Mentre i sondaggi indicano la crescita del fronte anti-Ue nel referendum, immaginiamo come sarebbero Gran Bretagna e il resto d’Europa il 23 giugno 2026, a dieci anni da una ipotetica Brexit. Oltre Manica, uno scenario dominato da Boris Johnson e Nigel Farage. Nel continente, un’Europa spaccata tra Nord e Sud, impotente di fronte all’avanzata di Putin.
Il trattamento fiscale di estremo favore che la nostra legge dà agli eredi familiari di un imprenditore non ha giustificazione economica. Seguire la tradizione va bene. Ma non quando i dati indicano che, con una gestione familiare, si perde il 6 per cento in termini di produttività.
Con una perdita di 142 mila abitanti rispetto a inizio 2015, l’Italia è per la prima volta in declino demografico. Meno siamo meglio stiamo? No, perché il calo demografico di oggi si tradurrà in minori tassi di attività lavorativa. Meglio dunque preoccuparsene molto e fare qualcosa, per tempo.
Nel primo turno delle elezioni amministrative si è confermato il tripolarismo della scena politica italiana: Pd, M5s e centrodestra attraggono insieme il 75 per cento dei suffragi. Dal voto di questi giorni si può ricavare qualche previsione sulle conseguenze dell’Italicum, che comporta appunto il ballottaggio quando nessuna lista raggiunge il 40 per cento. Mentre anche i comuni piccoli che hanno appena votato (senza doppio turno) hanno già i loro organi amministrativi, si ripropone per molti di loro la scelta dell’accorpamento. Conviene, sia dal punto di vista finanziario sia da quello funzionale. Come dimostrano gli 87 comuni che, fondendosi, sono diventati 37.
Nuovo presidente del Perù, Pedro Pablo Kuczynski è uno dei padri del Washington consensus, il fantoccio dei no-global di tutto il mondo. Ma la sua fragile maggioranza parlamentare non porterà a una ventata di neo-liberismo andino. A Lima c’è piuttosto da ridurre il sommerso e la dipendenza dell’economia dalle materie prime.

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