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Qe e inflazione: poche illusioni

Funziona la politica di Quantitative easing della Bce? A giudicare dall’andamento dell’inflazione e soprattutto del Pil nominale, il vero obiettivo di quella politica, sembrerebbe di no. Non è il livello medio di inflazione nell’Eurozona che conta, ma quello dei singoli paesi. L’obiettivo da darsi.
La linea del Pil
La figura qui sotto illustra, con la linea blu, l’andamento del Pil nominale (cioè il valore del Pil a prezzi correnti) nell’Eurozona a partire dal 2001. La linea rossa indica il trend (lineare) del Pil estrapolato con dati fino al primo trimestre 2015, mentre la linea verde indica il trend estrapolato con dati fino al primo trimestre 2008 (dove dovrebbe essere oggi il Pil nominale europeo se il suo andamento avesse continuato a seguire il normale trend seguito fino a prima della crisi del 2008). È evidente quanta strada resti ancora da fare perché il Pil nominale si avvicini sufficientemente al trend (che si tratti di quello pre o post crisi).
La Banca centrale europea ha iniziato nel gennaio 2015 una politica di Quantitative Easing. L’obiettivo formale è quello di riportare l’inflazione al suo target (vicino al 2 per cento). Ma anche, e soprattutto, di stimolare il Pil nominale dell’area, cioè riavvicinare la linea blu alla linea rossa (ma se possibile anche a quella verde).
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Gli effetti del Quantitative easing
Sta funzionando la politica di Qe della Bce? A giudicare sia dall’andamento del Pil nominale, sia dell’inflazione, sembrerebbe di no. In realtà, che programmi di Qe abbiano effetti modesti sul Pil nominale, in generale, e sul livello dei prezzi in particolare, è quello che è lecito aspettarsi sulla base di una serie di considerazioni di teoria economica. Ne illustro, in breve, cinque.

  1. L’anello di trasmissione tra la quantità di moneta e il Pil è la velocità di circolazione della moneta. Un’espansione della quantità di moneta produce un aumento proporzionale del Pil nominale sotto l’ipotesi che la velocità di circolazione sia costante. Dal 2008 in avanti la velocità di circolazione ha continuato a cadere, a causa di una crescente volontà di conservare moneta (nelle sue varie forme), invece che di spenderla.
  2. Un’espansione della quantità di moneta produce un effetto sul livello generale dei prezzi (e quindi sul livello del Pil nominale) solo se è percepita come permanente. In nessun momento, però, la Bce ha lasciato intendere che l’espansione in corso del bilancio conseguente al Qe rimarrà invariata. Prima o poi è lecito aspettarsi che la quantità di moneta immessa nel sistema bancario verrà riassorbita.
  3. Le politiche di impulso alla domanda stimolano l’inflazione molto di più quando sono attuate a partire da condizioni normali (o di boom) dell’economia, rispetto a quando sono attuate a partire da condizioni di crisi, soprattutto con un mercato del lavoro con persistente disoccupazione. In altre parole, è difficile far rialzare l’inflazione quando l’economia ristagna in modo significativo e persistente.
  4. Si dice spesso che, con tassi di interesse nominali a zero, il beneficio di maggiore inflazione dovrebbe essere quello di comprimere i tassi di interesse reali (cioè i tassi nominali al netto dell’inflazione attesa). Minori tassi reali spingerebbero imprese e consumatori a sostituire risparmio (che produce capacità di spesa futura) con consumo e investimento correnti, stimolando la domanda. L’argomento però ripone molta fiducia nella sensibilità della domanda a variazioni del tasso di interesse reale. Nelle fasi di recessione aumenta la percentuale di agenti la cui domanda diventa insensibile alle variazioni dei tassi di interesse. Ad esempio, per i consumatori che non possono indebitarsi ulteriormente (perché ritenuti rischiosi, oppure perché le banche restringono il credito) è del tutto irrilevante che i tassi di interesse reale si abbassino per effetto di maggiore inflazione.
  5. Il Qe della Bce ha come obiettivo formale quello di far crescere l’indice generale di inflazione nella zona euro. Ma questo obiettivo è difficilmente giustificabile in termini di efficienza della politica monetaria. Non andrebbe dimenticato, infatti, che ciò di cui la zona euro ha veramente bisogno è un aggiustamento dei tassi di inflazione relativi (tra paesi); cioè dei tassi di cambio reali. In altre parole, ciò che conta veramente non è il livello medio di inflazione nell’Eurozona, ma la sua composizione.
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Quali alternative rimangono quindi per la Bce? Innanzitutto, sembra sorprendente che la Bce abbia abbandonato l’enfasi sulle politiche di forward guidance. La teoria e l’evidenza ci dicono che Qe e forward guidance sono politiche complementari (che cioè si rafforzano a vicenda), e non sostitute. In secondo luogo, esistono forme di forward guidance innovative, come il targeting del Pil nominale, che affrontano direttamente il problema della distanza tra la linea blu e quella verde (o, ancora meglio, rossa). Con il targeting del Pil nominale, un tasso di crescita negativo del Pil nominale oggi induce l’aspettativa di un tasso di crescita positivo domani. Questa semplice aspettativa genera un effetto espansivo già oggi, rafforzando l’azione corrente della banca centrale.
Lascia quindi perplessi che la Bce abbia condizionato il termine e, di fatto, il successo del Qe all’impatto quantitativo sull’inflazione, che è probabilmente la variabile meno sensibile a questa politica. Se il Qe rimanesse il solo “game in town” (per citare Mario Draghi), è difficile immaginare effetti significativi di aumento del Pil nominale anche se si decidesse di iniziare un round successivo, il cosiddetto Qe2.
 

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  1. EzioP1

    Con la sola immissione di moneta nel sistema è molto improbabile che si generi un aumento di domanda e conseguentemente di PIL. La moneta messa in circolo nel circuito primario lì tende a restare infatti le banche per evitare sofferenze preferiscono contenere i prestiti. Sembra quindi assurdo il continuare ad insistere nella sola politica monetaria quando la situazione attuale è ancora soggetta al risultato fallimentare economico e politico iniziato anni fa che ha indotto i consumatori al risparmio piuttosto che allo spendere. A ciò si aggiungano come ulteriore motivi di sfiducia e di incertezza verso il futuro socio-economico la situazione internazionale delle guerre e dell’immigrazione. In questa situazione risulta molto difficile sperare in una ripresa sostenuta a breve, occorre un cambio sostanziale nel modo di pensare dei consumatori e questo richiede almeno un cambio generazionale. Nel frattempo la sola azione di economia finanziaria oltre a non dare i risultati sperati può generare una bolla ben più grande e disastrosa di quella dell’economia reale che viviamo.

  2. francesco scacciati

    Svariati anni fa in una replica a un mio commento a un suo articolo sulla stampa, uno dei campioni del neo-liberismo scrisse in modo sprezzante che il keynesismo non veniva più nemmeno nominato nei 50 principali dipartimenti di economia. Il risultato è che oggi un giovano ordinario parla degli effetti della trappola della liquidità senza citarla, probabilmente perchè non la ha mai sentita nominare. Eppure il “punto 3” (sostituendo solo il rapporto aumento della domanda/investimenti a quello Inflazione/investimenti) descrive il verificarsi della trappola della liquidità.

  3. Stefano Scarabelli

    Se all’annuncio di nuove misure non convenzionali i futures Bund e Btp salgono, invece di scendere, ciò significa che tali misure sono destinate al fallimento. Peraltro se i bond vigilantes credessero alla banca centrale, allora i tassi reali salirebbero immediatamente e neutralizzerebbero comunque l’azione inflattiva della Banca centrale. Probabilmente la soluzione al problema della bassa inflazione sarà o uno shock esterno (in stile petrolio anni 70′) oppure una svalutazione a tavolino delle valute e del debito (del tipo che le Banche centrali si impegnano a fare da market maker sull’oro – o su altro bene fisico con usi non industriali – ad un prezzo doppio o triplo rispetto a quello attuale).

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