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L’Unione Europea dopo Brexit

Cosa accadrà all’Europa dopo l’uscita del Regno Unito? Non ci sarà una riforma dei Trattati. Progressi sono però possibili sul bilancio europeo, con più spazio alle istituzioni comunitarie e una spesa più in linea con le aspettative dei cittadini. Importante concentrarsi sui beni pubblici europei.

Meccanismi decisionali inefficaci

Che succederà all’Unione Europea dopo Brexit? Per certi aspetti, sembrerebbe ovvio che l’uscita della seconda economia, nonché prima potenza militare, dall’Unione dovrebbe offrire il destro a una ripresa seria del dibattito sulle istituzioni comunitarie. Parte dei problemi dell’Unione Europea, che hanno avuto un ruolo nel determinare la stessa Brexit, derivano proprio dall’inefficacia dei meccanismi decisionali, in particolare dall’eccessivo peso assunto a seguito della crisi dal Consiglio europeo, cioè dai paesi membri, rispetto alla Commissione e al Parlamento, le istituzioni comunitarie. Trovare accordi sensati tra i governi di 28 paesi, ciascuno dei quali è interessato solo ai rimbalzi di breve periodo sulla propria opinione pubblica, è diventato sempre più difficile e oneroso. Inoltre, molti paesi, a cominciare da quelli dell’Europa dell’Est, appaiono in netto disaccordo con la visione della “ever closer union” (dell’unione sempre più stretta) che ancora sottende la costruzione europea. Parrebbe dunque il momento giusto per ridiscutere i Trattati, il patto fondante dell’Unione, offrendo una diversa partnership a chi è interessato soltanto a un’area di libero scambio e a chi pensa invece che bisogna proseguire verso una maggiore integrazione politica. Una visione di Europa a centri concentrici, piuttosto che a più velocità, potrebbe essere anche un modo di recuperare il Regno Unito nel disegno. Ma non succederà, nonostante le molte proposte che proprio in questi giorni vengono avanzate nel Parlamento europeo. Per più ragioni. Primo, perché il negoziato sul divorzio britannico assorbirà buona parte delle risorse amministrative e politiche dell’Ue per parecchi anni a venire. Secondo, perché i principali paesi non lo vogliono, un po’ perché sono terrorizzati dalle possibili reazioni dei propri cittadini e un po’ perché pensano che non gli convenga.

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Il budget europeo

Che cosa si può dunque fare? L’uscita del Regno Unito offre qualche potenzialità su altri fronti. Per esempio, sul bilancio europeo. È in corso un dibattito sul sistema di finanziamento e di esecuzione del bilancio europeo (circa l’1 per cento del Pil della Ue) e c’è perfino un High-Level Group on Own Resources  presieduto da Mario Monti che entro l’anno dovrebbe presentare le sue proposte alla Commissione, che dovrebbe poi riportarle al Consiglio. Le aspettative erano scarse, anche perché ogni proposta richiede l’unanimità dei paesi per essere accettata. Non c’è dubbio che in questo caso l’uscita del Regno Unito apre qualche nuova prospettiva. Intanto, il dibattito sul fatto se si debba parlare di un bilancio per la Ue o per l’area euro si è risolto da solo. Con l’uscita del Regno Unito, i paesi che appartengono alla Ue ma che non hanno adottato l’euro sono circa un terzo del totale, ma contano solo per il 14 per cento del Pil europeo. Il budget dell’Unione diventa quindi quasi automaticamente il budget dell’area euro, nel senso che la stragrande parte delle risorse verranno comunque spese in quest’area. In secondo luogo, c’è ora qualche possibilità di rendere il sistema di finanziamento meno opaco, magari fondandolo davvero su risorse proprie invece che sui contributi dei paesi. Tolto l’“English rebate”, dovrebbe essere più facile superare le correzioni volute dagli altri paesi. Infine, tra i paesi rimanenti c’è più consenso nel rendere il bilancio più flessibile, superando il meccanismo delle “net balances” per l’allocazione delle risorse. Anche l’idea di rivedere la programmazione finanziaria pluriannuale in linea con la durata del Parlamento europeo, in modo che questo non si trovi di fronte a un bilancio già largamente predeterminato, diventa adesso un’ipotesi più percorribile. Tutto questo dovrebbe rendere più facile spendere e destinare risorse alle politiche che davvero interessano i cittadini europei, piuttosto che riflettere in larga misura gli equilibri politici del passato (il 40 per cento del bilancio europeo viene tuttora speso a sostegno dell’agricoltura). Ma per fare che? È bene togliersi subito l’illusione che un bilancio Ue riformato possa essere utilizzato per finalità anti-cicliche, diciamo per sostenere la domanda aggregata o per assicurare i paesi da shock differenziati, per esempio co-finanziando sussidi di disoccupazione. Il bilancio europeo non ha le dimensioni necessarie e non ci sarebbe comunque sufficiente consenso per farlo. Potrebbe però essere speso per sostenere beni pubblici europei che sono ora clamorosamente sotto-finanziati: sicurezza, controllo delle frontiere, gestione dell’immigrazione, qualche infrastruttura di rilevanza europea, magari moltiplicata grazie alla finanza e ai capitali privati. Sono anche i settori su cui l’Unione è chiamata a rispondere comunque presto, per esempio trovando una soluzione definitiva al problema dei rifugiati. Altrimenti, l’incapacità di risolvere i problemi reali dei cittadini finirà per ridurre ulteriormente il consenso verso l’Europa.

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  1. Henri Schmit

    Si, la Brexit può essere un vantaggio, a condizione che non ci sia il ripensamento anche di altri paesi. Non è scontato. Non capisco come un maggior potere della commissione e del PE rispetto al consiglio possa migliorare l’efficienza delle procedure decisionali; è vero semmai il contrario. Inoltre il consiglio, cioè i governi, controllato dai parlamenti nazionali o da quelli che ne sono capaci, è vagamente democratico mentre non lo è la commissione; e il PE solo per finta. L’immigrazione e la sicurezza (oltre a politiche fiscali e sociali) sono il tema che condizionerà il futuro immediato dell’UE. L’Italia potrebbe finalmente assumere un ruolo da protagonista e rinforzare l’indispensabile direttorio di o intorno a F e D. Ma quando sento dire che i rimpatri degli immigrati non ammessi in una delle varie categorie legali dovrebbero essere di competenza dell’UE invece dei singoli Stati comprendo che non esiste alcuna strategia seria ma solo tatticismo misero per ribaltare le responsabilità agli altri.

    • Marco Giorgini

      Vorrei capire come Henri Schmit misura la democraticitá di un’istituzione, solo sulla base della piu’ o meno diretta elezione dei sui membri? Ricordo che i commissari sono indicati dai governi (che esprimo interessi nazionali) e vagliati dal parlamento europeo (che esprime collegialmente un interesse Europeo), quest’ultimo passaggio é fondamentale in quanto si é dimostrato fatale per due nomi proposti e non trascurabile nel censurare, talvolta, le posizioni assunte da commissari insediati.
      Inoltre sono forse eletti i ministri della repubblica o i dirigenti o lo staff dei ministeri? Mi risulta la scelta, o proposta, del nome dei ministri sia di competenza del primo ministro in molti paesi e in nessuno si voti per la nomina dei dirigenti.
      La commissione é un organo tecnico, e da tale é giusto pretendere il piu’ alto livello di competenza scientifica e amminsitrativa e criteri di selezione del suo staff severi e trasparenti, basati sul merito e sulla competenza invece che sull’appartenenza politica. La nomina politica dei commissari o l’elezione (secondo criteri di democraticitá) non mi pare vada in questa direzione.

      • Mi rendo conto del tono provocatorio del mio commento. Non intendevo offendere nessuno. Come misurare la democraticità non di un’istituzione ma di un organo? Rispondo: se è eletto direttamente o indirettamente dalla gente (dagli elettori), aperto a tutti (posso precisare), sottoposto a procedure pubbliche trasparenti, revocabile (da qualcuno) in caso di abuso o inefficienza conclamata. L’organo UE più democratico è il consiglio, composto dai governi, eletti indirettamente e responsabili davanti ai rispettivi parlamenti “democratici”. Per questa ragione il massimo potere decisionale dell’UE lo possiede proprio il consiglio, direi per fortuna. Riconosco e a volte ammiro i meriti tecnici della commissione, ma osservo anche la sua incapacità propositiva (“l’iniziativa politica”) nei casi più importanti, cioè la governance fiscale e economica e adesso l’immigrazione. Benché sia eletto direttamente (ma non in tutti i paesi), mi è difficile attribuire legittimità democratica piena o effettiva al PE che assomiglia più alle assemblee (“parlamenti”) del vecchio regime dove una casta chiacchierava molto e concludeva poco. Le ragioni sono tante: non esiste un rapporto di rappresentanza politica forte fra un “popolo” europeo e il massimo organo decisionale (“legislativo”) dell’UE; il consiglio è l’organo legislativo e non esiste né popolo né cittadino (a parte il vocabolo) europeo, non esistono (nonostante CJUE e CEDU) vere garanzie “costituzionali” a livello europeo. Potrei precisare.

        • marco giorgini

          Esistono commissari in qualche modo espulsi anche solo per sospetto di abuso, non mi sembra il caso invece dei ministri in molti paesi europei (incluso il nostro) che partecipano al consiglio.
          Lo riconosco, il Consiglio è quello che ha confezionato le maggiori decisioni europee nell’ultimo anno : ad esempio, il patto con la Turchia, fu pre-confezionato un venerdi a cena tra Merkel e Erdogan, e in assenza degli altri capi di stato, quando i 3 Mld di colpo diventarono 6 e tutte le altre condizioni che non passarono al vaglio di CEDU, ma si potrebbe parlare anche del negoziato con la Grecia di un anno fa, tutti esempi di processo legislativo esemplare. Il parlamento ratificò poi pavidamente queste decisioni. Quello che manca, e qui concordo, è un legame di rappresentanza più forte tra PE e cittadini.
          La commissione non ha potere di governance fiscale, è esclusa dalle materie di competenza, credo che per questo servirebbero nuovi trattati. Anche per quanto riguarda l’immigrazione, la EU non ha competenza su migranti economici.

        • Maurizio Cocucci

          Le sue considerazioni sono prive di fondamento e di logica. Di fondamento per quanto riguarda il Parlamento Europeo che è composto da parlamentari eletti direttamente dai cittadini (tra l’altro lei stesso lo scrive). Le faccio poi notare che mentre per il Parlamento Europeo noi italiani possiamo scrivere la preferenza per uno o più candidati, lo stesso non avviene per il nostro Parlamento dove gli elettori possono apporre solo un segno sulla lista (o sul simbolo di un partito della stessa). Per quanto riguarda la Commissione Europea, ed in particolare per il Presidente, c’è un motivo logico per cui non può essere eletto direttamente e che a mio avviso le sfugge: risulterebbe difficile per ciascun candidato fare campagna elettorale in tutti i Paesi dell’Unione Europea e farsi conoscere dalla sera alla mattina da quelli non del proprio di appartenenza, con la conseguenza che gli elettori propenderebbero verosimilmente per quello della stessa nazionalità con il risultato che i presidenti sarebbero quasi sempre (se non sempre) tedeschi. Per un olandese, un belga o addirittura un lussemburghese risulterebbe assai difficile farsi eleggere. In ogni caso il fatto che sia nominato dal Consiglio Europeo non lo vedo un sistema meno democratico del premier italiano nominato assieme ai ministri, che lui può solo proporre, dal Presidente della Repubblica (e sottolineo nominato perché in Italia non viene eletto dal Parlamento come avviene ad esempio in Germania per il Cancelliere).

          • Rispondo ai commenti di Marco Giorgini e di Maurizio Cocucci. Nessuno sostiene che i commissari devono essere eletti direttamente, né che siano irrevocabili: Santer e Cresson sono stati costretti alle dimissioni. Dopo Delors tuttavia la Commissione non ha più saputo affermarsi politicamente, senz’altro a causa dell’allargamento avvenuto troppo frettolosamente; forse per questa ragione c’è chi propone ora di ridurre il numero dei commissari e di sopprimere il diritto di nomina nazionale. Con un’elezione diretta del presidente della Commissione sarebbe comunque probabilmente un candidato di compromesso come Juncker a prevalere, perché personaggi come Delors o Draghi (capaci E coraggiosi) sono merce rara; Monti come PdC era competente, Renzi è coraggioso, per intenderci. Il raffronto con i ministri italiani però è fuorviante perché in tutti gli altri paesi la prima responsabilità dei membri del governo è diretta e davanti al capo del governo. Le decisioni relative al fiscal compact (un trattato internazionale!) e alla Turchia confermano la mia analisi: l’incapacità di decidere (di prendere iniziative politiche e di farle approvare) delle altre istanze europee; l’unico in grado di farlo è il consiglio guidato dai (paesi e leader) più “convincenti”. Con politica fiscale intendo quella budgetaria, che tuttavia impatta sulle scelte fiscali (ricordo le sagge proteste dell’UE contro la recente abolizione in Italia della tassazione sulla prima casa). Dedico un altro spazio al PE.

  2. Un parlamento democratico possiede per definizione il potere politico supremo (cioè legislativo), rappresenta (agisce legittimamente per) una determinata comunità, è composto da deputati liberi eletti liberamente e può essere revocato in caso di abuso o di inefficienza. Il PE non risponde a questa definizione. Non rappresenta la comunità dei cittadini europei ma semmai 28 comunità nazionali e vagamente alcuni “partiti europei”; la rappresentazione demografica è gravemente disuguale (un deputato di Malta o del Lussemburgo pesa oltre 10 volte uno tedesco); non ha poteri legislativi supremi che in una democrazia sono limitati solo dal referendum (inesistente, a parte la farce inventata pochi anni fa) espressione del potere sovrano, e da un corte suprema (nominata obbligatoriamente dal parlamento stesso o da qualcuno eletto o direttamente o dal parlamento) che vigila al rispetto delle regole delle regole; non tutti i deputati europei sono eletti direttamente in elezioni libere: in F, UK e D per esempio sono nominati dai partiti che propongono liste bloccate; l’Italia, è vero, si può vantare di eleggere i suoi deputati europei con delle preferenze, che purtroppo non esistono – da oltre dieci anni – là dove più contano, cioè per il parlamento nazionale. Per fortuna c’è chi in ambito accademico comincia ad occuparsi di queste questioni fondamentali. Temo, anzi sono convinto, che il fatto di averle ignorate da troppo tempo sia una causa delle cause del Brexit.

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