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  1. Pietro Rispondi
    In effetti l´eccessiva propensione al "family management" potrebbe essere considerato un caso particolare - e misurabile - del problema più vasto, ossia della cooptazione "per vicinanza" piuttosto che per doti e competenza. Gli autori suppongono che il punto chiave qui sia la ricerca di "lealtà". Questo penso possa essere vero quando la proprietà è dominata da una qualche forma di paura. Quale? Paura di essere imbrogliati, ovviamente, oppure anche paura di non essere "coperti" in operazioni discutibili. In conclusione, mi sembra che la radice del problema stia comunque in un basso grado di onestà, percepita o reale, degli attori coinvolti.
  2. filippo Rispondi
    Come viene definita l' "impresa" nell'articolo? Vengono incluse anche le cosiddette "unincorporated enterprises" (ESA2010)? Penso i risultati possano essere influenzati dalla dimensione media delle imprese tipicamente relativamente bassa in Italia...
  3. marcello Rispondi
    Tuto vero, ma vorrei ricordare che anche la qualità del management italiano è un problema. Al 2013 questa è la situazione ogni 100 manager. Italia:28 licenza media, 48 diploma e solo 24 laurea; Germania: 7 licenza media, 44 diploma e 51 laurea; Francia: 7 licenza media, 24 diploma e68 laurea; UE a 27 paesi: 10 licenza media, 35 diploma e 54 laurea. La combinazione di familismo e studi inadeguati datermina lo sfascio che è sotto gli occhi di tutti, altro che professionalizzazione dell'università!
  4. amorazi Rispondi
    è veramente curioso come da premesse corrette e condivisibili, anche essendo basate su talune evidenze statistiche, possano derivare conclusioni tanto aberranti, prospettando misure, da "promuovere e imporre", come se non si stesse parlando di proprietà privata e come se fosse sempre valida la regola dell'economia corporativa (fascista): Art. 2088 c.c. (Responsabilita' dell'imprenditore). L'imprenditore deve uniformarsi nell'esercizio dell'impresa ai principi dell'ordinamento corporativo e agli obblighi che ne derivano, e risponde verso lo Stato dell'indirizzo della produzione e degli scambi, in conformita' della legge e delle norme corporative. e seguenti. O si deve pensare ad un animus, in fondo in fondo, totalitario degli economisti ancora legati alla scelta razionale?
    • Luigi Facchini Rispondi
      Condivido non solo il trattamento del tema ma anche le soluzioni. Il mercato conferma da decenni di non essere in grado da solo di correggere gravi distorsioni sistemiche, l'improduttività di assetti cristallizzati e protetti da regole sbagliate. Le imposte di successione possono esssere uno stimolo importante non solo per la riduzione delle diseguaglianze ma anche per promuovere i talenti, il merito comprimendo le rendite di posizione delle persone ed i patrimoni regalati e non guadagnati
  5. Luca Melindo Rispondi
    L'articolo fotografa in maniera esemplare lo stato dell'arte ma le soluzioni (?) proposte dagli autori mi paiono incomprensibili: a) l'imposta di successione non c'entra nulla con il problema del management; b) i managemnt buy out (e lo dico per esperienza occupandomi di private equity da oltre 15 anni) si possono realizzare se l'imprenditore intende vendere....; c) le quote rosa, in questo come in tanti altri casi, e per dirla alla Di Pietro, "Che c'azzeccano?" Se si considera la proprietà privata un bene irrinunciabile, si deve accettare che imprenditori capaci creino aziende di successo e di valore e che i loro eredi le distruggano. Non mi pare che la storia insegni che le soluzioni dirigistiche abbiano portato nulla di buono....
    • Marco Giorgini Rispondi
      Non é necessario ricordare letteratura scientifica sull'effetto delle tasse di successione, é sufficiente leggere l'articolo citato in apertura (oppure conoscere un po' il fisco italiano): "Le imposte di successione, reintrodotte dal governo Prodi nel 2006 dopo essere state eliminate dal governo Berlusconi nel 2001, non si applicano agli eredi di un imprenditore, purché si impegnino a proseguire l’attività di impresa per almeno cinque anni. Solo se decidono di vendere prima, gli eredi sono soggetti all’imposta. In più, le eventuali plusvalenze sul valore dell’azienda, che sarebbero soggette all’imposta personale se l’impresa fosse ceduta ad altri, non vengono tassate nel caso sia trasferita a un erede." E' chiaro che le imposte di successione praticamente obbligano la continuazione, anche in presenza di manifesta incapacitá degli eredi.