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Il libro dei sogni dei servizi ai disoccupati

I decreti attuativi del Jobs act delineano molto bene i servizi da destinare ai disoccupati. Ma tutto ciò rischia di rivelarsi solo un libro dei sogni. Perché le risorse pubbliche in termini di personale e finanziamenti restano scarse. Per realizzare gli obiettivi servirebbero 4,5 miliardi in più.
I servizi previsti dal Jobs act
La riforma del mercato del lavoro che deriva dai decreti attuativi del Jobs act è molto ben congegnata nella descrizione dei servizi da rendere ai disoccupati, ma rischia di rivelarsi un libro dei sogni.
Il problema non consiste tanto nel definire i sistemi di aiuto, ormai consolidati e noti, quanto nelle risorse. E le risorse pubbliche restano irrimediabilmente ed eccessivamente scarse. Infatti, mancano all’appello circa 4,5 miliardi, a essere generosi. Vediamo il perché.
La riforma (il decreto legislativo 150/2015) ha specificato in modo corretto e convincente le funzioni e i servizi da rendere ai disoccupati, puntando in particolare su:
– profilazione del fabbisogno di ricerca di lavoro;
– stipulazione di un patto di servizio individualizzato, col quale definire le attività di assistenza più o meno intensiva nella ricerca di lavoro;
– orientamento di base o specialistico;
– proposte di formazione, lavoro o tirocinio.
Tra gli strumenti più innovativi, vi è senz’altro il contratto di ricollocazione: prevede che i servizi pubblici per il lavoro assegnino a disoccupati percettori della Naspi, la cui disoccupazione ecceda i quattro mesi, una somma di denaro finalizzata a ricevere un pacchetto di servizi combinati per la ricerca intensiva di lavoro.
Rilevante è anche il nuovo sistema che ha l’obiettivo di sollecitare i disoccupati percettori di ammortizzatori sociali a cercare effettivamente lavoro (condizionalità), che punta sul patto di servizio personalizzato. Conterrà una serie di adempimenti obbligatori, quali periodiche verifiche delle azioni intraprese dai lavoratori per ricollocarsi, attraverso incontri con i responsabili delle attività, oltre all’obbligo per i servizi di proporre occasioni di formazione e lavoro. Laddove i destinatari non adempiano alle azioni previste dai patti, scattano misure sanzionatorie che progressivamente decurtano i sostegni al reddito percepiti, fino anche alla decadenza.
50 ore per ogni disoccupato
Ovviamente, l’insieme delle azioni da svolgere implica una riorganizzazione delle attività finalizzate ad assicurare ai disoccupati un aiuto effettivo nella ricerca di lavoro.
La regione Lombardia, con un uno studio di luglio 2015, ha misurato la quantità di lavoro necessaria per garantire a ogni disoccupato l’intera gamma dei servizi previsti, stimandola in 163 ore a persona. Il medesimo studio, tuttavia, stima in 50 ore a disoccupato il carico effettivo, considerando che difficilmente i servizi previsti saranno erogati per tutti nel livello massimo.
Prima di analizzare gli effetti organizzativi ed economici, è bene ricordare un dato: in Italia i servizi pubblici per il lavoro sono retti da circa 7mila dipendenti (ancora operanti nelle province, ma destinati, per effetto del decreto legislativo 150/2015 a passare entro il 2017 alle regioni o all’Agenzia nazionale per le politiche del lavoro), con un investimento complessivo di circa 700 milioni. In Germania, i dipendenti addetti ai servizi pubblici per il lavoro sono oltre 100mila, con un investimento di circa 9 miliardi.
Se a ciascun disoccupato italiano (in totale sono 3,1 milioni) si dedicassero dunque le 50 ore stimate dalla regione Lombardia, occorrerebbe assicurare un carico di lavoro complessivo pari a 155 milioni di ore. Dividendole per il monte lavorativo annuo di 1.720, si scopre che i servizi pubblici per il lavoro, sui quali il decreto legislativo intende puntare per raggiungere i risultati desiderati, dovrebbero poter contare su 90.116 dipendenti.
Proprio perché si è consci che servizi pubblici così sotto-dotati di personale (talora anche di competenze) non possono dedicare 50 ore a ciascun disoccupato, il decreto legislativo 150/2015 prevede la possibilità di riservare loro solo l’accoglienza e la concessione materiale dell’assegno di ricollocazione, mentre il pacchetto di ore di assistenza intensiva può essere affidato all’esterno alle agenzie ed enti autorizzati o accreditati.
La regione Lombardia offre una stima seria e credibile di un costo standard orario di 30 euro. Con i loro 7mila dipendenti, i servizi pubblici potrebbero assicurare 350mila dei 155 milioni di ore di lavoro necessari. Dunque, se si dovessero seguire (come sarebbe giusto) tutti i 3,1 milioni di disoccupati, i privati dovrebbero puntellare le carenze organizzative pubbliche con circa 154,6 milioni di ore, che moltiplicate per il costo orario stimato di 30 euro, darebbero un costo complessivo di 4,64 miliardi circa, quasi la metà della spesa tedesca in politiche attive per il lavoro e più di sei volte quella attualmente destinata a politiche attive in Italia.
La riforma potrebbe, allora, rivelarsi niente più che un elenco di ottime intenzioni, una sperimentazione che andrebbe a beneficio di una parte molto piccola di disoccupati.
 
 

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  1. Luca Tedesco

    Potreste indicare il link dello studio della regione Lombardia citato nell’articolo ?
    Mi sembra inoltre che nel testo ci sia un errore: quando si dice “Con i loro 7mila dipendenti, i servizi pubblici potrebbero assicurare 350mila dei 155 milioni di ore di lavoro necessari” é come se si moltiplicasse il numero dei dipendenti per il numero di ore da dedicare a ogni disoccupato (7mila per 50, uguale 350mila ore di lavoro). In realtá bisogna moltiplicare il numero di dipendenti per il loro monte lavorativo annuo (7mila per 1.720, uguale 12 milioni ore di lavoro). Dunque i privati non dovrebbero “puntellare le carenze organizzative pubbliche con circa 154,6 milioni di ore”, bensí con 143 milioni di ore. Il costo complessivo (al costo orario di 30 euro) sarebbe perció inferiore (4,29 miliardi invece di 4,64 miliardi, circa il 7,5% in meno).
    NB: ho arrotondato alcune cifre.

  2. La quantificazione del fabbisogno per i servizi al mercato del lavoro proposta da Luigi Olivieri mostra come il problema sia facilmente risolvibile sul piano finanziario: con un sistema di pagamento a risultato, come è previsto dal d.lgs. n. 150/2015, il costo del servizio erogato per mezzo dei contratti di ricollocazione sarebbe ampiamente coperto dal risparmio sui trattamenti di disoccupazione e dal gettito contributivo e fiscale prodotto dai nuovi rapporti di lavoro attivati (parliamo di 4 miliardi a fronte di una spesa per ammortizzatori sociali di oltre 20). D’altra parte, investire su di una struttura pubblica che è per lo più del tutto incapace di svolgere il servizio utile per la ricollocazione sarebbe come versare acqua in un secchio bucato. Il problema, dunque, non è di natura finanziaria, ma di natura amministrativa e organizzativa. Occorre porre i Centri per l’Impiego pubblici e i loro 7000 addetti in condizione di fungere da One Stop Shop per i disoccupati, cioè da cerniera tra gli utenti e gli operatori specializzati accreditati, capaci di fornire i servizi efficaci attraverso il contratto di ricollocazione. Per questo occorre un piano credibile di riorganizzazione e rilancio della rete di questi terminali territoriali. Questo piano avrebbe dovuto essere pronto prima del varo del decreto n. 150/2015: qui si registra un ritardo che va urgentemente superato. Per approfondimenti rinvio alla sezione “Lavoro” del mio sito: http://www.pietroichino.it.

  3. paolo borghi

    E’ una rivoluzione finanziaria e organizzativa quella di dotare il nostro paese di standard di poltca attiva del lavoro adeguati (all’investitura polett parlo di moltiplivare per 7 le risorse per i servizi per l’impiego e per 5 quella per la formazione rimuovendo gli sprechi).
    Non lo si puo’ fare con riforme a costo zero e non lo si puo’ fare semplicemente pensando d ricavare economie dal sistema degli ammortizzatoro sociali (è un cane che si morde la coda ma senza un forte investimento organizzativo iniziale e una forte capacità selettiva è ben difficile essere incisivi nella riattivazione dei non occupati e dei perdenti posto e acquisire capacità di tenuta sul mercato).
    Pensiamo alla qualità e quantita’ degli strumenti generali e personalizzati di informazione, orientamento, formazione nelle varie declinazioni che il Decreto 150 prevede.
    Inoltre occorre una riflessione sulle quote piu’ deboli e con maggiori difficoltà occupazionali che ricadranno nel medio lungo periodo, nel nuovo quadro di cooperazione competizione tra privato e pubblico, sulle spalle del malconcio sistema pubblico (di ultima istanza rispetto agli insuccessi) specialmente nel caso di messa in opera di lavori di pubblica utilità, finanziamento di tirocini, dell’azionamento dell’asdi o del reddito di cittadinanza (in molti casi richiedendosi una integrazione con i servizi sociali) .
    L’eventuale

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