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Perché l’Europa deve cambiare politica sui rifugiati

La politica di asilo dell’Unione Europea non riesce a proteggere chi ha più bisogno di aiuto. Lo dimostra la crisi provocata dalla guerra in Siria e dall’esodo del suo popolo. Serve un’autorità sovranazionale che redistribuisca migranti, oneri e risorse, con il sostegno dei cittadini europei.

La rapida crescita delle richieste di asilo

L’esodo dei siriani ha provocato una crisi che ha gettato nel caos il sistema di asilo europeo e ha condotto a un dibattito sulle soluzioni sempre più polarizzato. Nel lungo termine, dovremmo allontanarci dall’attuale sistema di asilo “spontaneo” in favore di un più ampio programma di reinsediamenti. Altrimenti si rischiano ripercussioni politiche ancora più intense di quelle che abbiamo vissuto. Come si vede dalla figura 1, che mostra le domande di asilo depositate ogni anno in Europa dal 1982 al 2015, il veloce incremento iniziato nel 2012 ha di gran lunga sorpassato l’ondata di immigrazioni degli ultimi anni Ottanta. I dati includono i cosiddetti richiedenti asilo spontanei, ossia coloro che hanno raggiunto il paese di destinazione con i propri mezzi e che poi hanno fatto domanda di asilo individualmente. Alcuni arrivano con un permesso di soggiorno valido, ma una parte sempre maggiore giunge senza autorizzazione. Secondo Frontex, gli attraversamenti non autorizzati sono passati da 95 mila nel 2011 a 1,82 milioni nel 2015.

Figura 1 – Domande di asilo nei paesi europei, 1982-2015

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Fonte: Hatton 2016, “Refugees and Asylum Seekers, the Crisis in Europe and the Future of Policy”, figura 1.

Le domande di asilo rientrano nel processo che porta alla dichiarazione dello status di rifugiato. Un individuo può richiederlo, sotto la definizione della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 1951, perché ha “un giustificato timore di essere perseguitato”. In alternativa, gli può essere garantito il diritto di rimanere su altre basi, spesso a causa dell’impossibilità di ritornare al paese di origine. Come mostra la figura 2, il tasso totale di riconoscimento dello status di rifugiato è crollato nel 1992 a meno del 20 per cento, ma da allora è aumentato tornando al 50 per cento nel 2014 ed è cresciuto ancora nel 2015. La media di riconoscimenti in tutto il periodo è inferiore a un terzo delle domande, leggermente più alta se si considerano le domande accolte in appello. Se la richiesta non è accettata, il richiedente asilo deve lasciare il paese in cui l’ha presentata, volontariamente o coattivamente. Ciononostante, una quota significativa vi rimane, come clandestino.

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Figura 2 – Tasso di riconoscimento dello status di rifugiato, 1982-2014

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Fonte: Hatton 2016, figura 2.

Una politica che non funziona

Le norme sull’asilo esistono per assicurare protezione ai rifugiati che fuggono da persecuzioni, un principio sostenuto dalla maggioranza dei cittadini europei. Eppure l’attuale politica di asilo non funziona. Prevede infatti che, per poter presentare una domanda di asilo, i potenziali richiedenti debbano prima rischiare la vita in rischiosi viaggi per mare, circumnavigando recinzioni ed evitando guardie di frontiera, spesso mettendosi nelle mani di pericolosi trafficanti. Tutto ciò fa arrivare in Europa migranti che per più della metà si vedranno poi rifiutato lo status di rifugiato vero e proprio, persone che rimarranno così per lo più nel limbo dell’economia informale. Peggio ancora, questa politica dell’asilo abbandona proprio i più bisognosi di protezione, facendo davvero poco per assisterli nei campi profughi e nelle baraccopoli dove sono lasciati a languire.

E quindi che si fa?

Che fare allora? Anzitutto bisogna disincentivare le migrazioni spontanee in cerca di asilo. I controlli alle frontiere, che si sono indeboliti, devono essere rafforzati. L’evidenza statistica suggerisce che frontiere meno penetrabili scoraggiano le domande e ne sono esempi specifici gli accordi di cooperazione internazionale della Spagna con i paesi del Mediterraneo occidentale e le politiche attuate dall’Australia nel 2001 e nel 2013. È un processo che in Europa procede in questo momento più in modo automatico che secondo un disegno specifico. L’Unione Europea ha in effetti trasformato il grande e inefficiente sistema Frontex in una nuova guardia costiera e di frontiera europea, più indipendente e con più poteri. Resta da vedere se gli ingressi non autorizzati via terra e via mare diminuiranno. Di certo è ciò che gli europei vogliono vedere, ma è anche un passo indietro: una politica del genere nega inevitabilmente l’accesso sia ai veri profughi sia a quelli che hanno meno possibilità di ottenere lo status di rifugiato. In secondo luogo, molti rifugiati sono lasciati a loro stessi in squallidi campi, costretti ad affrontare difficoltà estreme, malattie, insicurezza e spesso violenza. Hanno bisogno di maggiori aiuti e soprattutto di una prospettiva ragionevole riguardo alle soluzioni predisposte dall’Unhcr – l’Alto commissariato Onu per i rifugiati: integrazione locale, rimpatrio, ricollocamento. Un numero vergognosamente piccolo di rifugiati (circa 80mila) è ricollocato ogni anno in ottemperanza delle quote fissate dai paesi sviluppati. Eppure, nel 2015 l’Unhcr ha identificato 1,15 milioni di persone bisognose di ricollocamento. L’Europa offre però circa 10mila posti, spartiti tra 19 paesi europei, la maggior parte dei quali mette a disposizione quote irrisorie. Al di là dell’eterogeneo impegno nei confronti delle ricollocazioni, i numeri devono essere aumentati di vari ordini di grandezza per poter dare un contributo serio. Terzo, per adempiere a queste aspirazioni, deve aumentare la capacità di accoglienza dei rifugiati. Il numero di richiedenti asilo pro-capite è molto diseguale tra i vari stati dell’Unione. La politica di asilo comunitaria si è focalizzata sull’armonizzazione delle politiche e delle procedure nazionali e non sulla condivisione degli oneri – almeno fino al piano di redistribuzione dell’agosto 2015. Se l’accoglienza dei rifugiati è considerata un bene pubblico prodotto localmente, allora in assenza di cooperazione sarà fornito in misura insufficiente. Ma se la politica fosse impostata da un’autorità sovranazionale, con un apposito meccanismo di redistribuzione, gli oneri potrebbero essere ripartiti in modo più equo e le risorse totali aumentate. Ed è una politica che avrebbe il sostegno dei cittadini.

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Una versione estesa e in lingua inglese di questo articolo è disponibile su www.voxeu.org

(Traduzione a cura di Vincenzo Baldassarre e Mariasole Lisciandro)

 

 

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  1. AM

    Si deve anche disincentivare l’arrivo di falsi profughi.

  2. Si, serve una politica europea, non solo dei rifugiati richiedenti asilo politico, ma di tutto il fenomeno migratorio. Perché chi arriva dall’Africa in Italia (o dall’Oriente in Grecia) non vi approda di solito perché vuole rimanere nel paese dell’Inter e del Milan ma perché intende raggiungere paesi più settentrionali, con maggiori opportunità di sviluppo personale. La politica (dalle dichiarazioni pubbliche alle politiche amministrative e ai controlli all’ingresso) e le opportunità di quei paesi incidono su quello che accade poi nei paesi più esposti come l’Italia e la Grecia. L’Italia si trova schiacciata in una situazione scomoda: dovrebbe gestire in autonomia un fenomeno sulle sue coste e nelle sue acque ma creato anche dalle politiche interne e internazionali degli altri Stati. E assurdo.

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