle strutture – e quindi la partecipazione attiva alla vita sociale – a prescindere dalle condizioni di reddito/ricchezza.

  4. antonietta

    una parola…CHE SCHIFO
    e ci ritroviamo a fare la guerra dei poveri e.. per giunta pure malati…..meglio ai disabili o i giovani????
    e dobbiamo subire in silenzio???
    con tutti i social non si puo’ fare una petizione popolare?
    io sono ignorante in materia pero’.. ci stò !!!

  5. antonietta

    aahh !!! dimenticavo…
    si potrebbe rivedere come vengono spesi i soldi pubblici per gli ausili disabili…un esempio…stessa carrozzina.. se me la compro io 700 e. se me la passa l asl costo…. 1500 e.
    ……………..moltiplicate x tutti i vari ausili …..dai letti ai deambulatori ecc.. ecc..

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