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Il futuro di Atlante

La creazione del fondo Atlante ha certamente scongiurato la possibilità di una crisi del sistema bancario italiano. Ma per rafforzarlo davvero servono altri interventi, come sgravi fiscali e velocizzazione del recupero dei crediti in sofferenza. Punire i responsabili dei disastri attuali.

Tra due scenari estremi

Ha certamente ragione il ministro Padoan quando afferma che il fondo Atlante, sottoscrivendo l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza e con tutta probabilità quello di Veneto Banca, ha salvato l’Italia da un rischio sistemico non indifferente. Vale tuttavia la pena chiedersi: cosa succederà ora? Il rischio di una crisi finanziaria è stato veramente evitato o il sistema italiano ha solo guadagnato tempo, come sostiene Luigi Zingales?
Due scenari estremi sono possibili. Il primo prevede che Quaestio Capital Management sgr riesca rapidamente a risanare le due banche acquisite, magari fondendole e le ricollochi sul mercato garantendo ai sottoscrittori del fondo un utile forse anche superiore al 6 per cento promesso.
Esiste tuttavia un secondo scenario in cui si materializzano i molti rischi che hanno indotto il mercato a non sottoscrivere gli aumenti di capitale. Non a caso, nei prospetti informativi relativi alle offerte pubbliche di sottoscrizione di azioni di entrambe le banche venete oltre 150 pagine sono dedicate ad allertare i sottoscrittori sui notevoli pericoli che correvano. Solo a titolo esemplificativo, ricordiamo fra questi le numerose cause in corso contro i due istituti, l’insufficiente livello di accantonamenti sui crediti problematici, la fuga dei depositanti e più in generale la perdita di fiducia che li riguarda, oltre a uno quadro macroeconomico e un livello dei tassi d’interesse che certo non favorisce il margine d’intermediazione delle banche.
In questo scenario, per permettere alle due banche di continuare a operare si renderebbero necessari nuovi importati aumenti di capitale. Difficilmente tuttavia sia il fondo Atlante sia i sui sottoscrittori sarebbero in grado di affrontare tali impegni. Il primo per statuto, che impone un vincolo alla sua attività di sottoscrizioni di azioni bancarie (70 per cento del patrimonio), i secondi per motivi reputazionali oltre che di capitale regolamentale. A questo punto, dovrebbe entrare in azione il meccanismo europeo di risoluzione delle crisi bancarie con tanto di bail in, che colpirebbe migliaia di sottoscrittori di titoli subordinati e depositanti sopra i 100mila euro. Probabilmente sarebbe necessario anche l’intervento del fondo salva stati europeo (European Stability Mechanism) giacché quello di risoluzione delle crisi bancarie non è ancora operante. Insomma, l’Italia e l’Europa ripiomberebbero nell’incubo di qualche anno fa.

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Come rafforzare il sistema

Difficile oggi dire quale dei due scenari, o una loro combinazione, possa prevalere. Certo, un’analisi costi benefici dovrebbe indurre il governo a tentare di rafforzare subito il sistema bancario italiano con sgravi fiscali, quali un’ulteriore accelerata alla deducibilità fiscale degli accantonamenti sui crediti deteriorati (decreto legge 83/2015) o l’abolizione dell’Iva intra-gruppo (cioè quella dovuta per i servizi prestati da società dello stesso gruppo bancario). Inoltre la velocizzazione del recupero dei crediti in sofferenza dovrebbe trovare meccanismi più efficaci di quelli introdotti lo scorso maggio (decreto legge 59/2016) attraverso il patto marciano (contratto con cui creditore e debitore si accordano in modo che, in caso di inadempimento, il creditore acquisisce un bene di proprietà del debitore) e il pegno non possessorio (costituito su beni mobili destinati all’esercizio dell’impresa). Per altro, questi meccanismi non farebbero altro che allineare il sistema finanziario italiano ai migliori standard europei. Soprattutto i costi dei nuovi interventi potrebbero risultare ben inferiori ai benefici in termini di tenuta dell’intero sistema bancario italiano.
Tutto questo, ovviamente, può essere politicamente accettato solo se i responsabili dei disastri che oggi vediamo (banchieri e supervisori) saranno severamente puniti.

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Il Punto

  1. Luigi Vignaroli

    La fiducia potrà tornare solo se coloro che hanno generato questa tragedia pagheranno veramente sia in termini patrimoniali e penali. Ad oggi quali le iniziative concrete in tal senso. Quanti sequestri cautelativi sono stati fatti? Quante azioni revocatorie sono state avviate nei confronti di coloro che si sono spogliati di tutti i loro averi?

  2. Mario Rossi

    Fiducia è una parola grossa! come si fa ad avere fiducia in un sistema che pur con tutto quello che succede continua imperterrito a macinare debiti. Certo può anche essere giusto scongiurare crisi sistemiche ma di pari passo dovrebbe camminare una revisione della spesa pubblica pesante che metterà finalmente allo scoperto i milioni di parassiti che vivono trnquilli alle spalle del sistema produttivo e per causa dei quali lo stesso sistema deve pagare montagne di tasse che lo stanno affossando. Mi domando come si può mettere soldi in un sistema così ben sapendo che come in Grecia sono solo un palleativo per guadagnare tempo. Mi domando cosa stiamo aspettando! forse che il cerino possa essere lasciato in mano agli sprovveduti del 5 stelle? In grecia l’esperimento sta andando avanti ma avete visto in francia? occhio che tutti i popoli non sono uguali! nel 700 sono già state tagliate teste importanti!

  3. Per i quotisti del fondo e la sgr si tratta di un’enorme scommessa. Speriamo bene. Se si sono effettivamente persi i depositi e i risparmi, le banche (con sofferenze eccessive e insufficientemente coperte) non valgono più niente. E matematico: mezzi propri insufficienti, depositi da sostituire con finanziamenti interbancari molto più onerosi, attivo sopravvalutato, sofferenze sottovalutate e non adeguatamente coperte. Bisognava intervenire quando c’erano ancora i depositi, quando c’era ancora un po’ di fiducia. Chi doveva farlo? Quelli che fino a ieri ci hanno detto che il sistema è solido, cioè che i ristoranti sono pieni. Soprattutto le grosse banche, cioè i soci del fondo e della sgr, nel proprio interesse sistemico. Sono responsabili gli organi di vigilanza e queste banche (peraltro soci di maggioranza del principale organo di vigilanza nonché finanziatori delle banche locali) almeno quanto l’alta governance delle stesse banche. A che cosa serve la vigilanza, se questo può succedere? A chi risponde la vigilanza? L’unica soluzione netta è l’acquisto a valore zero del capitale pre-aumento di entrambe le banche da parte di un gruppo (relativamente) sano, cioè da parte dei primi quattro soci di Bankit. Se no, le conseguenze saranno peggiori per tutti.

  4. Mario Rossi

    infatti l’unica soluzione è ritirare tutti i soldi dalla banca, metterli in una bella valigia, recarsi in svizzera tanto nessuno ti guarda, acquistare una bella valigia di lingotti d’oro. Una volta a casa prendere una scatola in acciaio, mettervi i lingotti d’oro, sigillare con saldatura, fare una bella buca in giardino ed attendere la maturazione necessaria. Nascerà una bella pianta di frutti d’oro ahahahahahahahahahaha!

  5. Michele

    Il risanamento e il rilancio di banche della dimensione di quelle dove è intervenuto (o interverrà) Atlante è impensabile che avvenga in breve tempo. Affermarlo vuol dire far finta di non sapere come funziona una banca. Specialmente nelle condizioni di mercato attuale. Occorre tempo, capacità manageriali e un ciclo economico favorevole. Tutto mi sembra invece vada nella direzione opposta. Poi che un rendimento del 6% sul capitale sia adeguato in funzione del rischio sopportato è una favola a cui tutti fingono di credere.

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