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Bail-in all’italiana

Soluzione in vista per quattro piccole banche italiane dopo una lunga amministrazione controllata. Ma l’operazione non è esente da rischi e forse è prematuro dire che non costerà nulla al contribuente italiano. Interessi nazionali e applicazione coerente del regime europeo di risoluzione bancaria.

La nuova soluzione “creativa”
Dopo una lunga amministrazione controllata, per quattro banche italiane (Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Popolare Etruria e CariChieti), si è finalmente raggiunto il momento della risoluzione. Le quattro banche sono molto piccole (circa l’1 per cento complessivamente dei depositi italiani), ma le implicazioni del modo in cui l’operazione verrà condotta non lo sono.
Dopo il bail-in “creativo”, sperimentato quest’estate con Banca Romagna Cooperativa (e discusso qui), ci apprestiamo a vedere un secondo caso di soluzione “all’italiana” ai problemi del nostro settore bancario. La nota pubblicata da Banca d’Italia (nel suo ruolo di autorità di risoluzione) e il comunicato della Commissione europea ci danno alcuni dettagli, ma non quelli più interessanti.
Parte delle perdite sarà assorbita da azionisti e obbligazionisti subordinati. Si tratta del bail-in minimo previsto attualmente dal regime europeo che regola gli aiuti di Stato, prima dell’entrata in vigore nel 2016 della direttiva sulla ristrutturazione e risoluzione bancaria (Brrd), che prevede una partecipazione più estesa dei creditori privati alle operazioni di risoluzione. Le quattro banche saranno poi divise in due parti: una banca ponte “buona” e una bad bank che raccoglie le sofferenze dei quattro istituti.
Il capitale operativo delle banche ponte verrà portato al 9 per cento da un’iniezione del fondo italiano di risoluzione, che fornirà anche una garanzia alla bad bank. In totale, il contributo del fondo all’operazione sarà di circa 3,6 miliardi di euro.
Chi paga?
E qui è dove la storia diventa interessante. Il fondo di risoluzione è finanziato dalle banche italiane, quindi non si tratta di soldi pubblici. Ma il fondo non ha 3,6 miliardi a disposizione e così, per tenere il bail-in al livello minimo richiesto (cosa che richiede la risoluzione di queste banche entro fine anno) e mantenere lo Stato formalmente fuori dai giochi, i fondi sono stati “anticipati” da tre grandi banche italiane (Unicredit, Intesa e Ubi).
Il Sole-24Ore suggerisce che l’anticipo prenderà nei fatti la forma di due linee di credito distinte: una a lungo termine di 1,6 miliardi e una a breve termine di 2 miliardi (che andrebbe ripagata entro fine anno).
Assumendo che le quattro banche ponte risulteranno interessanti per qualche compratore, la linea a lungo termine sarà ripagata, ma è legittimo chiedersi quanto sia probabile vendere le sofferenze nella bad bank (e a che prezzo) e come sia possibile ripagare la linea di credito a breve entro fine anno. Il piano apparentemente prevede che le altre banche italiane anticipino quest’anno il loro contributo al fondo di risoluzione fino a un massimo di tre annualità. Va da sé che si tratterebbe di un ammontare significativo per i singoli istituti. Il Sole-24Ore suggerisce che, in cambio, il governo stia considerando un non meglio precisato “intervento fiscale”.
La storia è sicuramente nelle fasi iniziali e sarà interessante vedere quanto – e cosa – verrà confermato, ma possiamo già trarre alcune (ovvie) conclusioni. Primo, il piano di usare anticipatamente tre anni o più di contributi al fondo di risoluzione solo per evitare un bail-in più estensivo in queste quattro banche è quantomeno rischioso, perché riduce considerevolmente lo spazio di manovra nel caso in cui qualche altro istituto debba avere problemi nei prossimi anni. Secondo, se il piano non dovesse funzionare come previsto e la linea di credito a breve non potesse essere interamente ripagata da contributi delle altre banche, cosa succederebbe? Una nota di Banca Intesa dice esplicitamente che subentrerebbe la Cassa depositi e prestiti (partecipata all’80 per cento dallo Stato). Forse è un po’ prematuro, da parte della Banca d’Italia, affermare con certezza che i contribuenti non sosterranno alcun costo nell’operazione. Terzo, uno dei motivi principali dietro l’approccio “creativo” del governo italiano alla risoluzione bancaria è il fatto che i risparmiatori italiani hanno in portafoglio debito bancario (spesso venduto in maniera non esattamente trasparente) che li espone al rischio di perdite in fase di risoluzione. Ma gli schemi creativi altro non fanno che aggirare il problema e ritardare la soluzione, per cui i guai del sistema bancario italiano non sono ancora finiti. Da un punto di vista europeo, operazioni di questo tipo diventeranno molto difficili e probabilmente impossibili dopo l’entrata in vigore della Brrd nel 2016, ma suggeriscono che assicurare un’applicazione coerente e efficace del regime europeo di risoluzione bancaria sarà molto difficile, quando in gioco ci sono interessi nazionali.

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  1. Piero

    Bravi ben scritto. Aggiungo 3 postille. 1 come la Robin Tax le banche scaricheranno sulla clientela i costi 2 about la poca trasparenza che dire dei CoCoBond che nessuno sà cosa siano e che i Regolatori stimolano a piazzare x passar di mano i cerino 3 all’estero nn è che stiano meglio di noi in quanto a banche: e le francesi e tedesche (in ultimo la Db cioè la più grande in Europa) il bail out glielo abbiam fatto noi Italioti via Grecia…

  2. Carlo

    Ottima nota. Mi domando a cosa esattamente facciano riferimento gli aiuti di stato indicati nella press release della Commissione Europea e da dove deriva l’importo di 400m di euro che la stessa Commissione ha determinato.

  3. Piero

    Leggendo il comunicato della Banca d’Italia prendo atto che sono stati cancellati i diritti patrimoniali degli azionisti delle quattro banche, non mi risulta che vi sia stata un’assemblea dei soci in cui si prevedeva l’aumento del capitale sociale, assemblea dove gli azionisti potevano se volevano fare l’aumento. Con la strada del decreto, invece d’autorita’, gli attivi delle banche sono trasferiti a nuovi soggetti di proprietà del fondo di risoluzione e agli azionisti sono rimasti i crediti incagliati e in sofferenza. Se questa manovra fosse stata fatta da un imprenditore sarebbe stata una manovra distratti a di beni aziendali, punibile con le pene del reato di bancarotta. A questo punto mi pongo il problema della tutela dell’azionista, deve fare una causa contro il governo per la decisione presa che a mio avviso è incostituzionale?.

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