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Meno precari, ma la crescita è ancora un problema

Uno degli obiettivi del governo era ridurre la precarietà. E i dati dell’Inps ci dicono che nel 2015 è in effetti diminuita. In ogni caso, un aumento dell’occupazione dello 0,5 per cento con una crescita economica dello 0,7 non è da buttare. Perché il male italiano resta sempre la ripresa debole.

Crescita sempre deludente

Abbiamo finalmente tutti i dati per analizzare i risultati delle politiche del lavoro a sostegno dell’occupazione del governo Renzi nel 2015.
La decontribuzione per i nuovi assunti e il Jobs act – in particolare il nuovo contratto a tutele crescenti – rappresentavano il pezzo forte della politica di rilancio del governo. Le aspettative su questi provvedimenti erano davvero forti.
La crescita economica nel 2015 è stata deludente: 0,7 per cento su base annua – come rivisto dall’Istat la scorsa settimana – è uno dei dati più bassi d’Europa, particolarmente deludente se pensiamo che l’Italia arrivava da tre anni col segno negativo e un “filotto” di undici trimestri di crescita negativa. Difficile dire che il Jobs act e la decontribuzione abbiano invertito il male italiano per cui “quando l’Europa cresce, l’Italia cresce meno, mentre quando l’Europa decresce, la recessione italiana è sempre più profonda”.
Il 2015 verrà così archiviato come un altro anno in cui cresciamo meno dell’Europa. Che – ricordiamolo – è un continente che cresce sempre meno della media mondiale.

I dati sulla precarietà

Alla luce della bassa crescita, i dati occupazionali relativi al 2015 appaiono buoni. L’Inps ha appena pubblicato i numeri dell’osservatorio sulla precarietà, una nuove fonte statistica particolarmente utile per analizzare i flussi di lavoro.
Nel 2015, l’Inps registra un aumento delle assunzioni nel settore privato pari a 600mila posizioni. L’incremento è essenzialmente dovuto a posti di lavoro a tempo indeterminato, in crescita del 47 per cento rispetto all’anno precedente. Le cessazioni di lavoro – per pensionamento, licenziamento o altri motivi – sono in riduzione del 2 per cento.
Il dato forse più importante e atteso è quello delle trasformazioni dei contratti a tempo indeterminato. Si tratta di lavoratori che avevano già un contratto con l’azienda (a tempo determinato) che vedono trasformata la loro posizione in un contratto a tempo indeterminato. L’Inps registra 500mila trasformazioni, con una crescita del 50 per cento sul 2014. Guardando, più in generale, al totale dei contratti a tempo indeterminato, nel 2015, quattro nuovi rapporti di lavoro su dieci sono a tempo indeterminato, mentre erano circa tre nel 2014.
Uno degli obiettivi del governo era quello di ridurre la precarietà. I dati dell’Inps ci dicono – quasi incontrovertibilmente- che la precarietà nel 2015 è in effetti diminuita, come testimoniato dai 500mila contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato.
Possiamo anche stimare quanto il sussidio contributivo per stabilizzare i contratti sia costato al paese. Se i beneficiari della decontribuzione sono stati 1,44 milioni, si può stimare un costo per lo stato Stato di circa un miliardo e mezzo per facilitare la conversione di nuovi contratti. Una cifra non troppo lontana da quella che si era indicata nel 2015. Il governo non ha quindi “sfondato” il bilancio, anche se ci sarà un trascinamento nel 2016 da monitorare. La sorpresa è forse che delle 2,4 milioni di nuovi assunzioni a tempo indeterminato, chi ha beneficiato della decontribuzione rappresenti solo il 60 per cento.

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Le differenze Istat- Inps

L’Inps segue i rapporti di lavoro e non il numero di occupati, che invece è stimato dall’Istat con l’indagine trimestrale delle forza lavoro. La differenza tra i due dati, come correttamente ricorda il comunicato Inps, sta nel fatto che uno stesso individuo può avere diversi rapporti di lavoro, mentre per l’Istat rappresenta uno e un solo lavoratore occupato. Secondo l’Istat, la crescita del numero di lavoratori- su base annua- è stati pari allo 0,5 per cento, corrispondente a circa 112mila nuovi posti di lavoro netti. È vero che negli Duemila l’incremento degli occupati era superiore alla crescita economica. Ma quella era una patologia di “crescita di lavoro senza crescita economica”, come a lungo abbiamo detto su queste colonne in quegli anni. Abbiamo poi visto – con la grande recessione iniziata nel 2008 – come sia finito quell’aumento di occupazione precaria. Per il 2015, un incremento di lavoro dello 0,5 per cento con una crescita economica dello 0,7 non è quindi da buttare. E se pensiamo che il mercato del lavoro è meno precario, possiamo guardare al bicchiere come mezzo pieno. Se invece pensiamo che nel 2016 la decontribuzione non ci sarà quasi più, il bicchiere appare mezzo vuoto.

 

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Il Punto

  1. Marco Perticone

    Mi meraviglio che un accademico inizi a trattare un argomento con numeri e dati, argomento delicato ed importante, per finire con considerazioni sul bicchiere mezzo vuoto, perfettamente soggettive. Nel mio lavoro ci sono obiettivi e risultati raggiunti, il delta è misurabile, il resto sono opinioni, fuori da qualsiasi metodo decente.

  2. Paolo palazzi

    La diminuzione dell’occupazione precaria (contratti a tempo rinnovabili) non è dovuta esclusivamente alla decontribuzione, ma anche alla facilità con la quale ci si può liberare oggi di un lavoratore a tempo indeterminato. Tanto che il concetto di indeterminato ormai è solo legato al fattore tempo e non certo alle regole contrattuali e alla sicurezza del posto di lavoro.
    Probabilmente sarebbe necessaria una ridefinizione del concetto di precariato.

  3. Michele

    Non capisco la differenza tra dati INPS e ISTAT: 112mila lavoratori in più per Istat e 600mila contratti in più per Inps (solo nel settore privato). Va bene che lo stesso individuo può avere diversi rapporti di lavoro, però Inps ci dice che il 60% dei nuovi contratti sono a tempo pieno. I due numeri sembrano difficilmente riconciliabili

  4. Si parla di crescita, di crescita, ma non si dice mai in che modo, razionalmente, potremmo ottenerla. Dal 2001 sono state chiuse in Italia circa 600.000 aziende produttrici e commerciali e circa 270.000 aziende agricole. Se non si ripristina un sistema di AUTOSUFFICIENZA ECONOMICA l’Italia non ripristinerà MAI gli equilibri produttivi. L’autosufficienza è necessaria per la massima occupazione. La Globalizzazione ha interrotto il circolo virtuoso di PRODUZIONE-LAVORO-SALARI-CONSUMI-TASSE, eliminando la produzione. Ci chiediamo se non ripristiniamo la manifattura c’è mai speranza di ritornare all’equlibrio? sembra di NO. Che aspettano gli economisti a dare una spallata alla Globalizazzione e al TTIP, e cercare per ogni paese l’AUTOSUFFICIENZA anche se temporanea. Andrà contro gli interessi delle multinazionali, ma sarà a favore della intera società umana. Punto. Che non ci si pianga addosso di continuo senza trovare un punto fermo per la ripresa. E in questo gli economisti sono maggiormente responsabili nel delineare una way-out.

  5. Pier Giorgio Visintin

    Queste analisi, a mio avviso, sono incomplete in quanto manca una visione veramente globale dei dati in gioco. Vediamo se riesco a rendere l’idea dei dati macro da considerare: la demografia, l’invecchiamento sempre più pesante della popolazione; con la conseguente scarsa propensione all’attivismo di quelli che essendo vecchi non sono più grandemente attivi;
    l’eccessiva protezione che questi vecchi a danno dei “giovani”; poi i giovani , che, pur con tutte le scuse di questo mondo, non si riproducono. Neppure.
    Il governo potrà fare e dire quello che si vuole, ma se non sono i giovani a spingere fuori i vecchi dalle classi dirigenti, non andremo più molto lontano. Persino i vituperati immigrati stanno uscendo dall’Italia. Pensiamoci un pochino su.
    Piergiorgio Visintin (quasi ottantenne)

  6. Gabriele

    Come dice Michele, la differenza tra i dati ISTAT e INPS non può essere spiegata unicamente dal fatto che quest’ultima tiene conto anche di più rapporti di lavoro in capo ad uno stesso individuo. Questa spiegazione sembra logicamente superficiale, anche perché parliamo di contratti a tempo indeterminato. Ci sono altri fattori (tra cui il fatto che l’ INPS tiene conto solo dei rapporti di lavoro nel settore privato) che potrebbero spiegare questo mezzo milione di differenza. Prima di fare certe dichiarazioni di vittoria (“aumento delle assunzioni nel settore privato pari a 600mila posizioni”) aspetterei che INPS e ISTAT facciano maggiore chiarezza al riguardo.
    Se avessimo usato gli stessi dati, nello stesso modo che vengono usati oggi, avremmo potuto esultare anche nel 2013, quando l’ISTAT registrava una diminuzione degli occupati dipendenti di 154mila unità mentre l’ INPS registrava una variazione netta positiva (+241mila) di rapporti di lavoro subordinato.
    Sempre nel 2013:
    ISTAT -118 mila occupati permanenti
    INPS (nuove assunzioni tempo indeterminato + trasformazioni a indeterminato – cessazioni) +152mila.

  7. Maurizio Cocucci

    In tema di occupazione occorre fare una seconda precisazione circa i dati dell’Istat e quelli dell’Inps in quanto l’Istituto di Statistica fa una rilevazione per l’appunto statistica e a campione su oltre 250 mila famiglie mentre l’Inps fornisce dati certi, per quanto riferiti al numero di contratti e non di persone come scritto nell’articolo. Quindi quelli dell’Istat sono dati stimati sul numero di occupati, disoccupati e inattivi (e lo scrive ogni volta nei suoi comunicati) sulla base delle indagini eseguite presso le famiglie in questione così come riportato anche in un recente comunicato. Questa precisazione per dire che il giudizio circa l’efficacia delle misure del governo per il 2015 è certamente positivo in quanto l’anno scorso si sono registrati, secondo i dati pubblicati dall’Inps nell’Osservatorio sul Precariato, 1.870.959 nuovi contratti a tempo indeterminato (contro 1.273.750 del 2014), 492.729 trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine (329.848 nel 2014) e 85.352 apprendisti trasformati a tempo indeterminato. Se passiamo alle cessazioni, il numero di contratti a tempo indeterminato che si sono chiusi nel 2015 sono stati 1.684.911 (1.725.006 nel 2014) da cui si evince l’efficacia delle misure adottate che però possono influire non sull’occupazione nel suo complesso ma sulla dinamica al suo interno in termini di rapporti di lavoro. Per creare nuova occupazione occorre intervenire con altre misure come ribadito recentemente da Mario Draghi.

  8. Michele

    Attenzione perche Inps nel suo comunicato stampa fa una affermazione importante: “E’ presumibile che a questo incremento [606000] nel numero di posti di lavoro corrisponda un analogo incremento nel numero di occupati dipendenti regolari.” Quindi Inps sembra mettere direttamente a confronto la sua stima con quella Istat: 135000. Come sono costruiti i dati Istat è ben noto. Molto meno – almeno per me – i dati Inps. Certamente i due dati sono inconciliabili salvo che si pensi ad una emersione massiccia di lavoro nero, cosa compatibile anche con l’aumento dei voucher. In sostanza: la nuova occupazione sarebbe solo quella dell’istat (135k) il resto è regolarizzazione

  9. Michele

    Difficile capire come interpretare i dati INPS. Nel comunicato stampa del 16/2 Inps ci dice che le assunzioni sono state 5,4 milioni e il saldo netto + 0,6 milioni. Ci dice però anche che il campo di osservazione riguarda 11.7 milioni di lavoratori al dicembre 2014 (lavoratori dipendenti del settore privato e enti pubblici economici). Questo vorrebbe dire che ogni lavoratore cambia lavoro mediamente ogni 2 anni, cosa assolutamente inverosimile.

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