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  1. Andrea Dolci Rispondi
    Credo che l'analisi basata sui numeri crudi porti a considerazioni positive sui flussi migratori ben gestiti. Mi domando però se non sia il caso di andare oltre a semplici calcoli economici e demografici. Ad esempio oggi la Merckel si trova in grossa difficoltà nei rapporti con Ankara a causa di oltre 3 milioni di citadini che incidentalmente si sentono un po' più turchi che tedeschi. Lungi da me evocare certi discorsi populisti ma mi sembra che certi temi corrano il rischio di diventare importanti in un mondo sempre più complicato e attraversato dalla rinascita dei nazionalismi.
  2. Bike Rispondi
    Le università dovrebbero essere un luogo di scambio di idee. Qual è il valore di intellettuali che usano la censura verso opinioni divergenti?
  3. Bike Rispondi
    -gli effetti negativi scompaiono dopo un decennio Guardiamo in Francia cosa ha portato l'immigrazione di massa dagli anni 80': Ghetti strapieni di gente disoccupata, senza prospettive e pronta a diventare un terrorista da un giorno all'altro. Parigi,Nizza, Reutlingen, Parigi 2,Parigi 3, Ansbach... Intanto l'industria del turismo è al collasso perchè i paesi multiculturali non sono sicuri e non ci va più nessuno. Chissà perchè quando si tratta di immigrazione tutti gli economisti minimizzano gli effetti negati o li ignorano completamente. Non me la prendo con gli immigrati e quindi è inutile giocare la carta dell'uccidi dibattito:razzismo. Me la prendo con chi fa ste politiche folli, i leader europei.
    • mariapia mendola Rispondi
      L’integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro è solo una parte del processo di integrazione degli immigrati nella società del paese di destinazione. Quest’ultimo è un processo più ampio e lungo che chiama in causa altri tipi di politiche - non strettamente legate al lavoro e che mirano ed evitare emarginazione o esclusione sociale - quali politiche abitative, di accesso ai servizi sociali e di partecipazione alla vita pubblica locale. Mischiare diversi aspetti di un processo ampio e complesso può generare confusione rispetto agli strumenti di politica utili a gestire in modo efficiente i flussi migratori.
  4. liliana palermo Rispondi
    la differenza che non si mette in evidenza è che la Germania di allora accolse europei, con storie e cultura comuni, oggi accoglie africani, spesso con cultura totalmente diversa, quindi non si possono fare paragoni
    • Sara Rispondi
      Davvero! Io non mi capacito perché questo aspetto venga puntualmente taciuto da riviste di qualità come lavoce.info Cecità accademica, propria di chi il mondo reale lo vede più che altro dallo schermo del computer su una scrivania, oppure omissioni volute? Sarebbe bello se l'autrice di questo articolo rispondesse a queste osservazioni.
      • mariapia mendola Rispondi
        Non ci sono dubbi che fattori legati al contesto influenzino l’impatto dell’immigrazione.Il punto però non è comparare contesti o epoche diverse ma è verificare empiricamente il funzionamento del mercato del lavoro, ovvero l'interazione fra domanda e offerta (anche in tempi/contesti diversi).Tutte le analisi economiche dell’impatto dell’immigrazione tengono in considerazione variabili di contesto cosi come pure le caratteristiche individuali (quali età, istruzione, conoscenza della lingua) che eventualmente possono distinguere lavoratori immigrati e nativi. Una volta che si tiene conto di queste variabili, pressoché tutti i risultati empirici (in paesi e contesti diversi) sono coerenti con la teoria economica e con i risultati riportati nell’articolo. Più precisamente, rispetto ad altre analisi quella dei due ricercatori tedeschi mostra i risultati ‘peggiori’, ovvero effetti negativi nel breve periodo e tempi di aggiustamento lunghi un decennio. Questo può essere dovuto proprio al fatto che i rifugiati di allora avevano caratteristiche simili (troppo simili?!) rispetto ai lavoratori locali e che il flusso è stato particolarmente ampio. Oggi i flussi sono diversi e più ridotti ed infatti le stime mostrano che (in USA, Germania, Francia, Italia ecc.) l’impatto dell’immigrazione sul mercato del lavoro è piccolo o nullo per i lavoratori meno qualificati, mentre può creare opportunità positive per altri lavoratori, quali quelli più qualificati o donne lavoratrici per esempio.
    • Alberto Rispondi
      L’analisi riportata nell’articolo è, a mio parare, non corretta e sono concorde con il suo intervento. Le condizione della Germania nel dopoguerra assolutamente diverse da quelle attuali: 1. Milioni di uomini morti in guerra e la forza lavoro, qualunque essa fosse necessità. Es. profughi dell' ex Prussia che comunque erano di religione, cultura, scolarizzazione e lingua identica a quella Tedesca. 2. Un Paese devastato dalla guerra da ricostruire 3. Il piano Marshal e non esistevano le ristrettezze imposte dai vincoli di Maastricht 4. Non esisteva l’accoglienza attuale (ad es. di nullafacenti seduti su panchine chini sugli smartphone ) 5. Non esistevano i pericoli che la cronaca evidenzia ogni giorno che preoccupavano i cittadini e di cultura completamente diversa da quella teutonica. 6. La manodopera necessaria di basso valore aggiunto, oggi questa si trova nel IV mondo a costi irrisori. Il 60% dei cittadini etiopi è semianalfabeta, solo il 10% di quelli siriani è laureata e, a detta dei medici tedeschi, la loro preparazione (e non solo quella medica) non paragonabile agli standard tedeschi.
  5. Bice Rispondi
    Le osservazioni sull'importanza della politica e soprattutto sul bisogno di un coordinamento per la ripartizione degli oneri sono ragionevoli e condivisibili. Meno ragionevole mi sembra guardare al caso del "rimpatrio" di Tedeschi dall'Est nell'immediato dopoguerra (ex prigionieri di guerra, membri delle minoranze germanofone dell'URSS...) per immaginare le conseguenze a breve e a l.t. dei presenti flussi di profughi verso la Germania e non solo. I movimenti del secondo dopoguerra riguardavano (tantissime, e' vero) persone che erano per certi versi "Tedeschi all'estero" (spesso per volonta' non loro, e.g. i prigionieri di guerra e gli internati), minoranze tedesche a lungo isolate in Russia (ma ancora religiosamente e linguisticamente affini al Paese di destinazione), e simili. Era per molti aspetti un'immigrazione dalla diaspora. Questo sarebbe un buon termine di paragone se la Germania ora stesse ricevendo flussi di migranti dall'Alto Vallese o dall'Alto Adige! (Ed in effetti la Germania ancora incentiva l'immigrazione di Tedeschi dell'ex URSS, cosi come fa la Polonia.) I costi pro capite dell'integrazione (lingua, etc.) dei profughi germanofoni del dopoguerra erano relativamente bassi, anche se i numeri erano piu' alti. Inoltre, il contesto economico generale (crescita o stagnazione nel Paese di destinazione) e' molto diverso. Insomma, lo studio citato e' un buono studio di storia, ma raramente la storia si ripete pari pari e trarne facili lezioni e' fuorviante
    • Bice Rispondi
      Un'ultima nota: si dovrebbe anche tenere conto, nell'analogia, della composizione per eta' e soprattutto maschi/femmine. La mia stima nasometrica e' che l'immigrazione dall'URSS riguardava piu' spesso nuclei familiari, mentre la proporzione di uomini e minori (maschi soprattutto) non accompagnati sia maggiore nei flussi attuali.
  6. Maurizio Cocucci Rispondi
    Mi permetto di fare una precisazione in merito al numero dei rifugiati che sono arrivati nel 2015 in Germania: questi sono stati, secondo i dati del Ministero degli Interni del governo federale, circa 1,1 milioni che corrispondono a coloro che sono stati registrati ai posti di confine secondo la procedura Easy-Verfahren. Poi costoro dovrebbero presentare regolare domanda di asilo (Asylantrag) e nel 2015 il numero complessivo di queste domande è stato di 477.000 circa. La differenza è spiegabile per i tempi necessari a tale svolgimento.
  7. Emanuele Rispondi
    Interessante articolo. "Gli effetti negativi, tuttavia, scompaiono nel giro di un decennio": temo che il problema sia tutto li, nel fatto che un decennio è lunghissimo per coloro che sono impattati dal fenomeno, soprattutto in un contesto in cui l'unica entità in grado di tamponare i problemi temporanei, lo Stato, è visto come un nemico ideologico.