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  1. Luca Rispondi
    Insegno da un paio di decenni, non ho mai boicottato le prove invalsi, ma ho delle perplessità: può uno strumento statistico fornire dati utili per la valutazione dei singoli? Chi li ha imposti negli esami di terza media (e li vorrebbe anche per l'esame finale delle superiori e per la valutazione dei singoli docenti) si è posto il problema? A proposito poi della valutazione delle singole scuole, nessuno dice che cosa si farà per migliorare le peggiori né se e come premiare le migliori. Esistono anche altri strumenti di valutazione che potrebbero permettere azioni mirate (PISA, Fondazione Agnelli), ma gli interventi dei vari riformatori della scuola pubblica sono sempre universali e apparentemente sono rivolti solo al risparmio! Per quel che posso collaboro ad ogni tentativo di miglioramento, ma non credo che così si vada nella direzione giusta!
  2. Markus Cirone Rispondi
    La diffidenza verso i test Invalsi potrebbe diminuire se le cose che vengono dette fossero mantenute. Si è detto, anzi spergiurato, per anni che le prove Invalsi non sarebbero mai entrate nell'Esame di Stato delle scuole superiori. Ora però il Ministro ha chiesto all'Invalsi proposte per la nuova terza prova dell'Esame di Stato. Come possiamo noi docenti fidarci se si dice una cosa e se ne fa un'altra? Se poi si capisse a che servono (cioè, una volta ottenuti gli esiti, di questi dati che ne facciamo? Sono soldi spesi per averne indietro che cosa?) ...
  3. Paolo Fasce Rispondi
    Ho collaborato per tre anni alla realizzazione del fascicolo di matematica della SSSG, sono quindi un "invalsiano", secondo la nomenclatura dispregiativa di certi ambienti. Mi permetto di esprimere preoccupazione, invece, riguardo il risultato nell'affluenza di questo settore. E' chiaro che nei gradi inferiori i genitori spesso non boicottano per motivi meramente pratici, ma già l'anno scorso le cose sono cambiate (si è passati da un 98% a 77% negli ultimi due anni, per tornare ad un 90% questo. Orbene, fare informazione sul tema mi pare essenziale. Io stesso ho partecipato, in veste di "INVALSIANO" ad assemblee di studenti. Credo che il migliore antidoto contro la protesta strumentale sia la conoscenza delle prove e per questo motivo, ad esempio, invito sempre tutti a leggerle!
  4. Cristina Frascarolo Rispondi
    Da tempo mi chiedo se sia una parola d'ordine non usare in modo corretto i congiuntivi negli articoli.
  5. Antonio Perricone Rispondi
    I test di ammissione alle università americane sono amministrati da un ente terzo, l'ETS. Qualcosa di analogo risolverebbe per sempre la stupida e diffusa collusione tra insegnanti scarsi/student scarsi
  6. Virginio Zaffaroni Rispondi
    Sostenitore come sono dei test Invalsi, comprendo tuttavia l'osservazione che questi possano orientare in senso riduttivo gli insegnanti, con il rischio che tutto l'insegnamento sia finalizzato a "fare bella figura" ai test. Ma credo che ciò possa essere evitato mantenendo un forte peso alla valutazione di maturità, valutazione che deve essere la più ampia e attenta possibile. Ciò detto, i test Invalsi mi sembrano (in potenza) un'utile risposta allo strano fenomeno per cui tutti i "geni" da 100 e lode vengono prodotti nel sud del paese, mentre al nord, dove io constato (nell'insieme) un alto livello qualitativo del sistema scolastico, qualcosa nell'aria farebbe male all'eccellenza negli studi, visto il ridotto numero di 100 "cum laude". Alla fine gli Invalsi, su grandi serie storiche di numeri, potranno esprimere un giudizio affidabile sulla qualità o meno degli istituti, depurato dalla loro minore o maggiore tendenza lassista nei voti. E, a mio parere, è esattamente qui che si dovrebbe innestare il discorso sulla premialità degli insegnanti, a partire cioè dalla qualità complessiva della scuola in cui insegnano, per scendere poi naturalmente a valutare i singoli.
    • fabrizio Rispondi
      E' anche opportuno dire come le università del Nord - secondo l'Anvur migliori di quelle del sud, salvo casi particolari (Unical) - dal sud Italia accettano pure la "fezza", considerando le decine di migliaia di studenti meridionali che vanno a studiare fuori regione. Il 50% dei salentini, il 60% dei trapanesi e dei ragusani studiano fuori regione, spesso nel nord Italia. Ipotizziamo che nella provincia di Trapani i voti dei liceali siano effettivamente inflazionati e che un 9 a Trapani equivale a un 6,5 a Bergamo. Se i Trapanesi in media sono più somari di quanto non possa essere un Lombardo o un Veneto, perché il 60% dei Trapanesi riesce, nonostante tutto, a trovare una collocazione universitaria fuori regione? Se alla fine i cittadini di Trapani sono più somari, sarebbe sufficiente prevedere come unico criterio per l'ammissione al polimi il superamento di un test, che tenga conto solo in minima parte - o che non ne tenga conto per nulla - delle performance nel terzo e quarto anno di scuole superiori. Allora: se site bravi, fateci un favore, non ammetteteci alle vostre università, che ormai nelle università milanesi si parla più il siciliano che il milanese. Se non siete in grado, forse perché da un lato siete in disseto demografico - come noi - e, dall'altro, non siete in grado di attrarre menti dal resto del mondo perché non siete competitivi, allora forse attrarre tutti questi meridionali ha una sua convenienza. Siamo sulla stessa bara, se ne faccia una ragione.
      • Virginio Zaffaroni Rispondi
        Sinceramente, il suo commento parte da premesse e dati tutti da verificare e spiaggia su contenuti che non hanno niente a fare con quanto scrivevo. Era evidente il mio riferimento alle maturità, non alle ammissioni alle "nostre università". Alla fine mi sembra di cogliere la sua convinzione che la valanga di 100 cum laude al Sud sia tutta meritata. Bene, se è così, i test Invalsi non potranno che confermarlo. Quanto a stare sulla stessa "bara" (refuso, penso, di barca), se il funerale è quello dell'Italia non posso che concordare.