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Fino alla laurea: le misure che servono per il diritto allo studio

La legge di bilancio per il 2017 prevede alcuni provvedimenti di sostegno per gli studenti universitari che provengono da famiglie con redditi bassi. Basteranno per ridurre la diseguaglianza e aumentare il numero di laureati? Il ruolo delle università per garantire un effettivo diritto allo studio.

Borse di studio ed esonero dalle tasse

Tra gli obiettivi di Europa 2020 vi è quello di portare al 40 per cento la quota dei laureati nella fascia di età 30-34 anni. Per l’Italia si tratta di una meta ancora lontana: oggi la percentuale è di circa il 24 per cento e riguarda prevalentemente giovani provenienti da un contesto familiare e sociale più favorevole. Il governo con la legge di bilancio 2017 vorrebbe intervenire per accelerare il cammino e ridurre il divario. No tax area e borse di studio potrebbero però non bastare.
Il governo con la legge di bilancio 2017 ha stanziato 155 milioni di euro (a regime) per il diritto allo studio. 85 milioni andranno a finanziare l’esonero dal pagamento del tasse per gli studenti in regola con gli esami e con un Isee inferiore a 13mila euro (esoneri parziali sono previsti anche per gli Isee fino a 25mila euro). 50 milioni di euro l’anno (gestiti dalle Regioni) saranno destinati a incrementare il fondo statale per le borse di studio a favore di studenti provenienti da famiglie meno abbienti. Altri 20 milioni di euro finanzieranno borse a favore dei migliori diplomati del Paese con reddito inferiore ai 20mila euro.
Sono misure che comportano un investimento rilevante. È quindi importante chiedersi se incideranno sulla probabilità dei giovani con background socio-economico svantaggiato di laurearsi, poiché è evidente che non basta accrescere le immatricolazioni da parte di questi studenti, ma è anche necessario che arrivino alla laurea. In Italia la diseguaglianza più allarmante si osserva, infatti, quando si va a considerare la percentuale di studenti che completano gli studi universitari. Come si può vedere dalla tabella sottostante, a tre anni dall’immatricolazione, il 32 per cento degli studenti provenienti da un liceo ha conseguito la laurea (il 16 per cento ha invece abbandonato gli studi), mentre per gli studenti provenienti dagli istituti professionali la percentuale scende al 16 per cento (quella relativa agli abbandoni sale al 44 per cento). Questi dati, oltre a porre un problema di equità, pongono anche un problema di efficienza, poiché l’abbandono degli studi comporta notevoli costi sia per gli individui sia per la società nel suo complesso.

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Tabella 1 – Esito delle coorti di immatricolati ai corsi triennali di primo livello dopo 3 anni, per diploma di maturità (valori percentuali)

Fonte: Rapporto Anvur, 2016, Elaborazioni su dati Anagrafe nazionale studenti, Miur-Cineca

Fonte: Rapporto Anvur, 2016, Elaborazioni su dati Anagrafe nazionale studenti, Miur-Cineca

Saranno efficaci?

L’esonero dalle tasse e le borse di studio si sono dimostrate efficaci nell’incrementare i tassi di iscrizione all’università, ma non è detto che lo siano anche per ridurre gli abbandoni e aumentare il numero di laureati. Ad esempio, Fabrizia Mealli e Carla Rampichini (2006) considerando undici università italiane mostrano che le borse di studio riducono la probabilità di abbandono solo per alcuni gruppi di studenti (quelli che provengono da regioni diverse da quella in cui studiano), mentre non producono alcun effetto sugli studenti residenti o su quelli che viaggiano. In un altro lavoro del 2012, le stesse autrici mostrano che le borse di studio non permettono di ridurre il tasso di abbandono degli studenti proventi da situazioni economiche particolarmente deboli.
Vi è anche evidenza, relativa soprattutto agli Stati Uniti, che questi strumenti sono tanto più efficaci quanto più semplici sono le regole per l’accesso e quanto più l’informazione sul loro funzionamento è diffusa. Le regioni e le istituzioni scolastiche e universitarie possono, quindi, giocare un ruolo centrale per far sì che le risorse messe a disposizione dal governo raggiungano il loro scopo.
C’è anche da dire che, oltre ai vincoli finanziari, molti altri fattori incidono sulla probabilità di abbandonare gli studi, quali le lacune nella preparazione di base e la scarsa motivazione (spesso derivante dalla scelta di un percorso di studi “sbagliato”). Il governo è intervenuto anche in questo ambito, prevedendo un incremento del finanziamento ordinario delle università di 5 milioni di euro da destinarsi all’organizzazione di corsi di orientamento universitario e ad attività di tutorato riservate a studenti che abbiano riscontrato ostacoli formativi iniziali. Anche in questo caso gli studi disponibili mostrano effetti incoraggianti. Ad esempio, alcuni lavori sugli Stati Uniti mostrano che il tutoraggio, volto a guidare gli studenti nel loro percorso accademico, riduce in maniera significativa la probabilità di abbandono. Si tratta, però, di interventi molto costosi che, se estesi a tutti gli studenti a rischio, richiederebbero risorse molto superiori a quelle stanziate dal governo.
Infine, non bisogna dimenticare che la probabilità di completare gli studi dipende dalla qualità della didattica erogata dalle università. Una eccessiva focalizzazione sulla ricerca rischia di rendere marginale la prima missione dell’università e a farne le spese è probabile che siano gli studenti con background socio-economico più debole.

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  1. Grosso Francesco

    Dott.ssa De Paola,
    Per come la vedo io il GRAVISSIMO problema dell’università italiana dal punto di vista prettamente accademico che poi si traduce in termini organizzativi, di tempistica e di conseguenza in rapidità (cosa non brutta a priori) è composto di due ALLUCINANTI ECCEZIONI che ho avuto modo di riscontrare esistere solo ed esclusivamente in Italia. 1) IL FATTO DI POTER RIFIUTARE IL VOTO ASSEGNATO ALL’ESAME AD LIBITUM – 2) IL POTER ANDARE “FUORI CORSO”. Mi dispiace ma fino a quando queste due allucinanti ripeto ancora una volta, particolarità non verranno eradicate è inutile parlare di diritto allo studio, ritardo o gap con gli altri paesi. Pensi solo a quanti studenti sia io che lei abbiamo conosciuto che per non prendere 28 ma per avere 30 hanno rifatto l’esame 3 volte, quanti per lavoro o per semplice pigrizia sostenevano 1 o 2 esami all’anno!!! Si vuole incrementare l’iscrizione ad università come quella presso la quale lei ha conseguito il suo PhD? Bene, si sfoltiscano gli 88.000 iscritti che c’erano nel 2008, secondo meno cattedre che coprono tutto lo scibile umano ma solo alcune di cui però si raggiunga l’eccellenza VERAMENTE NON A PAROLE!!, terzo borse di studio reali e basta con il fuori corso, ti sei iscritto alla triennale? bene hai 3 anni per completarla veditela tu, se no niente! Ci sarebbe allora un incentivo a guardare all’università (TIPO LA SAPIENZA) non come ad un parcheggio ma come ad un luogo di competizione per studiare bene

  2. Fare statistiche è importante è bello per comprendere il nostro sistema socio-economico ma poi nella realtà si vede solo “acqua fresca”, e cioè interventi banali e blandi, perché abbiamo dei politici e alti burocrati che vivono nella “bambagia ” e sono dei “ladri” che se ne fregano del paese reale è di quelli che lei definisce svantaggiati socio economici, e noi siamo pieni pieni, più di quanto pensiamo. A lei faccio i miei complimenti per come ha trattato chiaro l’argomento è lo ha reso di facile lettura (quindi il grande studio che ha fatto e che sta sotto). In Italia occorre valorizzare chi studia e lavora veramente è tanti Padri di famiglia che fanno grandi sacrifici ogni giorno. Buona giornata.

  3. bob

    ..se si ribaltasse il concetto a priori avremmo fatto un grande passo avanti: Il diritto alla cultura, prima che il diritto allo studio! può sembrare un gioco di parole ma non lo è. E’ un atteggiamento mentale di fondo che è quello che manca a questo feudale Paese. Ma la cultura del sapere e della capacità critica e analitica è la cosa che più di ogni altra terrorizza il potere e la burocrazia inutile

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