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Non è un mercato del lavoro per giovani

La disoccupazione giovanile continua a essere un problema irrisolto in Italia. Se in generale l’occupazione aumenta, seppur lentamente, non si può dire altrettanto per le fasce d’età più giovani. Neanche il Jobs act ha dato gli effetti sperati. Il problema della lunga transizione scuola-lavoro.

I dati sull’occupazione

Il 30 settembre l’Istat ha reso noti i dati sull’occupazione relativi al mese di agosto. Il quadro complessivo presenta segni di miglioramento anche se, inevitabilmente, con luci e ombre. Le ombre riguardano, purtroppo, i giovani.
Ad agosto il numero dei disoccupati si è leggermente ridotto rispetto al mese di luglio (-3mila unità, secondo calo consecutivo) senza conseguenze apprezzabili sul tasso di disoccupazione, che resta pari all’11,4 per cento. Su base annua (agosto 2016 su agosto 2015) il numero dei disoccupati è stabile, ma il tasso di disoccupazione è lievemente sceso (-0,1 per cento) grazie alla riduzione del numero di inattivi.
L’occupazione ad agosto è aumentata di 13mila unità (+0,1 per cento) rispetto al mese di luglio. Interessante notare come l’incremento rifletta una crescita dei dipendenti di 47mila unità – dei quali 45mila permanenti – e una riduzione degli indipendenti di 34mila unità. Su base annua l’incremento degli occupati è pari a 162mila unità (+0,7 per cento), saldo positivo derivante dall’incremento dei dipendenti permanenti di 253mila unità e dalla riduzione dei dipendenti a termine e degli indipendenti di 2mila e 89mila unità rispettivamente.
La due buone notizie sono rappresentate dal fatto che non solo l’occupazione aumenta, ma c’è anche una ricomposizione a favore dei dipendenti permanenti nonostante la fine degli incentivi.
È invece preoccupante che l’incremento dell’occupazione si concentri nella fascia d’età oltre i 50 (+50mila), con una riduzione nelle fasce 35-49 (-8mila) e 25-34 (-31mila) e solo un lieve incremento nella fascia 15-24 (+2mila). Come interpretare il dato? 

Disoccupazione giovanile

Ad agosto il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato sul 38,8 per cento, in leggero ribasso rispetto al 40 per cento del 2015 e al 42,7 per cento del 2014, picco mai raggiunto in precedenza – come si evince dalla figura 1. È uno dei tassi di disoccupazione giovanile più elevati d’Europa (con l’eccezione di Spagna, Grecia e Croazia) e si tratta, ovviamente, di un dato estremamente negativo. La lieve inversione di tendenza che si registra rispetto al 2014 non può rallegrare perché non avviene a seguito di una ripresa dell’occupazione giovanile, che come mostra invece la figura 2 resta ai minimi storici, ma piuttosto a seguito di un incremento del tasso di inattività dei giovani nella fascia di età 15-24 (figura 3). A questo si accompagna una elevata percentuale (30,3 per cento nel 2015) di giovani nella fascia di età 18-29 anni non occupati e non in istruzione e formazione (i cosiddetti Neet: not in education, employment, or training).

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Figura 1

Pica1

Figura 2

Pica2

Figura 3

Pica 3

In Italia la disoccupazione o, meglio, la non occupazione giovanile, già storicamente alta e ulteriormente aumentata negli anni della crisi, continua dunque a essere un problema irrisolto. Negli anni Ottanta e Novanta, circa il 30 per cento dei giovani era disoccupato. Le riforme del mercato del lavoro della fine degli anni Novanta hanno posto un rimedio temporaneo attraverso la liberalizzazione dei contratti temporanei, contribuendo alla riduzione del tasso di disoccupazione giovanile fino al 20 per cento nel 2007. La lunga recessione nella quale ci troviamo a partire dalla crisi finanziaria ha poi raddoppiato il tasso di disoccupazione giovanile, portandolo al 40 per cento nel 2015.

Più risorse per l’alternanza scuola-lavoro

Pur con tutti i problemi legati alla dualità del mercato del lavoro, il percorso dei primi anni Duemila sembrava andare nella giusta direzione. Quello che colpisce è l’incremento molto marcato a partire dal 2008 e, nello stesso periodo, il percorso divergente rispetto agli individui nella fascia di età 55-64, molto evidente nelle figure 1-3, che rivela come l’eterno problema generazionale italiano si sia acuito durante la crisi.
Tra le possibili molteplici cause possono individuarsi l’elevata proporzione, al suo insorgere, di giovani con contratti a tempo determinato – che non sono stati rinnovati – e l’estensione nel corso della crisi stessa dell’utilizzo della cassa integrazione, strumento che protegge in soprattutto i lavoratori permanenti adulti. L’auspicio era poi che il Jobs act, riducendo il divario nel grado di protezione tra contratti a tempo determinato e contratti a tempo indeterminato, favorisse non solo la ripresa dell’occupazione permanente, processo che sembra essere in marcia pur se in maniera non lineare, ma anche quella dell’occupazione giovanile, cosa che invece non sembra avvenire.
Il problema risiede probabilmente nella transizione scuola-lavoro e università-lavoro che avviene, indipendentemente dal tipo di contratto, in maniera molto lenta. La recente riforma della scuola ha toccato questo punto, prevedendo un incremento delle risorse per finanziare l’alternanza scuola-lavoro. Con quale efficacia è ancora presto per dirlo, ma è su questo che bisogna concentrare l’attenzione e gli sforzi nel futuro.

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  1. Marco

    Articolo e analisi interessante. In sintesi nel merito la conclusione è che non possiamo essere positivi almeno sul breve-medio periodo. Troppi gli interventi strutturali urgenti da adottare, ma che non vengono adottati, ancora debole un approccio culturale da parte di imprese, sindacati e della popolazione. Se mai c’è una via di uscita da questo tunnel, occorrono ancora moltissimi anni, a mio modestissimo parere,

  2. fatti neri

    non è un mercato del lavoro neanche per i meno giovani specie se si chiamano partita iva! la cecità della politica che vede da decenni solo i votanti del periodo in corso ha occluso la strada a chiunque tartassando chi sta in attività a beneficio degli statali e pensionati con il risultato che i primi sono risultati una classe demotivata piena di assenteisti e per garantire i diritti ai secondi hanno dovuto toglierli ai pensionandi di domani. la realtà è leggibile dai dati che ci evidenzia un aumento delle tasse, come l’iva, per supportare il sistema malato, che sta portando alla desertificazione aziendale salvo i grandi gruppi sovvenzionati. una europa senza sistema fiscale comune con libero accesso delle merci è la morte con lenta agonia dei nostri posti di lavoro e no solo, l’esempio del settore bancario morente per bassi tassi dovrebbe aprire la mente per indirizzarci verso quella che è l’unica strada: espansione. i paesi asiatici lo fanno,, per loro la decrescita è tabù!

  3. Aldo Mariconda

    Creare sviluppo implica investimenti. Il debito pubblico impedisce un “deficit spending”. Il privato investe se vi è un ritorno.
    Se i governi non fanno riforme adeguate (fisco su imprese, burocrazia, giustizia, corruzione, taglio spese superflue (V. Cottarelli e Perotti), ecc.) continueremo in stagnazione

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