Il nostro sistema universitario è suddiviso in 367 settori scientifico-disciplinari, raggruppati in 188 settori concorsuali, con ripercussioni su didattica e avanzamenti di carriera. E se non è facile delineare confini disciplinari precisi, il buon senso suggerisce di evitare inutili segmentazioni.
Troppi settori per la ricerca
La legge di stabilità ha incrementato il fondo per il finanziamento ordinario delle università statali allo scopo di reclutare 500 professori universitari di elevato profilo scientifico. Il decreto non precisa alcuni importanti passaggi della gestione del programma. Ad esempio, non è chiaro come saranno organizzati i concorsi e come saranno composte le commissioni di valutazione. Si tratta di concorsi organizzati per “macro-settori” oppure si farà appello alla distinzione – ignota nelle università di molti altri paesi – tra settori concorsuali?
La domanda riapre una questione spinosa sul modo in cui è organizzato il sistema universitario italiano. Oggi, in base al decreto ministeriale del 30 ottobre 2015, in Italia ci sono 367 settori scientifico-disciplinari (Ssd), raggruppati in 188 settori concorsuali (Sc), 88 macro-settori e 14 aree, e ogni ricercatore o professore afferisce a uno specifico settore disciplinare (e concorsuale).
I settori scientifico-disciplinari dovrebbero rispondere a criteri di omogeneità scientifica e didattica. Tuttavia, cosa debba intendersi per omogeneità non è affatto chiaro. I professori universitari nella propria attività di ricerca sono solitamente impegnati in più aree e in studi di carattere interdisciplinare. Per quanto riguarda l’attività didattica, svolgono almeno parte della propria attività insegnando in corsi di base che sono trasversali a molti settori.
Le classificazioni per loro natura richiedono semplificazioni e forzature, se però si arriva a distinguere tra ben 367 diversi settori scientifico-disciplinari(e 188 settori concorsuali) viene naturale chiedersi se non ci si sia lasciati prendere un po’ la mano. Tanto più che la realtà è fortemente variegata, con alcuni settori super-specializzati e altri molto più ampi che comprendono diversi approcci di ricerca. I 188 settori concorsuali rispondono a differenze nel corpus teorico/metodologico o sono almeno in parte il frutto di interessi corporativi? Perché in molti altri paesi, ad esempio in quelli anglosassoni, i settori non esistono, o sono molto più ampi?
Conseguenze sulla carriera
La distinzione tra settori concorsuali non rappresenta solo una suddivisione burocratica senza conseguenze, ha ripercussioni pratiche sia per l’organizzazione della didattica che per gli arruolamenti e gli avanzamenti di carriera.
Ad esempio, se un docente insegna un corso al di fuori del proprio settore concorsuale non può essere considerato un docente “di riferimento” per la sostenibilità del corso di laurea in cui insegna. Non meno rilevanti le conseguenze per le carriere: le commissioni di valutazione per il reclutamento o le promozioni possono infatti bocciare un candidato appellandosi alla non pertinenza della sua produzione scientifica al settore disciplinare in cui è stato bandito il concorso.
Per cercare di capire meglio la rilevanza della distinzione in settori concorsuali abbiamo esaminato i dati relativi all’abilitazione scientifica nazionale (Asn). In Italia i ricercatori e i professori associati che vogliono avanzare nella carriera devono infatti partecipare a un concorso per ottenere l’Asn, organizzata per settori concorsuali (strettamente legati ai settori scientifici disciplinari).
Non possediamo le competenze per giudicare quale sia la suddivisione appropriata per ogni area, ma se i settori concorsuali definiscono accuratamente gli ambiti di ricerca, ogni candidato dovrebbe fare domanda per un unico settore. I dati, tuttavia, mostrano risultati diversi, entro un quadro molto eterogeneo. Ad esempio, la percentuale di candidati che ha presentato domanda per un solo settore è meno del 50 per cento nell’area di “Economia e statistica”, è circa il 60 per cento nelle aree di “Fisica” e di “Scienza della terra” e raggiunge circa l’80 per cento nelle aree di “Agricoltura e scienze veterinarie” e di “Ingegneria civile e architettura”. Se molti candidati fanno domanda per ottenere l’abilitazione in più di un settore è probabile che la distinzione tra settori scientifici disciplinari non risponda a effettive differenze nel corpus della disciplina.
Il caso di Economia
Un caso particolare è costituito dal macro-settore di Economia che comprende ben cinque settori concorsuali (in Germania l’intera area 13 – Economia, economia aziendale e statistica – comprende sei settori). Solo il 22 per cento dei candidati all’abilitazione scientifica nazionale ha fatto domanda in un unico settore (si tratta generalmente di candidati a bassa produttività scientifica), il 34 per cento ha fatto domanda in due settori disciplinari, il 24 per cento in tre, il 15 per cento in quattro e il 5 per cento in tutti e cinque i settori.
D’altra parte, se si esaminano i curriculum dei ricercatori e professori incardinati nei diversi settori si fa fatica a trovare differenze sostanziali sia nelle tematiche trattate che nelle metodologie utilizzate. Difficile quindi pensare che senza tale dettagliata suddivisione per settori sarebbe stato problematico nominare commissioni competenti a valutare le pubblicazioni e i titoli presentati dai candidati. Nonostante ciò, non sono infrequenti i casi in cui la commissione valutatrice ha negato l’abilitazione sostenendo che la produttività scientifica del candidato (pur se di elevato profilo) non fosse pertinente al settore.
Il caso di Economia serve ad attirare l’attenzione su una questione rilevante, ma spesso trascurata nel dibattito sul sistema universitario italiano. Certo, non è facile delineare confini disciplinari ottimali, ma il buon senso (e i dati) suggerirebbero di accorpare il più possibile i settori su tematiche generali per evitare inutili segmentazioni e valutazioni comparative determinate più dal tema di ricerca che dalla sua qualità.
 
 

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