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Dai distretti agli ecosistemi innovativi

La prossima presidenza di Confindustria dovrebbe mirare a due obiettivi, complementari e necessari per ridisegnare la politica industriale. Dovrebbe incoraggiare la formazione di ecosistemi innovativi, grazie anche al sostegno pubblico alle reti di impresa. E creare un asse tra ricerca e industria.

Due obiettivi per Confindustria

Entrambi i candidati al prossimo rinnovo della presidenza di Confindustria sostengono nel proprio programma, con parole diverse, l’importanza di “filiere orizzontali” (Alberto Vacchi) e di “reti di impresa (Vincenzo Boccia) come fattori di sviluppo e di competitività del nostro frammentato sistema produttivo.
Per evitare la diffusa retorica del “fare sistema” o “mettersi in rete”, spero che la prossima presidenza confindustriale non perda di vista due obiettivi, tra loro complementari, necessari per ridisegnare una politica industriale che non si esaurisca nei tavoli di crisi aziendale e nel dibattito su virtù e vizi delle privatizzazioni, ma neppure nella promozione a pioggia di start-up (che dopo lo “start” non riescono mai a realizzare la fase “up”) e di parchi scientifici e tecnologici privi di chiare finalità e regole di valutazione dei risultati.

Gli ecosistemi innovativi

In primo luogo, il sostegno pubblico alle reti di impresa dovrebbe incoraggiare la formazione di sempre più numerosi “ecosistemi innovativi”, sulle cui caratteristiche abbonda la letteratura di economia industriale. Come sottolinea Gianfelice Rocca, l’Italia gode di meritata reputazione nella generazione e diffusione delle medie e medio-alte tecnologie, nella propensione alle “innovazioni combinatorie”, ricordando che “la vitalità degli ecosistemi dell’innovazione si basa sulla contiguità territoriale”.
Sulla promozione di un numero selezionato di ecosistemi innovativi si basano le proposte di politica industriale nei maggiori paesi europei (per non parlare degli Stati Uniti), come i “poli di competitività” francesi, i “centri catapulta” britannici, i quindici distretti tecnologici tedeschi e altri ancora. Citando i lavori del programma Leed (Local Economic and Employment Development) dell’Ocse, Sandro Trento e Flavia Faggioni sottolineano che “gli incubatori di impresa non possono funzionare bene se non sono accompagnati da un approccio più sistemico” che dovrebbe “puntare sulla creazione di ecosistemi imprenditoriali”.
L’ecosistema innovativo è fatto di accordi formali (contratti di rete) e informali che spaziano da ricerca e progettazione a infrastrutture informatiche, commercio elettronico, formazione del personale, approvvigionamento, logistica, distribuzione e servizi post-vendita, servizi tecnologici e professionali.
Vi è evidenza empirica che: a) imprese più in grado di interconnettersi con l’ambiente esterno fanno più innovazione di prodotto e di processo; b) maggiore interconnessione genera maggiore competitività sul mercato interno e soprattutto sui mercati esteri; c) la capacità di operare in connessione ambientale aumenta al crescere della dimensione media dell’impresa in termini di addetti e fatturato.
Con le parole del Centro studi Confindustria, “l’intervento pubblico trova una giustificazione teorica in quanto orientato a favorire una progressiva aggregazione di attività imprenditoriali intorno a progetti industriali innovativi in un’ottica di sistema – ossia tale da coinvolgere una pluralità di soggetti”.

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L’esempio tedesco

In secondo luogo, non ultima delle cause della drammatica caduta della produttività in Italia (la crescita del Pil potenziale è scesa dal 3,5 per cento all’inizio degli anni Settanta a circa zero nell’ultimo quindicennio) è la cronica mancanza di istituzioni pubbliche e private mirate a colmare la cosiddetta “valle della morte” tra i (numerosi e dispersi) luoghi di eccellenza tecnologica (università e centri di ricerca) e le imprese, uniche in grado di trasformare scoperta scientifica in innovazione tecnologica-produttiva-organizzativa.
Sotto questo profilo, il primato in Europa va al sistema tedesco, che affianca agli 83 istituti del Max Planck (ricerca “di base”) i quasi 70 centri della società Fraunhofer dedicati al trasferimento tecnologico alle imprese, questi ultimi finanziati per circa due terzi dal settore privato. Non solo: la Germania è all’avanguardia nella formazione superiore, mirata a valorizzare il “merito ordinario” attraverso un articolato sistema che vede operare, accanto ai tradizionali atenei universitari, quasi duecento Fachhochschule (istituti tecnici superiori) e più di cento “università imprenditoriali”, ovvero università delle scienze applicate. La missione di queste ultime, alle classiche funzioni di istruzione e ricerca, ne aggiunge una terza – fondamentale – di creazione e sviluppo di imprese.
L’Italia ha meritatamente generato il sistema dei distretti industriali, che in molte aree mantiene una sorprendente vitalità, ora è tempo di guardare avanti, senza miti ma con coraggioso riformismo.

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Un bilancio sull’acqua in Italia

  1. bob

    riguardo ai distretti industriali Giacomo Becattini è stato letteralmente dimenticato, dalle ultime generazione neanche conosciuto. Questo è classico in un Paese senza memoria e senza cultura come il nostro. Inoltre è paradossale ma i distretti sono stati affossati proprio con l’avvento delle Regioni dove il distretto non aveva più la funzione di catena di trasmissione tra luogo produttivo e sistema Paese ma in molti casi si creavano fittizi distretti per finalità politiche legate a contributi e agevolazioni che nulla avevano a che fare con ricerca, innovazione, specializzazioni etc. Inoltre dal ’68 in poi la scuola è stata una fabbrica di diplomi, chi non ricorda “il pezzo di carta” e non creazione di cittadini e di cultura. Intere generazioni sono nate con questi concetti e con questa mentalità. La bacchetta magica o il tentativo di scopiazzare altri Paesi non serve e non porterà da nessuna parte sono solo palliativi per “tirare a campare”. Un Paese che non produce più nulla se non burocrazia inutile

  2. Amegighi

    bob ha sollevato un problema fondamentale: la frequente trasformazione di “buone idee” in “pessime applicazioni” che sottendono agli interessi politici locali, spesso misconosciuti a livello nazionale, ma fonte inesauribile di sprechi in termini di soldi, risorse umane ed intellettuali.
    Lasciamo perdere gli innumerevoli “parchi ricerca”. Giracchiando nella rete ho notato che ve ne sono meno nell’intera California (che ci mangia 5 volte come PIL) che in Italia. Ma è l’organizzazione che manca. I “Max Planck” sono stati fondati nel 1911 con lo scopo che hanno ora. Sono stati, certamente, rinnovati e rimodernati come organizzazione, ma partendo da una situazione di eccellenza. Le Università per numero di abitanti sono di più in Germania. La Germania spende, ora, quasi il 3% del suo PIL in Ricerca, di cui la gran parte proviene dalle imprese vocazionalmente dedite alla Ricerca e Sviluppo.
    Vedo la situazione italiana, non leggermente, ma totalmente differente. Chiaramente bisognerebbe cambiare tutto, a partire, forse, dal valore legale del titolo di studio che andrebbe abolito. Ma impiantare da zero un sistema basato sulla ricerca e sul trasferimento di questa all’industria, per chi ha lavorato nei laboratori e sa cosa vogliono dire risorse umane, culturali, materiali e l’inevitabile inerzie iniziali, implica anni (lustri) di attesa per far partire il volano e lustri per iniziare ad ottenere risultati. E gli altri non camminano, ma corrono.

    • bob

      …la cosa che a me rimane sconociuta è che chi scrive su questa rivista propone dei progetti senza mai parlare di tempi reali di realizzo. Nessuno è non capisco il motivo ( o forse lo capisco fin troppo bene) ha il coraggio di dire che questo Paese è precipitato in una “crisi culturale” che non ha precedenti storici. Frutto di 40 anni di follia assoluta dove una minoranza di masanielli ha letteralmente usurpato posti e potere con la demagogia. Ha futuro un Paese che per 20 anni ha un ministro delle Riforme un “giovanotto che giocava schedine al Bar dello Sport in quel di Varese?

  3. Daniele

    Condivido che un dei nodi sia la scuola. Siamo specialisti in riforme che invece di consolidare preziose competenze e tradizioni le penalizzano. La riforma Gelmini ha drasticamente ridotto le ore di laboratorio nelle secondarie senza portare a diffuse realtà di istituzioni di alta specializzazione. Accanto alle competenze linguistiche e matematiche occorrerebbe incoraggiare e verificare le competenze manuali e progettuali.

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