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Insegnanti meritevoli: un premio troppo soggettivo

Giusto prevedere un premio per i docenti più meritevoli. Ma valutare la qualità di un insegnante non è semplice. Il metodo scelto dalla “Buona scuola” si fonda su elementi molto soggettivi, con il rischio di ottenere risultati diversi da quelli sperati. La composizione del comitato di valutazione.

Il bonus per i bravi docenti
Tra le novità introdotte dalla “Buona scuola” vi è un bonus da corrispondere ai docenti più meritevoli. Sembrerebbe una iniziativa lodevole poiché nel settore pubblico è di cruciale importanza distinguere tra lavoratori che svolgono con impegno il proprio lavoro e lavoratori che sfruttano la “posizione protetta” per fare poco; permetterebbe di offrire servizi migliori. Tuttavia, il metodo stabilito dalla legge per individuare “il merito” rischia di creare più danni che benefici.
Bisogna innanzitutto chiarire che riuscire a premiare i meritevoli non è affatto facile. L’insegnamento è un’attività complessa di cui non è agevole misurare né il contributo fornito dai docenti (tempo dedicato a preparare le lezioni e a correggere i compiti, la disponibilità verso gli studenti e altro ancora) né l’effetto prodotto sulla preparazione degli studenti. Quest’ultima dipende dalla qualità dell’insegnamento, ma anche da molti altri fattori quali impegno, abilità, ambiente familiare, condizioni sociali. Inoltre, la preparazione degli studenti può essere misurata in diversi modi, attraverso la valutazione dei docenti, con il ricorso a test standardizzati, facendo riferimento al successo nelle successive fasi formative oppure sul mercato del lavoro.
I metodi di valutazione
Tutti questi aspetti rendono ardua l’impresa di distinguere un insegnante meritevole da uno che lo è di meno. D’altra parte, poiché si tratta di un’impresa importante molti paesi hanno provato a intraprenderla.
Di solito si tratta di sistemi incentivanti che legano la retribuzione dei docenti a qualche misura ben specificata di performance, ad esempio i risultati ottenuti dagli studenti in test standardizzati. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi. Si tratta di meccanismi imperfetti che, come fatto notare in molti studi, possono indurre i docenti a “insegnare per il test” e a trascurare altre importanti attività formative. Insegnare per il test può rappresentare un miglioramento se si fa riferimento a quei docenti che ex-ante facevano molto poco (è meglio insegnare a rispondere al test piuttosto che non insegnare affatto), ma può essere peggiorativo se si considerano gli insegnanti che ex-ante svolgevano efficacemente il proprio lavoro. Si tratta, quindi, di sistemi che possono creare benefici. ma anche costi e per capire se è il caso di utilizzarli bisogna ponderare diversi aspetti. In ogni caso, hanno però il vantaggio di basarsi su criteri oggettivi che non lasciano spazio all’arbitrarietà e permettono scelte chiare. Legando le mani a chi queste scelte deve compierle, ne facilitano il compito eliminando pressioni e influenze di vario tipo.
Criteri italiani
Al contrario, il sistema introdotto in Italia è fondato su elementi fortemente soggettivi. Il bonus verrà, infatti, corrisposto in base ai criteri individuati da un comitato di valutazione istituito presso ogni scuola. Tra quelli da utilizzare per la valutazione, la legge menziona la qualità dell’insegnamento, il successo formativo e scolastico degli studenti, le innovazioni didattiche e le responsabilità assunte. Trattandosi di una pluralità di fattori, è evidente che si delega al comitato di valutazione la scelta di cosa debba intendersi per “merito”. Ne segue che pesando in maniera diversa i fattori menzionati nella legge è possibile favorire alcuni a discapito di altri.
La composizione del comitato di valutazione (imposta in sede di dibattito parlamentare) peggiora ulteriormente la situazione. Il comitato è presieduto dal dirigente scolastico ed è composto da tre docenti, un componente esterno, due rappresentanti dei genitori (scuola dell’infanzia e primaria) oppure un rappresentante dei genitori e un rappresentante degli studenti (scuola secondaria).
Il fatto che i docenti siano valutati da colleghi non aiuta a creare un clima di serenità e imparzialità. Vi è il rischio che ciascun docente cerchi di influenzare le decisioni del comitato con comportamenti non certo utili al buon funzionamento della scuola o che comunque ciascuno si senta condizionato dal timore di ripicche e ritorsioni. La presenza di rappresentanti degli studenti e dei genitori non pone problemi meno gravi poiché si tratta di soggetti che solitamente non dispongono di sufficienti competenze e che potrebbero voler premiare insegnanti non troppo esigenti e disposti a dare buoni voti anche a studenti non particolarmente meritevoli.
Vi è quindi il rischio di esiti molto negativi, come quelli sperimentati in Portogallo, dove nel 2006-07 è stato adottato un sistema simile al nostro. Secondo uno studio di Pedro S. Martins (2009) questo sistema ha portato addirittura a un peggioramento della performance degli studenti agli esami esterni e a una “inflazione” dei voti assegnati dai docenti.
Si tratta di risultati non sorprendenti. È vero che le valutazioni soggettive vengono utilizzate nelle imprese private, ma lì a valutare è spesso l’imprenditore stesso (o una persona da lui delegata) che in caso di scelte sbagliate paga direttamente un costo. Nel settore pubblico l’uso di questi metodi è molto più problematico poiché spesso non ci sono sistemi efficaci per imporre un costo a chi effettua valutazioni non dettate dall’interesse comune, ma ispirate da convenienze e preferenze personali.

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19 commenti

  1. Marina

    Problema assai arduo in effetti. Basta che non finisca come quasi sempre finiscono i “premi di produttività” nella Pubblica Amministrazione, ovvero “a rotazione” . Quando, in qualità di dirigente, mi sono cimentata nel “premiare” i miei “coordinati” in base ad impegno, competenza, flessibilità , mi sono fatta divorare viva sia dai sindacati che dagli altri dirigenti.

    • Carlo

      La prospettiva paventata dall’articolo è peggio dei premi a “rotazione”. La rotazione avrebbe l’effetto di annullare la riforma. L’articolo sostiene, ritengo con ragione, che il meccanismo proposto per la valutazione del lavoro degli insegnanti abbia effetti distorsivi che possono peggiorare la qualità complessiva dell’insegnamento.
      La carriere per anzianità nel pubblico, non sono una invenzione stupida, sono una soluzione meccanica e che riduce le discussioni, a un problema che forse non ha soluzione.

  2. Andy Mc TREDO

    Non c’è solozione: come giustamente affermato se i professori si giudicano fra loro “cane non mangia cane” (anche se i morsi fanno male), se giudicano gli studenti o i genitori i più bravi sono queli che danno i voti più alti, se giudica una “giuria” esterna o si fa un esame annuale al prof (ma che sappia le cose è cosa ben diversa dal saperle insegnare) o ci si basa su quello che hanno imparato gli alunni (e si ritorna all’esame omnicomprensivo in ciu si doveva porta tutto l’insegnato negli ultimi tre anni in tutte le materie…).

  3. GIOI F.PINNA

    La materia è, in punto di merito, decisamente complessa, Nel merito mancano, nella scuola cosiddetta pubblica, gli elementi di certezza del diritto sui quali definire la dimensione stessa della funzione docente. Troppi gli interessi in campo e le incrostazioni ideologiche: un dato per tutti , la difficoltà di avere, per legge, un comune, obbligatorio, insegnamento dei principi della Costituzione e degli ordinamenti statali sin dalla scuola primaria. Siamo distanti anni luce da una nozione del ruolo docente ancorata ai principi dettati dalla Costituzione, per cui, troppo facilmente , chi non vuole fare – o fare i fattacci suoi – può liberamente farlo senza incorrere in alcuna sanzione. Chi lo nega, mente sapendo di mentire: ci sarà pur sempre un sindacato – o meglio un presunto tale – che si assumerà l’onere della difesa ipergarantista del soggetto. Con buona pace degli allievi e della società. Quali saranno le responsabilità dei sindacati ? Ora, con tali premesse ,quali strumenti “oggettivi” di misurazione delle performance si possono mettere in campo?
    Penso che il vero passo politico da compiere sia l’eliminazione dell’attribuzione del voto e la sostituzione – al termine di cicli di studio predeterminati – con specifiche certificazioni di competenze non solo disciplinari ma logico/argomentative e deduttive/induttive: ciò concretizzerebbe una didattica per obiettivi transdisciplinari che permetterebbe una reale adesione alla “liquidità” della società moderna.

  4. Non sono d’accordo con la sua obiezione. Il sistema di valutazione e’ impostato in modo corretto. Serve poi un controllo ex post che verifichi che le valutazioni vengano date in modo corretto , per esempio un indagine di clima. http://www.forumdellameritocrazia.it/campagne/Storie-di-Merito-FedEx/10034

    • Pico

      Chiarissimo (?). Consiglierei peró al collega di ripassare le regole su troncamenti ed apostrofi della grammatica italiana prima di avventurarsi in latinismi improbabili e concetti poco chiari. Altrimenti è preferibile esprimere “pareri” al bar con gli amici.
      Per quanto riguarda l’articolo, condivido l’analisi e le preoccupazioni dell’autore, ma per esperienza professionale avuta anche in ambito aziendale, sarebbe preferibile un sistema misto (test oggettivi) e valutazione da parte del Dirigente e di suoi collaboratori (preferibilmente non ufficializzati), che peró deve rispondere a sua volta per performance di istituto. Cosa che la legge 107/15 non chiarisce e che apre una ulteriore discussione di merito.

  5. Marco Antoniotti

    I “premi ai meritevoli” si traducono solitamente in “cooptazione” e in “monsone sul bagnato”. Questo è il motivo principale per cui dovrebbero essere banditi.
    Ovviamente questo non ha nulla a che vedere con la rimozione delle persone che “non producono”, ma qui stiamo parlando di una coda molto al di là delle 3 o 4 deviazioni standard dalla “media” (che, come ben dice l’articolo è già complicato calcolare). Il tutto in un settore dove il numero di addetti è (1) malpagato e (2) inferiore alle necessità del paese.
    Se proprio vogliamo, ai “non produttivi” potremmo aggiungere i “consulenti manageriali” e gli “esperti di ‘fuma resources'” (rigorosamente in Inglese).
    Staremmo tutti meglio.

  6. giggino

    Il problema è che una valutazione dell’insegnamento che sia basata su criteri oggettivi e tenga ben in conto le variabili principali che determinano la qualità dell’insegnamento è tremendamente difficile e onerosa, sia in termini di costi che di tempi.
    Mi pare chiaro che l’articolo sottintenda come i criteri di valutazione basati unicamente sui test standardizzati siano da preferire a sistemi valutativi basati su commissioni di esperti e non.
    Il problema però è quello che viene pure qui menzionato: molti insegnanti, per ricevere valutazioni premiali, imposterebbero, com’è già accaduto altrove, la loro didattica in funzione dei soli obiettivi che possono verosimilmente essere misurabili in un test standardizzato, impoverendo profondamente l’offerta formativa (rispetto a quello che dovrebbe essere in un contesto di normale onestà).
    Questo non significa che in una valutazione ideale del lavoro di un docente i risultati ai test standardizzati non debbano avere voce in capitolo, ma andrebbero integrati con parametri (quanto oggettivi?) sul contesto socio-economico, con gli esiti del percorso formativo successivo e professionale degli studenti (in che misura?), con gli sforzi dei docenti per elevare la propria formazione culturale e innovare la didattica.
    Penso che qualunque metodo di valutazione che prescinda da questa lista di fattori (sicuramente non esaustiva) e punti solo su uno di essi, sia destinata a creare arbitrarietà e/o favoritismi piuttosto che premiare il merito.

    • giggino

      Aggiungo inoltre che non tutte le materie d’insegnamento scolastico sono adatte ad una valutazione per test delle competenze fondamentali in un dato ambito (e che in ogni caso non coprono affatto tutto il campo della disciplina oggetto di verifica). Mi riesce difficile immaginare un test tipo INVALSI o OCSE-PISA per il greco o il latino, mentre per la storia o la filosofia tutto si ridurrebbe ad una verifica di alcune nozioni ritenute dai somministratori basilari e niente di più. Per le discipline scientifiche e le competenze linguistiche le cose vanno un po’ meglio (chiaramente tralasciando tutti gli aspetti relativi alla composizione e l’originalità, che vengono totalmente lasciati fuori), ma si è comunque limitati a problemi ed argomenti abbastanza trasversali, senza entrare troppo nel cuore degli argomenti curriculari.
      Certo, almeno i test sono oggettivi nell’interpetazione, però cosa ci dicono? In molti casi non ci possono dire niente, in altri qualcosa di molto parziale e debolmente correlato con quello che di buono (o di cattivo) realmente si fa in classe.

  7. antonello

    Sono d’accordo con l’articolo, soprattutto per i rilievi sulla composizione del comitato di valutazione, ma sono altrettanto daccordo con chi dice che sarebbe molto complicato effettuare valutazioni “oggettive”, diventerebbe un lavoro, per ciascun istituto, che andrebbe remunerato…Un pronostico: i premi verranno elargiti a rotazione, un anno ad un po’ di docenti, l’anno dopo agli esclusi del primo anno, e così via…Siamo in Italia e la contiguità tra docenti, le polemiche per farsi spostare un’ora di lezione messa il venerdì a fine mattinata, i “privilegi” degli insegnanti con più anni di ruolo (c’è anche questo, non so se lo sapete…). Quindi il riultato ssarà quello che ho accennato, d’altronde in parte, spesso, già capita così per le cd “funzioni strumentali”…

  8. V.P.

    L’oggettività che invece non c’è – 1/2
    Così scrive Maria De Paola: “Di solito si tratta di sistemi incentivanti che legano la retribuzione dei docenti a qualche misura ben specificata di performance, ad esempio i risultati ottenuti dagli studenti in test standardizzati.” E più avanti: “In ogni caso, hanno però il vantaggio di basarsi su criteri oggettivi che non lasciano spazio all’arbitrarietà e permettono scelte chiare.”
    Si torna ai test standardizzati (tipo Invalsi) e si continua ad accreditarli come oggettivi, ciò non è affatto vero ed è stato dichiarato e dimostrato ripetutamente.
    In sintesi: i test standardizzati sono incardinati in due fasi. La prima è quella del loro confezionamento, o preparazione, o produzione: questa è sicuramente e necessariamente soggettiva ed arbitraria in quanto dipendente e successiva a scelte anch’esse soggettive e arbitrarie. La seconda fase è quella a valla della correzione che è determinata, univoca, può essere automatizzata e dà perciò l’illusione dell’oggettività (non dipende cioè da chi corregge e computa il risultato). Questa illusione è paragonabile a quella di chi volesse asserire la sua immobilità stando fermo su un tapis roulant, una scala mobile, un ascensore in movimento.

    • Francesco Rocchi

      Sarà anche un’illusione, ma rimane il fatto che per quanto un docente possa fare opera di convincimento e di pressione sul preside, la valutazione non cambierà. Ed è questo il vantaggio: il preside non ha margini di manovra, quindi non deve decidere nulla, quindi non diventa il collettore del risentimento degli esclusi.

  9. Howard L. McGregor

    Ma per quale motivo bisogna inventarsi dei criteri complicatissimi per la valutazione dei docenti? Cosa c’è di così scandaloso nel criterio puramente soggettivo che è la base della valutazione dei dipendenti del settore privato? Ogni dipendente è valutato dal suo superiore sulla base di obiettivi definiti a inizio anno. Lo stesso capiti nella scuola. Nessuna azienda privata al mondo si sognerebbe mai di mettere in piedi un circo simile a quello descritto nell’articolo. Al preside della scuola siano dati autorità, competenze e compiti tipici di un manager, tra cui il compito di definire per i docenti gli obiettivi che ritiene funzionali alla performance dell’istituto scolastico che dirige. E sia a sua volta valutato sulla base di tale performance nel suo complesso, questa sì molto più facile da valutare con criteri oggettivi. La valutazione equa dei docenti, anche se soggettiva, verrà di conseguenza. A me pare che la categoria degli insegnanti non riesca a rassegnarsi alla necessaria scomparsa della figura del preside “primus inter pares” a cui erano tanto affezionati perchè garantiva loro il privilegio dell’autovalutazione

    • Riccardo

      E’ indubbio che nel privato il datore di lavoro o il tuo responsabile non abbiano problemi ad avere criteri soggettivi, d’altronde se le cose vanno male il rischio per chiunque è alto. Nel sistema pubblico scolastico, , invece il dirigente scolastico non perde il lavoro se dovesse scegliere l’amante anzichè il Carlo Rubbia di turno, ecco la principale differenza. Il sistema di valorizzazione del pubblico pecca proprio su questo punto, è difficile licenziare un dipendente ma lo è ancora di più licenziare un dirigente.

  10. Markus Cirone

    Per valutare seriamente un docente servono due cose: 1) vederlo all’opera, 2) conoscere gli argomenti di cui parla. E’ chiaro né che il comitato di valutazione, né il dirigente scolastico, possono fare queste cose. Rimangono le altre voci indicate nella legge 107, riguardo l’organizzazione delle scuole e gli interventi contro la dispersione scolastica (coordinamenti, commissioni, referenti). Qui, a mio parere, il compenso va dato sulla base delle ore di lavoro senza entrare nel merito; in fondo si tratta di incarichi fiduciari da parte del dirigente.

    • bob

      “coordinamenti, commissioni, referenti..” La scuola attuale è figlia del’ 68 del 6 politico, degli esami di gruppo. L’insegnamento dovrebbe essere un mestiere frutto di una vocazione come il prete, il magistrato anche il medico. Abbiamo invece appiattito al ribasso perchè a una certa burocrazia serve un carburante irrinunciabile: il popolino!

      • Markus Cirone

        Guardi che mi riferisco a cose assolutamente necessarie per fare andare avanti in modo efficace la scuola di oggi. Chi pensa che l’attività del docente si limita al lavoro in classe si sbaglia di grosso. Possiamo poi discutere se sia un bene o un male (io ritengo un male la proliferazione di documenti da produrre e compiti da assolvere fuori dall’aula), ma il ’68 c’entra ben poco.
        Sulla vocazione: chi vuole fare il missionario faccia pure. Io come docente mi ritengo un professionista della formazione e non un missionario.

  11. Enzo

    Articolo molto interessante soprattutto quando confronta i docenti ex-ante impegnati. Oppure quando porta l’ esempio del Portogallo. Il rischio è comunque sempre quello che i dirigenti o qualunque commissione preferisca non sulla base di criteri imparziali. Ed anche quello che i docenti cerchino di fare meglio per ottenere il bonus. Invece si dovrebbe fare bene a prescindere.

  12. rosario nicoletti

    La valutazione di un insegnante non può che essere soggettiva: ovvero fatta dal dirigente scolastico. E per rendere efficace il sistema sarebbe necessaria la valutazione degli stessi DS, a cura di ispettori ministeriali, con facoltà di proporre premi o rimozione per gli inetti.

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