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Il buio oltre la fibra

La banda larga è ormai ampiamente disponibile nel nostro paese, ma il suo utilizzo è inferiore alle reali potenzialità. Perché le imprese non hanno ancora acquisito le tecnologie e le competenze necessarie. Con effetti negativi sulla produttività. Gli investimenti nella nuova banda ultra veloce.

Gli investimenti dell’Agenda digitale
L’Agenda digitale sostiene la necessità di banda larga ultra veloce per sostenere il paradigma emergente dell’Information and communication technology fondato su tecnologie come l’Internet of things, l’additive manufacturing e i big data. Tuttavia, analizzando la diffusione di tecnologie legate al corrente paradigma emerge che l’attuale infrastruttura di banda larga non è ancora utilizzata secondo le sue potenzialità.
I dati Istat (figura 1) evidenziano che il 95 per cento delle imprese italiane è coperta da banda larga fissa. Nel nostro paese non vi è di per sé un problema legato alla disponibilità dell’infrastruttura di base; esiste invece un ritardo di adozione in tutte le tecnologie applicative e, in particolare, nei sistemi di gestione delle relazioni di filiera e delle attività commerciali. Gli studi sul legame tra Ict e risultati evidenziano che queste ultime hanno un ruolo cruciale per la crescita della produttività, vista la crescente internazionalizzazione dei mercati e il ruolo dell’Ict nel rendere possibili nuove modalità di differenziazione di prodotto (Tambe e altri autori). Limitata è anche la percentuale di imprese che ha investito negli ultimi anni nello sviluppo di competenze tecniche o gestionali legate alle Ict. Sorprendentemente, i dati in figura 1 mostrano come i settori a più alta intensità di informazione non si caratterizzino per tassi di diffusione di queste tecnologie maggiori di quelli registrati nei settori più tradizionali.
Figura 1 – Diffusione delle tecnologie Ict sul tessuto economico italiano tra il 2012 e il 2014
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Fonte: nostra elaborazione su fonte Istat
La conseguenza della limitata adozione delle tecnologie Ict nei settori a più alta intensità di informazione emerge da una ricerca che abbiamo condotto sui trend economici di 209 settori in Italia: in questi settori la produttività reale del lavoro tra il 2001 e il 2014 è diminuita (tasso medio annuo di crescita pari al -0,4 per cento), diversamente da quanto avvenuto negli altri principali paesi europei (figura 2). Il dato è allarmante per due motivi: in primo luogo, i settori a più alta intensità di informazione (per esempio, software, consulenza, commercio, sanità, turismo) sono quelli che possono avvantaggiarsi di più dei nuovi sviluppi delle tecnologie digitali. In secondo luogo, i settori a più alta intensità di informazione hanno un’elevata incidenza sul Pil: secondo le nostre stime, contano per il 60 per cento del valore aggiunto totale delle imprese.
Figura 2
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Fonte: nostra elaborazione su fonte Oecd
La nostra analisi mostra che il crescente divario nella crescita di produttività occorso in questi settori rispetto agli altri paesi è riconducibile a tre fenomeni, oltre alla scarsa diffusione delle Ict (What Industrial Change from ICT-based innovation? How Information Intensity has influenced Industry Dynamics in Italian Industries).
Primo, a differenza dei settori tradizionali che hanno subito un taglio netto dell’occupazione, tra il 2002 e il 2011 le imprese information intensive sono cresciute più velocemente in termini di occupazione che di ricavi. Se la crescita sull’occupazione è di per sé positiva, il fatto che sia avvenuta in un contesto di contrazione dei ricavi è in netta opposizione con le caratteristiche intrinseche dei business digitali, dove, come confermano le analisi empiriche di Brynjolfsson e McAfee (2008) sui dati dei settori statunitensi, la crescita dei ricavi avviene spesso a costi marginali pressoché nulli.
Secondo, i settori a più alta intensità di informazione riscontrano una maggiore volatilità nei profitti, come conseguenza di una competizione internazionale più aspra, che in questi comparti vede le nostre imprese fronteggiare i cosiddetti giganti del web come Google, Amazon, SAP, Apple, Booking, eBay e così via. Allo stesso risultato giunge uno studio recentemente pubblicato dal McKinsey Global Institute che mette in luce su scala internazionale un aumento dei ricavi combinato a una riduzione della redditività occorso negli ultimi anni in molti settori per via della concorrenza globale e dell’azione di distruzione creatrice delle tecnologie digitali.
Terzo, i settori ad alta intensità di informazione sono quelli dove tra 2004 e 2011 si sono registrati i maggiori divari interni nella redditività: in questi comparti le differenze tra primo e terzo quartile nella redditività del capitale investito (Roa) sono state superiori (e sono aumentate in misura maggiore) rispetto a quanto avvenuto nei settori tradizionali (figura 3). Vi è quindi un gap di risultati sempre più ampio tra le imprese che sanno impiegare le tecnologie digitali per migliorare i propri processi e modelli di business e quelle che soccombono di fronte a questa sfida manageriale.
Figura 3
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Fonte: nostra elaborazione su fonte Aida
Questi risultati aprono il campo ad alcune riflessioni. I dati evidenziano che, in Italia, agli investimenti in banda larga non è seguita un’ampia diffusione di tecnologie digitali e competenze tra le imprese. E dunque è ancora su questo fattore che è necessario investire. Colmare il gap manageriale è importante almeno tanto quanto programmare i nuovi investimenti nelle infrastrutture necessari per sostenere il prossimo paradigma tecnologico.

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  1. Massimo GIANNINI

    Il problema della banda larga é il caso classico di tentativo di spingere l’economia dal lato dell’offerta che non serve. E’ come costruire un BreBemi che per ora nessuno utilizza on nel caso della banda larga diciamo sa utilizzare. Hai voglia di allargare la banda, ma per farci che cosa? Eppure tutti parlano di banda larga invece di organizzazione de lavoro e aumento della produttività come se questa risolvesse i problemi.

    • Credo sarebbe opportuna una verifica presso le aziende. Per quanto mi compete le aziende sarebbero ben felici di sfruttare questa opportunità. Semplicemente la stessa non gli viene messa a disposizione se non a prezzi altissimi. Telecom ci offre la fibra a 350 euro mese per le nostre linee (abbiamo 8 linee isdn), del tutto fuori mercato. Credo che prima di fare affermazioni del tutto gratuite dovreste verificare la reale offerta presente nel paese. Come molte volte succede la giustificazione è del tutto banale: si tratta di soldi …..

    • Autori

      @Massimo Giannini
      La questione che lei solleva è cruciale. Sono necessarie azioni di “sistema”, che mirino non solo a potenziare l’offerta di infrastruttura, ma che guardino anche ai fattori che ne condizionano la domanda tra le imprese. Questi fattori sono all’origine della mancata crescita della produttività degli ultimi anni. Senza gli interventi sul gap manageriale che molte nostre imprese registrano sulle ICT, gli investimenti sulla offerta di banda larga porteranno sì vantaggi per i consumatori (che grazie a Internet veloce godranno di nuovi servizi, prezzi più bassi, etc.), ma avvantaggeranno solo in parte le nostre imprese, incapaci di fronteggiare la concorrenza su Internet dei cosiddetti giganti del web.

  2. Enrico L.

    Finalmente un articolo in controtendenza che offre un ottimo spunto di riflessione per tutti coloro che continuano a credere che la banda larga sia l’Internet veloce che finalmente possa consentire anche all’Italia di godere dei tanto invidiati contenuti statunitensi di Netflix… E’ ora di darsi una svegliata per capire che l’Italia è solo all’inizio di questo processo di diffusione tecnologica e che per recuperare il gap che ci allontana sempre più dalle grandi economie internazionali occorre comprendere a fondo i meccansimi che governano tali tecnologie…

  3. Michele

    Chiaro lo scenario e ben inquadrata, con valide considerazioni, la problematica analizzata; una sola la mia considerazione: l’importanza di progettare … seriamente le opportunità per il futuro del nostro paese. Quanti hanno memoria del cordless domestico “FIDO” da utilizzare in mobilità pur in presenza di una rete radiomobile (in tecnologia ETACS e GSM) ormai stabile e con buona copertura del territorio. E che dire del progetto “Socrate”; già a metà degli anni “90 prevedeva il cablaggio in fibra ottica dei grandi centri metropolitani del nostro Paese. Sono stati due costosissimi progetti finanziati con soldi comunitari che, per gli addetti ai lavori, avrebbero rivoluzionato il settore delle TLC; peccato che, in tempi brevi, si rivelarono entrambi fallimentari. Ribadisco, per scongiurare un ulteriore flop, quanto sia importante in termini di capex, sviluppo tecnologico e convenienza economica per l’utilizzatore finale: progettare … seriamente le opportunità per il futuro socioeconomico del nostro paese.

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