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  1. Mario Rossi Rispondi
    Diciamo che questi numeri li giochiamo al lotto! il se fosse di questo articolo non tiene conto del fatto che in tutti i paesi che ora si difendono sullo scenario mondiale sono state fatte riforme che hanno addirittura esclusa dalla politica chi le ha fatte e non dopo il 2008 ma decenni prima. In Italia va sempre bene tutto perchè per noi l'opportunità europea non è quella di crescere e svilupparsi ma quella di poter agganciare un treno che ti tirerà senza alcuno sforzo. Tutto ha funzionato fino a quando il mercato finanziario mondiale pompava liquidità a non finire poi dopo gli altri paesi si sono resi conto di avere 2 palle al piede: Grecia e Italia. E non è che ardono di slancio per portarsele dietro
  2. marcello Rispondi
    Non entro nel merito dei numeri, ma sulle tendenze solo per dire che già nel 2010, molti economisti facevano notare che, ceteris paribus, sarebbero occorsi almeno 20 anni per tornare ai livelli di Pil del 2008. Certo poi c'erano gli apologeti dell'austerità o della vendita delle riserve auree, che oggi sono però tutti scomparsi, mi sembra. L'articolo mostra come dice da anni Krugman che esiste una differenza sostanziale tra tassi e valori assolluti, per cui la Spagna che nel 2015 è cresciuta del 3,2% è comunque a -16% rispetto al Pil del 2008. I problemi dell'industria italiana sono ben noti: dai manager (il 47% ha la licenza media!), la struttura societarie, il capitale, la dimensione, ecc. che rendono il ns valore aggiunto circa la metà di quello tedesco. Che fare? Solo gli investimenti pubblici possono riattivare la crecsita attraverso il moltiplicatore fiscale Come evitare sprechi e ineffciienze? La risposta è banale: investire in reti ed energia: Abbiamo interi territori che mancano di acqua potabile, abbiamo reti stradali fatiscenti, porti ridicoli, reti ITC preistoriche, ferrove locali da quarto mondo, tranvie urbane da ridere. Qui dove si mette mano non si sbaglia e gli sprechi possono essere resi minimi. C'è solo da lanciare il cuore oltre l'ostacolo di Bruxelles.
  3. Henri Schmit Rispondi
    L'art. tocca il cuore del problema; ma la questione non è se la crisi non si fosse verificata, bensì se l'Italia con o senza crisi avesse fatto riforme serie. Il periodo di riferimento è fuorviante perché assume fantasia finanziaria italiana con tassi tedeschi. Alla fine del 2008 in una riunione di Assoimmobiliare un operatore estero faceva presente che i loro modelli prevedevano un caduta dei valori (immobiliari, più volatili, quindi un ottimo indicatore) tale che non sarebbero tornati ai livelli pre-crisi prima del 2014. Tutti (gli Italiani) intorno al tavolo ridevano. Oggi non ride più nessuno. Bisogna finalmente arrendersi alla realtà: il mondo economico (globale) è fondato sulla concorrenza fra prodotti, aziende e .... paesi. Spetta alla governance economica creare le condizioni per stimolare l'investimento (meglio: certi investimenti) attraverso la prevedibilità di ritorni competitivi con certezza giuridica, amministrativa e fiscale oltre ad altri fattori (geografici, storici, umani) in cui l'Italia spesso eccelle.Queste condizioni valgono sia per l'investimento domestico che per quello estero in Italia. Le multinazionali da anni lasciano la penisola; rimane poco oltre le catene alberghiere e i supermercati. Una politica fiscale demagogica che lancia caramelle alla domanda (all'elettorato) ha vanificato i pochi miglioramenti creati attraverso il jobs act. Se manca la testa, non si va da nessuna parte. Non è colpa dei limiti di bilancio, l'UE è una grande opportunità!
    • bob Rispondi
      ...vero quello che lei sostiene, dimentica però un "piccolo" particolare : l' Italia sono circa 30 anni che non ha più un sistema-Paese. E quello che lei sostiene si affronta con un sistema integro e politici lungimiranti e non con 21 bande di "signorotti" che neanche le "caramelle" hanno distribuito . Un Paese serio e culturalmente adeguato non avrebbe permesso che attraverso la magistratura si annientasse una intera classe politica per sostituirla con miseri "masanielli". Un Paese senza memoria è un Paese senza futuro
    • Aldo Mariconda Rispondi
      Concordo totalmente con Henri Schmit. Mi chiedo, perché in Italia i politici non fatto le riforme serie e radicali necessarie alla competitività e allo sviluppo? Anche da prima della crisi, da circa 20 anni il ns. PIL è di circa un 1% inferiore alla media EU e di un 2% rispetto a quello dei Paesi più dinamici. Perché la Svezia dal '90 al '97 ha avuto il coraggio delle vere riforme? Perché, pur in tempi diversi, Margareth Thatcher in UK e Smith in Germania anche, affrontando come conseguenza la perdita del potere? Abbiamo bisogno di leaders, come lo sono stati De Gasperi, Adenauer, Schumann, non di piccoli uomini che guardano al complicato intreccio dei consensi e non hanno il coraggio di rompere certi equilibri!
    • Amegighi Rispondi
      Sono perfettamente daccordo. L'idea e la progettualità a lungo termine (cioè un termine che coinvolge seriamente il ragionare sulle "strutture") non fa parte attualmente nè dell'orizzonte governativo (statale e locale) o privato. Prendiamo la spesa per la Ricerca e Sviluppo. Analizzando i dati forniti ogni anno dalla National Science Fundation (principale ente di finanziamento della Ricerca Federale negli USA; nsf.gov), risulta che gli USA rappresentano, da soli, il 30% dei fondi mondiali per Ricerca e Sviluppo. I Paesi Asiatici (compresa India), un restante 30%; l'UE un 20%. La Germania un 8%. Non c'è dubbio che ciò corrisponda alla potenza economica di queste nazioni/regioni. UE ha spinto e spinge ad investire di più in Ricerca e Sviluppo. I Grant Europei dell' ERC rappresentano un tentativo di unificazione, regolazione e centralizzazione del finanziamento europeo della ricerca per evitare doppioni e sprechi. In Italia remiamo contro corrente con un misero 1% del PIL in ricerca ed una spesa privata praticamente inesistente. Su questo il (anzi i) Governo (i) non fanno niente ormai da innumerevoli anni, lasciando un patrimonio umano di ricercatori agli altri paesi UE (libera circolazione di lavoratori, ragazzi...) e non spingendo per un reale ammodernamento e miglioramento tecnologico delle nostre imprese. Poi i nodi vengono al pettine e non si risolvono con la bacchetta magica. Mettere in piedi un laboratorio funzionante ed efficiente richiede anni.
  4. giospe Rispondi
    Non c'è alcuna allegria per troppo tempo quindi. Serve, ma non basta, un cambiamento sensibile e rapido degli stili di vita e consumo, che la crisi ci ha indotto a vivere. Azioni più incisiva si possono fare se tutti i soggetti dell'Arena politica nazionale ed UE, danno la stessa lettura della prospettiva qui esposta. Di conseguenza le risorse necessarie vanno reperite ladfove abbondano a ladfove di annidano molte situazioni di privilegio fiscale, sociale, sanitario, previdenziale, finanziario ed imprenditoriale. In assenza di ciò di testa la posizione nota delle vignette di Altan!