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Più fusioni tra comuni con i giusti incentivi

La commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni: sono ora il 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010. Vincolare le erogazioni ai risultati per far decollare le aggregazioni.

Un lungo percorso di riforma

L’11 dicembre la commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni, che passano così dal 20 al 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010.
La notizia arriva del tutto in controtendenza rispetto a quanto accaduto finora sul tema delle gestioni associate obbligatorie per i piccoli comuni, che ha visto uno slittamento continuo del termine ultimo per l’adeguamento, ora posticipato al 1° gennaio 2016.
Se ripercorriamo i punti salienti dell’associazionismo comunale in Italia, si possono ricordare quattro fasi:

– anni Settanta: nascono i governi regionali e vengono elaborate (in qualche caso) le mappature delle associazioni intercomunali e delle zone socio-sanitarie;

– anni Novanta: la legge 142/90 introduce le fattispecie su cui oggi si continua a dibattere: unioni e fusioni;

– anni Duemila: la legge 265/1999 riforma gli strumenti associativi che hanno avuto poco successo (cade l’obbligatorietà della trasformazione delle unioni in fusioni, si introduce un corposo sistema di finanziamenti, si ribadisce il potere delle regioni nell’individuazione di bacini ottimali); la riforma costituzionale del 2001 e la legge sul federalismo fiscale (legge 42/2009) spingono sul decentramento;

– dal 2008: sono gli anni della crisi, in cui lo Stato recupera un ruolo centrale in materia di assetti locali per contenere la spesa pubblica.

Pochi risultati

Un bilancio dei risultati ottenuti è illustrato nel grafico 1. La legge 142/90 non ha dato quelli sperati, perché la prospettiva della fusione obbligatoria è stata osteggiata dagli enti locali. Diverso effetto sembra aver sortito la normativa che proprio quel vincolo ha rimosso (legge 265/99). Tuttavia, occorre tener presente che le soluzioni, lasciate allo spontaneismo dal basso, hanno inseguito di volta in volta i finanziamenti disponibili (nazionali e regionali), senza dar luogo a soluzioni stabili. Con la legislazione della crisi c’è stato un nuovo impulso alle unioni di comuni, ma il fenomeno è in parte il risultato della mera trasformazione delle preesistenti comunità montane, cui sono stati tagliati i finanziamenti.
A fine 2014, il bilancio è dunque molto magro: le unioni interessano il 24 per cento dei comuni e il 14 per cento della popolazione; quelle effettivamente operative, che cioè hanno presentato un bilancio, sono ancora meno (nel 2012, 230 a fronte delle 367 esistenti sulla carta) e comunque il loro peso sulla spesa complessiva degli enti locali resta inferiore all’1 per cento.

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grafiommi

Dal 2014 è poi emerso per la prima volta il fenomeno delle fusioni. Come ha confermato anche recentemente la Corte dei conti (audizione parlamentare del 1° dicembre 2015), questa soluzione è da considerarsi la migliore rispetto alle altre forme di associazionismo, perché produce risparmi di spesa certi. I fattori che l’hanno finalmente avviata sono da individuarsi negli incentivi erogati, uniti all’esenzione dal rispetto del patto di stabilità e, soprattutto, dall’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali. Gli incentivi sono di tutto rilievo per piccole realtà: un comune nato da una fusione di dimensione molto piccola, come Fabbriche di Vergemoli (Lucca) (800 abitanti dopo la fusione), riceve un contributo annuo pari 110mila euro, mentre un comune medio come Figline e Incisa (Firenze) (23mila abitanti) circa 1 milione di euro per anno. Il contributo è previsto per i dieci anni successivi alla fusione.
Se il fenomeno è senz’altro positivo, occorre tuttavia considerare che i numeri restano ancora molto piccoli (26 casi, per un totale di 62 comuni coinvolti nel 2014) e i risultati in termini dimensionali modesti (solo 7 casi su 26 hanno dato origine a enti con più di 10mila abitanti e solo 2 su 26 a enti con più di 20mila). Il rischio è che, se lasciato al più assoluto spontaneismo, il percorso si dimostri assai dispendioso in termini di tempo e risorse e che finisca per produrre risultati modesti.

Aumentare gli incentivi? 

Il potenziamento degli incentivi economici dedicati alla soluzione migliore (la fusione) può senz’altro rappresentare uno strumento efficace, che deve però essere bilanciato da una valutazione stringente dei risultati.
Ad esempio, gli incentivi potrebbero essere erogati solo per soluzioni di massa critica sufficiente. Per valutare questo secondo aspetto si può far ricorso al raggiungimento di una soglia demografica significativa (almeno 10mila abitanti), oppure alla corrispondenza ad alcuni ambiti ottimali ormai consolidati, come i sistemi locali del lavoro (che rispecchiano il comportamento reale degli individui) o gli ambiti di programmazione dei servizi socio-sanitari o educativi (ambiti che corrispondono più precisamente al concetto di servizi di prossimità).
Occorre, infine, prevedere un potere di sostituzione nel caso di inadempienza, giustificabile con motivi di interesse pubblico prevalente: l’iper-frammentazione, infatti, assorbendo risorse per il funzionamento delle strutture, toglie servizi ai cittadini.

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  1. Con i controlli interni d’oggi e il Segretario scelto dal sindaco, un accorpamento si traduce in più consistente accentramento di poteri.
    L’effetto che ne esce è un maggiore controllo delle segreterie dei partiti su un minore numero di enti locali; un’accresciuta dimensione di appalti e servizi, con quel che segue.
    Il rischio per il sistema democratico è di una maggiore disaffezione, un aumento della barriera fra cittadini e potere locale.
    Qualche utilità si può .avere, ma va ripensato, e non di poco, il sistema della gestione locale.

    • bob

      …dividiamo i Comuni esistenti in condomini? La fine di questo Paese ha una data: anni’ 70 avvento delle Regioni con tutto quello che ne è conseguito tra cui un arretrameto culturale delle persone spaventoso

      • Emilio

        Il problema va visto anche in ottica di sviluppo. Solo entità che raggiungono una massa critica ( patrimonio,competenze, territorio, ) omogenee(teoria, cultura ecc.)guidate da Istituzioni democraticamente elette e non da organi politici o consortili di secondo livello possono esprimere politiche di sviluppo attrattive di investimenti anche europei.
        I piccoli comuni di territori frammentati e periferici sempre più poveri di risorse, saranno condannati alla marginalizzazione.
        Per approfondimenti vedi il sito http://www.amiunacitta.it che propone e documenta la necessità di fusione per i Comuni della Zona omogenea Eporediese (Ivrea) nell’ambito della C.M. Di Torino.
        Ovviamente il progetto si pone e affronta il problema della salvaguardia delle identità locali e dei servizi di prossimità ai Cittadini.

  2. Giunio Luzzatto

    C’è da augurarsi che questa volta il tentativo abbia successo, ma le esperienze passate sono negative. Un caso: negli anni ’90 la regione Liguria fece uno stanziamento abbastanza cospicuo per incentivare le unioni, ma: l’intero fondo passò poi “in economia” per assenza di domande.
    Se anche questa volta gli incentivi fallissero, occorreranno norme cogenti: attente alle specificità locali (zone montane, etc,), e non basate su criteri meramente numerici, ma comunque imperative. Un Comune di 10.000 abitanti non è meno “democratico” rispetto a uno di 500.

  3. Filippo Crescentini

    Ogni comune soppresso per accorpamento con altri comuni o per incorporazione in un altro comune costituisce una riduzione della democrazia. In Francia hanno 36.000 comuni contro i nostri 8.000 e nessuno si sogna di sopprimerli. tanto meno quelli più piccoli. In Francia, però, è molto sviluppata quella che chiamano la “intercomunalità”, ovvero forme associate di gestione dei servizi. Il comune rimane nella sua entità istituzionale e di rappresentanza politica e gestisce i suoi servizi in forma associata con altri comuni. Si fa prima e meglio a rendere obbligatorie o a incentivare le gestioni associate dei servizi piuttosto che ad incentivare le fusioni. Sperando che a nessuno venga in mente di procedere dall’alto a fondere i comuni.

  4. EzioP1

    Il confronto con la Francia non regge, la scuola francese per l’amministrazione pubblica è di alta qualità e serietà, al punto che in Francia i manager dell’amministrazione pubblica sono considerati più qualificati rispetto a quelli del privato. Da noi i manager delle amministrazioni pubbliche centrali e locali sono considerati di scarsa qualificazione e di dubbia serietà a causa dei continui scandali cui assistiamo. In un ambiente simile solo un intervento autoritario dall’alto e su tutte le aree della gestione pubblica locale può aiutare a cambiare l’ambiente, lasciarlo in mano a quelli che amministrano ora significa continuare con gli scandali e la mala gestione. Gli esempi di aggregazioni fatti su base volontaria che abbiamo sottocchio non sono certo incoraggianti, sono più orientati ad acquisire i vantaggi e le promozioni che non a risparmiare e gestire correttamente il denaro pubblico.

  5. Giovanni De Lorenzi

    L’aumento degli incentivi previsto dalla legge di stabilità 2016 per gli enti che si fondono è senza dubbio un’ottima iniziativa, anche perché potrebbe “compensare” l’altro importante fattore rappresentato dall’esenzione dal patto di stabilità per gli enti che decidono di venire a fusione. Infatti a partire dal 2016 anche gli enti che si fonderanno saranno assoggettati alla nuova regola del pareggio di bilancio. Altri benefici per gli enti che si fonderanno sono comunque rappresentati dal criterio di determinazione della spesa di personale, che sarà rapportata alla spesa fatta registrare nell’anno 2008. Nel merito dell’articolo di Sabrina Iommi devo dire che mi sembra molto interessante agganciare il valore degli incentivi ad una valutazione sui risultati: immediato e facilmente misurabile è la soglia demografica raggiunta dalla fusione (ad esempio si potrebbe assegnare l’incentivo massimo per fusioni che superano i 5.000 abitanti e ridurre l’incentivo quando non viene superata tale soglia).

  6. ferruccio

    noi nel territorio dove abito sono 30 anni che parliamo di comune unico, mai andato in porto. Sia centrodestra che centrosinistra, ricordo il governo berlusconi con il discorso fusioni di comuni sotto i 1000 abitanti che il centrosinistra, ogni tanto in modo schizzofrenico passano da voglia di fusioni a difesa ad oltranza dei piccoli comuni. Poi con Uncem che propone cose ridicole come i 6000 campanili non si arriverà mai a nulla su fusioni. L’unica è obbligare che piaccia o no.

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