Su concorrenza e mercati, il governo Renzi ha avuto la capacità di mettere in agenda temi in rottura con il passato. Ma si è visto anche un intrecciarsi di visioni più dirigiste e approcci più liberali. I casi della legge sulla concorrenza e del piano strategico per lo sviluppo della banda larga.

Il percorso delle legge sulla concorrenza

A ventiquattro mesi dall’insediamento del governo Renzi è possibile tracciare una valutazione di insieme su quanto fatto nell’ambito delle politiche di promozione dei mercati e di sviluppo di alcuni settori strategici. Dai principali provvedimenti emerge con chiarezza anche l’approccio, o meglio gli approcci che hanno ispirato le linee di intervento del governo. Con un alternarsi tra fasi caratterizzate da un protagonismo dell’attore pubblico che ha rinverdito i fasti delle politiche industriali e altri passaggi dove invece il rapporto tra politiche pubbliche, attori privati e mercati ha seguito una impostazione più articolata e plurale. Da questo punto di vista due sono i temi importanti che permettono di individuare queste impostazioni sottotraccia.
Il primo riguarda l’accidentato percorso della legge sulla concorrenza, varata nel febbraio 2015 come disegno di legge in ottemperanza all’articolo 47, legge 23 luglio 2009, n. 99 che prevede un Ddl annuale che affronti di volta in volta i nodi irrisolti per l’apertura dei mercati. Merito va al Governo Renzi di aver per la prima volta attuato questo passaggio, dopo che Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta avevano “saltato il turno”. Il disegno di legge, che abbiamo più volte commentato, nasceva con alcune ambizioni e alcune debolezze, frutto di compromessi politici tra interessi e lobby differenti. Ma manteneva una sua ampia articolazione, intervenendo su assicurazioni, comunicazioni, servizi postali, energia, servizi bancari, servizi professionali, servizi sanitari. Positiva anche l’interazione con l’Autorità antitrust, che per una volta poteva giocare d’anticipo e non solamente di rimessa rispetto a leggi distorsive della concorrenza già approvate. Insomma, nella sua fase di avvio il Ddl sulla concorrenza segnalava un approccio innovativo rispetto al passato, in cui il governo scommetteva sullo sviluppo dei mercati in molti settori e attività in grado di promuovere l’efficienza e rimuovere vincoli alla crescita.
Purtroppo le fasi successive, che ancora non si sono concluse con l’approvazione del documento definitivo da parte del parlamento, hanno segnato un forte arretramento rispetto alle aspettative, con una paziente e meticolosa opera di limatura e depotenziamento di molti aspetti del testo iniziale attuata nelle Commissioni parlamentari e in sede di voto.
Se la valutazione negativa non può essere addebitata direttamente al governo, ma semmai associata alla palude dei mille interessi trasversali che spesso caratterizzano gli equilibri parlamentari, tuttavia occorre trarre una conclusione relativa al processo di approvazione della legge sulla concorrenza. Che nel cammino parlamentare ha perso molti pezzi, ma non ha trovato nemmeno quella difesa forte del testo originario a cui su altre materie il governo Renzi ci ha abituato. Se, in altri termini, è nel parlamento che le lobby trasversali si muovono, non abbiamo visto tuttavia nell’azione del governo una convinta difesa di quanto inizialmente previsto. Fino a portarci a dubitare dell’utilità della legge sulla concorrenza così come originariamente concepita: il rischio, infatti, è che attraverso lo strumento si aprano capitoli che poi, in sede di approvazione parlamentare, vengano riportati ancora più indietro rispetto a quello che era lo status quo di partenza. Meglio sarebbe pensare a strumenti, quali la legge delega, che lascino al parlamento il compito di indirizzo generale, ma poi pongano al riparo l’implementazione della legge dal potere di interdizione delle mille lobby.

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Il piano per la banda larga

Il secondo capitolo che ben rappresenta gli approcci presenti nella compagine governativa riguarda il piano strategico per lo sviluppo della banda larga, di cui abbiamo più volte discusso in questo sito. Il governo ha avuto il merito iniziale di porre con forza la questione del ritardo dell’Italia nello sviluppo di questa infrastruttura essenziale.
Il piano, approvato in prima battuta nella primavera del 2015 e poi precisato e ridefinito nei mesi successivi, ha oscillato a seconda delle fasi tra una impronta estremamente dirigista, in cui venivano indicate particolari soluzioni tecnologiche e in cui l’interazione tra operatori privati delle telecomunicazioni e soggetti pubblici prendeva quasi la dimensione di una competizione per la primazia, e impostazioni più equilibrate, dove pubblico e privato sono immaginati operare in modo complementare senza inutili competizioni, ma portando il supporto pubblico là dove il ritorno privato non è sufficiente.
In conclusione, i due anni del governo Renzi hanno visto, in materia di concorrenza e mercati, una capacità di porre i temi in agenda in rottura con il passato e un intrecciarsi tra visioni più dirigiste e approcci più convinti rispetto allo sviluppo della concorrenza e agli effetti positivi di un contributo decentrato e indipendente degli attori economici. L’anima dirigista e quella liberale, insomma, sembrano convivere alternandosi nel connaturare le politiche del governo Renzi.

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