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  1. Fabrizio Razzo Rispondi
    I contributi del settore privato sono dati disponibili. E' lo stato che fino ad una certa data non dispone dei contributi dei propri dipendenti. Ed inoltre ha fatto confluire la loro gestione previdenziale - profondamente in deficit - in quella INPS alcuni anni fa. Perchè queste gravi carenze dovrebbero pagarle solo i pensionati che hanno versato i propri contributi regolarmente???
  2. Andrea Chiari Rispondi
    Come si risolve il problema del calcolo retributivi se andando indietro anche di non molti lustri l'entità dei contributi effettivamente versati non si conosce? Non sarebbe meglio un retributivo "penalizzato"?
  3. Fabrizio Razzo Rispondi
    Colgo l'occasione di questo dibattito per segnalare all'Egr. Prof. Boeri Presidente INPS, a seguito della sua ennesima uscita, che ci sono già numerosi politici che diffondono demagogia da quattro soldi, non si aggiunga anche lui. Dare in pasto genericamente all’opinione pubblica l’opportunità di andare e chiedere un contributo alle pensioni con importi elevati per solidarietà verso quelle per i giovani non è indice di seria e documentata analisi. Infatti come noto il sistema pensionistico è zavorrato da una rilevante componente assistenziale (indennità di accompagnamento, assegni di invalidità, sostegni al reddito, assegni sociali, indennizzi per cessazione attività, vitalizi, rendite , reversibilità, ecc. - vedere tabella INPS), in gran parte elargita dai politici nei decenni per assicurarsi maggior consenso anche a chi non ha alcun diritto, che non è giusto venga attribuita ai soli redditi pensionistici ma, eventualmente, a TUTTI i redditi (dipendenti, autonomi, professionisti, esercenti,ecc. - fiscalità generale). La sola componente previdenziale dovrebbe invece essere sostenuta dai contributi degli attivi ed erogata in proporzione a quanto versato: quindi eventualmente ricalcolo per TUTTI senza distinzioni ! Grazie per l’attenzione.
  4. Davide Colombo Rispondi
    Attenzione all'uso dei concetti: assicurare è diverso da assistere. Se io vivo più a lungo della mia attesa di vita statistica non beneficio di assistenza ma di previdenza, calcolata con coefficienti appositamente calibrati. Se io faccio due incidenti stradali invece che zero non sono "più assistito dalla mia rca auto a parità di premio pagato" ma sempre e solo assicurato. Se muoio un mese dopo essere andato in pensione mia moglie non è assistita ma assicurata da una pensione superstiti calcolata sulla base di coefficienti di trasformazione che calcolano anche il rischio di morte anticipata. La giustizia distributiva si esercita meglio con il fisco che con le pensioni perché si esercita su tutti i redditi e non solo su alcuni.
  5. Massimo Matteoli Rispondi
    Segnalo che il Presidente dell'INPS Boeri il 17 Febbraio scorso ha dichiarato l'esatto contrario: "Nella proposta dell'Inps per la riforma del sistema previdenziale non c'era niente sulle pensioni di reversibilità. Per due ragioni: non c'è un problema di sostenibilità perché nel calcolo dell'importo si tiene già conto della speranza di vita del superstite, e perché è già stata fatta la riforma legata alla situazione reddituale del superstite." Se a questo aggiungiamo che le pensioni di reversibilità sopra la soglia di € 32.623 per il 2016 (al lordo delle tasse !!!) sono ridotte già del 50%, cioè più dell'aliquota fiscale massima, mi sembra che di solidarietà questa gente ne faccia abbastanza. E siccome a pernsar male si fa peccato ma di solito s'indovina, mi pare evidente che al di là di tutti i discorsi (compreso quelli in buona fede come i Suoi caro Professore) la volontà del Governo sia di fare cassa a danno dei soliti noti.
  6. MASSIMO GANDINI Rispondi
    Sig. Antichi lei è sicuramente molto competente in materia, io però da profano noto che la solidarietà è sempre a favore dei soliti noti. Forse sarà anche qualunquismo ma a pare la sacrosanta verità
  7. liliana palermo Rispondi
    perché non parliamo delle TASSE sulle pensioni di reversibilità ? per le donne che hanno una pensione propria, la reversibilità è al netto il 40%....ma di che parliamo...
  8. Roberto Bellei Rispondi
    Non sono un esperto della materia ma io ho sempre pensato che la reversibilità avesse un senso per le vedove che, dovendo accudire i figli, erano restate delle casalinghe e quindi, con la morte del marito sarebbero rimaste senza mezzi di sostentamento. Mi rendo conto che non è così ma ritengo assurdo che un marito,che abbia una pensione sostanziosa, debba avere anche la reversibilità in caso di morte della moglie pensionata. Qualcuno mi sa dire come funziona nelle altre nazioni dell'Europa?
    • Andy Mc Tredo Rispondi
      Infatti: una volta se il marito sopravviveva alla moglie casalinga aveva diritto ad una reversibilità pari a 0 ! Attualmente se il marito casalingo di una manager o di una giudice sopravvive alla moglie riceverà la pensione di reversibilità... ma a livello globale non cambia niente (avendo le donne statisticamente una speranza di vita maggiore degli uomini). Rendiamoci conto che il mondo è cambiato: la TV non è più un lusso, come il telefonino, come l'auto, come il cane. Forse solo il cavallo è di nuovo indice di ricchezza e capacità contributiva, ma sono comunque dell'idea che debbano essere tassati redditi e consumi, non il risparmio o gli investimenti o la detenzione di beni durevoli ....
  9. Massimo Antichi Rispondi
    Le sfugge l'effetto del tasso di attualizzazione, solo quando il tasso è zero il divisore coincide con la speranza di vita. Nel calcolo dei coefficienti di trasformazione si tiene conto, eccome, dei superstiti. Inoltre, c'è sempre solidarietà anche nel caso "assicurativo pieno" che auspica, chi vive meno la media è solidale nei confronti di chi vive di più: nella previdenza si parla di rischio vecchiaia, appunto. Oppure c'è solidarietà di genere: le donne vivono più degli uomini. L'INPS non è una compagnia di assicurazione! Per fortuna. Mi dispiace ma il suo articolo è un contributo al qualunquismo.
    • Silvestro De Falco Rispondi
      Certo che l'INPS è un'assicurazione. Usa anche le stesse tavole di mortalità delle società di assicurazioni e fa gli stessi profitti sulle rendite vitalizie. Solidarietà?
  10. antonio orazi Rispondi
    Il discorso è corretto ma potremmo provare a guardare il fenomeno da un'altra angolazione: la contribuzione i.v.r. nasce in un tempo in cui era l’uomo il portatore, unico o principale, di redditi in famiglia mentre le donne facevano le casalinghe, quindi la reversibilità era perfettamente logica, anche tenendo conto dei figli minori. Oggi che le donne lavorano, almeno più di prima, e che si propugna un invecchiamento attivo la reversibilità di una volta non ha più molto senso. Bisognerebbe che la reversibilità fosse concessa soltanto a vedove anziane e senza altre fonti di reddito o, ma soltanto per un tempo limitato alla crescita dei figli o limitato ad un periodo congruo – 1, 2 o 3 anni – per consentire un ingresso/reingresso nel mondo del lavoro, per le vedove giovani (sotto i 50 anni).
    • lallo Rispondi
      Il problema è più complesso. Per tutte le pensioni sotto i 1500€ (al nord la cifra necessaria è più alta) i pensionati non sono in grado di assicurarsi il pagamento di un assistenza professionale in caso di mancata indipendenza per motivi fisici o psicologici dovuti all'invecchiamento. E non esiste un welfare (i comuni in pratica non intervengono) per queste situazioni. Oggi la reversibilità aiuta le famiglie almeno nel sostegno dell'anziano più longevo. La discriminante dovrebbe essere il valore complessivo della pensione (reversibilità compresa). Tali pensioni andrebbero plafonate attorno ai 1500€\1800€ per quanto riguarda il contributo della reversibilità
  11. Henri Schmit Rispondi
    Finalmente! Pieno accordo sui principi riassunti dall'autore. Da non esperto non ho dubbi che la reversibilità sia per definizione assistenza. Con un rischio crescente di "shopping" della prestazione (di cui parla anche l'autore): un/a giovane che sposa o si unisce civilmente ad un/a anziano/a con una bella pensione. Le pensioni di reversibilità non servirebbero, se ci fosse un concetto chiaro e una prestazione effettiva di pensione minima assistenziale, un'idea difesa da Tito Boeri, rivendicata con forza da un Landini e accettata pure da un De Nicola. La soluzione è molto più importante e più "giusta" del sussidio di disoccupazione perché senza effetto perverso di disincentivare la ricerca di un nuovo lavoro. Chi vuole e si può permettere di più, faccia un piano previdenziale separato con l'alto reddito del compagno o un'assicurazione vita. Un altro tema è il concetto dei diritti acquisiti: esiste una tendenza pseudo-liberale (la difesa dei diritti privati contro le pretese del potere pubblico) di garantire come diritto qualsiasi aspettativa economica. Serve al contrario un intervento con l'ascia: a tutte le prestazioni in corso si applicheranno dal giorno della nuova norma "d'ordine pubblico" o "di salvezza nazionale" le nuove condizioni ritenute più eque. Il principio dovrebbe valere per prestazioni pensionistiche e stipendi pubblici. O preferiamo che una minoranza sempre più grande rimanga senza niente per rispetto dei privilegi vitalizi di altri?
  12. Silvestro De Falco Rispondi
    Devo sollevare un’eccezione a quanto si afferma nell’articolo, specialmente al punto in cui si dice “Dove costituisce prestazione previdenziale solo la parte della pensione maturata secondo il metodo contributivo (a condizione che il periodo di godimento corrisponda all’“effettiva” speranza di vita del beneficiario). La parte eventualmente eccedente è assistenza, indipendentemente da come è maturata o dal tipo di pensione”. Infatti, il calcolo del coefficiente di trasformazione nel contributivo avviene tenendo conto dei seguenti fattori: 1) la probabilità di sopravvivenza dopo il pensionamento; 2) l’età del pensionamento; 3) la probabilità di morte tra un anno e l’altro per gli anni che vanno dal pensionamento; 4) l’età massima raggiungibile; 5) la probabilità di lasciare la famiglia nel periodo tra l’età del pensionamento e l’età massima; 6) la probabilità che il superstite sopravviva al pensionato e non divorzi; 7) la differenza di età tra il pensionato e il coniuge al momento del pensionamento; 8) l’aliquota di reversibilità; 9) la percentuale dell’aliquota di riduzione della reversibilità per motivi di reddito. Come si può osservare negli ultimi 3 punti, da 7 a 9, i contributi sono versati anche per il coniuge, quindi la reversibilità non è assistenza.
    • lallo Rispondi
      Molto interessante la nota sui punti 7-9. Non ero al corrente di tali fattori che evidentemente cambiano di molto le carte in tavola.