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  1. Francesco Montorio Rispondi
    Salve, la sua analisi mi sembra condivisibile. Solo farei un precisazione. Non per lei, ma per quelli che ancora non hanno ben compreso la reale portata della “riforma” e i suoi costi anche sociali. Dalla mia piccola esperienza, non sono pochi. Mi riferisco ai contratti di dipendente a tempo indeterminato, il cui aumento non significa necessariamente nuovi posti di lavoro, come del resto e a ben leggere, si evince anche dal suo articolo. Questi contratti non sono però “permanenti”. Il contratto a tutele crescenti, al di là di una volutamente inappropriata e fuorviante denominazione, é a tempo indeterminato solo nel senso che non è…”determinato”, cioè con scadenza già pre-definita. Quello del Jobs Act non lo è nemmeno con quelle tutele e quella “stabilità” che derivava dallo Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970), soprattutto ante riforma Fornero. Sarebbe credo più giusto definirlo a tempo “indeterminabile” e comunque non certo permanente per non continuare a indurre in molti quella confusione, che ripeto spesso constato, di associarlo col contratto a tempo indeterminato ante riforme del 2012 e del 2015. Grazie. Francesco Montorio
    • bruno anastasia Rispondi
      Anche ante-Fornero i contratti a tempo indeterminato non erano affatto "garantiti": le imprese chiudevano o ristrutturavano e di conseguenza i licenziamenti erano un'evenienza tutt'altro che rara, tenuto conto anche della struttura produttiva non certo imperniata sulle grandi dimensioni. Il contratto a tutele crescenti, da questo punto di vista, non introduce drastiche discontinuità. Ma per esserne certi basta aspettare un po': potremo così verificare se i tassi di sopravvivenza dei nuovi contratti a tempo indeterminato sono analoghi (come ipotizzo) o nettamente inferiori a quelli dei contratti a tempo indeterminato stipulati in precedenza. bruno anastasia
      • Francesco Montorio Rispondi
        Innanzi tutto grazie per la cortese risposta. Credo però che lei sappia benissimo le differenze, sostanziali e di procedura, che la riforma del 2012 ha apportato alla L. 300/1970 indebolendo fortemente la posizione dei lavoratori. Certo che parliamo delle imprese sopra i 15 dipendenti -l’1,4% sul totale che però impiegano c/a 6.400.000 dipendenti (dati CGIL)- le altre erano già fuori dall’art. 18. La discontinuità poi del Jobs Act, rispetto alla L. 300/1970, è “in re ipsa”, sostenerne il contrario mi sembra veramente… difficile. Non discuto quindi dei tassi di sopravvivenza per il cui risultato ci sarà sempre “ampio spazio di ricerca per approfondire la ripartizione dei meriti sotto il profilo dell’individuazione delle cause” “ (cit.). Io parlo di costi, sociali e di compressione dei diritti. Resto dell’idea che a lei tutto questo è molto chiaro. Forse sono io che non sono riuscito ad esprimerlo al meglio. Forse… Grazie ancora e buon lavoro.
      • michele Rispondi
        Ha assolutamente ragione anche ante Fornero "le imprese chiudevano o ristrutturavano e di conseguenza i licenziamenti erano un'evenienza tutt'altro che rara" e quindi non vi era proprio l'esigenza da parte delle imprese di un ulteriore strumento per licenziare. Il Jobact invece indebolisce ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori con le conseguenze che vediamo tutti i giorni: la domanda domestica ristagna e l'eccesso di risparmio prudenziale aumenta. Draghi può immettere tutta liquidità che vuole nel sistema, ma se il consumatore non vuole bere non beve e in Italia ancora meno che altrove.