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  1. Mita Marra Rispondi
    Mi permetto di dissentire e di avanzare le mie riflessioni sinteticamente. La perdita del diritto all'assegnazione dell'incarico rafforza il ruolo della valutazione delle performance dirigenziali come forma di riconoscimento del merito oltre all'incentivo dell'ingraziarsi il politico. La PA deve apprendere a meglio utilizzare le proprie risorse umane. Nelle imprese il turnover dei manager è più frequente e non per questo non è garantita la continuità della gestione e del coordinamento. La rotazione dei dirigenti prevista dalla legge anticorruzione non è sempre possibile, quando specifiche competenze tecniche (in ASL o ARPA) non sono sostituibili all'interno dell’amministrazione. Il ruolo unico può innescare l’upgrading delle competenze manageriali che sono sovente più carenti negli Enti locali. La riserva di dirigenti disponibili permetterebbe una migliore selezione del personale rispetto alle esigenze dei vari contesti della PA. Anche in questo caso, la valutazione potrebbe essere utile ad orientare la scelta al fine di garantire maggiore indipendenza della dirigenza rispetto alla politica. La presunta imparzialità è il comportamento del dirigente avverso al rischio che non decide per non incorrere nella responsabilità penale. Quando un dirigente prende una decisione, questa diventa una scelta politica che può avvantaggiare alcuni gruppi sociali e svantaggiare altri. Cruciale è la capacità di assumersi la responsabilità delle scelte compiute nei confronti dei cittadini.
  2. antonio orazi Rispondi
    l'imparzialità della PA è come l'araba fenice
  3. Maurizio Daici Rispondi
    Per coerenza il governo dovrebbe prevedere la responsabilità amministrativa per gli organi politici, per gli atti adottati, e introdurre forme davvero efficaci e tempestive di controllo di legittimità da parte di organi indipendenti.
  4. Fabio Rispondi
    Il mio parere è che non si possano ritenere sullo stesso livello pubblico e privato. Ciò non vuol dire che il pubblico non possa essere licenziato ma che il criterio deve essere differente. Il dirigente privato risponde agli interessi di una proprietà. Il dirigente pubblico dovrebbe rispondere agli interessi di una collettività. Se nel primo caso chi giudica coincide con chi beneficia dell'attività del dirigente, nel secondo è decisamente diverso. La posizione di dirigente pubblico che si oppone ad un interesse privato in contrasto con il bene pubblico da chi è giudicato. Questa è l'esasperazione della fallita riforma Bassanini che "contrariamente alle intenzioni", ha mantenuto sotto lo stretto controllo politico l'attività amministrativa.
  5. Michele Rispondi
    Anche considerata la diversa natura e i diversi obiettivi di una PA, trovo negativo che un dirigente pubblico debba essere più tutelato di uno nel privato. Tra l'altro i rischi evidenziati ("lecchinaggio" e conservazione della poltrona) esitono pure nel settore privato. Se da un certo punto di vista le conseguenze di questi comportamenti nel settore privato sono potenzialmente più limitate (se una cattiva dirigenza fa fallire un'azienda, ci rimettono i "pochi" dipendenti e non la "collettività" - solo se è piccola perà), non è che allora è meglio garantire le capre perché, se le capre non si sentono al sicuro, la collettività è a rischio. Ci teniamo perdite garantite (dalle capre) per paura di eventuali perdite più consistenti? Scusate, ma io punto alla crescita e faccio pagare chi sbaglia. Tra l'altro non trovo nemmeno giusto che il licenziamento di un dirigente sia una scelta esclusiva della politica: a mio avviso ci dovrebbe essere un referendum o comunque qualche meccanismo che subordini il licenziamento del dirigente alla riconferma elettorale del politico di turno. Se gli obiettivi politici sono irrealistici, deve perdere il posto il dirigente chiamato a realizzarli?
  6. Maurizio Fenati Rispondi
    IL dirigente deve essere trasversale e se necessario licenziabile, altrimenti non è tale; vedasi il settore privato. Semmai devono esserci criteri nazionali e trasparenti di valutazione (in molte amministrazioni gli obiettivi fanno ridere e si premiano tutti) Sarà dura. L'unico serio limite, per la consueta mancanza di coraggio e coerenza, è il possibile aumento di dirigenti di nomina politica, in realtà si dovrebbe ridurre drasticamente il numero di dirigenti.
  7. Salvatore Rispondi
    Chissà perché ciò che è permesso nel privato non può essere applicato nel pubblico, il dirigente deve sapere che accettando la nomina non ha più la sicurezza del posto garantito, e quelli del privato lo sanno bene. Basta con questi privilegi, se non ve la sentire di fare i dirigenti rifiutate la nomina.
  8. Giuseppe Rispondi
    Purtroppo le gravi conseguenze individuate dal Dott. Ferrante sono proprio gli obiettivi di questa "nuova" (?) classe politica. Una reazione organizzata, forte e bene argomenteta potrebbe sortire atti di resipiscenza? Ne dubito considerato il clima dominante di astio verso la burocrazia ed il populismo con cui è cavalcato. Ci si dimentica sempre che la "burocrazia" applica le leggi prodotte dai politici
  9. Nicolo boggian Rispondi
    Stesse regole e maggiore passaggio tra pubblico e privato sono a mio avviso le condizioni per rendere più accettata e aderente alla realtà la funzione della pubblica amministrazione. Una carriera solo nella Pa non è più sostenibile per il dirigente e per la società nel complesso
  10. Bruno Cipolla Rispondi
    L'autore scrive: "Due le possibili, gravi conseguenze: la fidelizzazione del dirigente al nominante (politico o alto burocrate poco importa), così da assicurarsi un nuovo incarico; e un colpo mortale all’imparzialità dell’azione amministrativa, in cui ogni autonomia potrebbe essere subordinata alla conservazione della sedia." E' esattamente quello che serve ad un potere centrale politico/partitico forte, quello che sta costruendo lo "statista" bambino di Rignano.