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A che prezzo rottamare gli ultra-cinquantenni?

Introdurre forme di “equa” flessibilità in uscita oggi può essere utile. Il rischio è che faccia credere di aver così risolto i problemi degli ultra-cinquantenni sul mercato del lavoro. E magari anche quelli dei giovani. Aumento della speranza di vita e la sfida di una forza lavoro che invecchia.
Lavoratori “obsoleti”
Intrappolato nel traffico di Los Angeles, sotto il sole cocente e con l’area condizionata che non funziona, Bill Foster, un ingegnere “dismesso” dall’industria aerospaziale perché ormai obsoleto, e per di più fresco di divorzio, decide che è arrivato il momento di reagire. Bill Foster (interpretato da Michael Douglas) attraverserà l’intera Los Angeles, da Griffith Park a Venice, armi alla mano per vendicarsi delle ingiustizie subite.
La trama del film “Falling Down”, uscito nel 1993, evidenziava un fenomeno abbastanza nuovo nella realtà statunitense, quello della disoccupazione dei colletti bianchi cinquantenni, che fece seguito alla crisi dell’industria aerospaziale. Eppure, in un paese caratterizzato da un mercato del lavoro molto flessibile e in assenza di pre-pensionamenti, i cinquantenni licenziati perché “obsoleti” sono riusciti comunque a rimanere nel mercato del lavoro, seppur a costo di doversi muovere in altri settori o in altri stati.
La flessibilità in uscita, di cui tanto si discute in questi giorni, riguarda proprio loro: gli ultra-cinquantenni considerati “vecchi” – o forse solo troppo cari – dalle aziende. La soluzione che si va prospettando è quella di invertire la tendenza delle riforme previdenziali degli ultimi due decenni consentendo ai lavoratori di andare in pensione con qualche anno di anticipo rispetto all’età prevista: ad esempio a 62 anziché a 65 anni.
Aumentare la flessibilità per lavoratori e imprese rappresenta una politica ragionevole. Ma va stabilita l’entità della penalizzazione da applicare a chi ne usufruisce. Chi va in pensione a 65 anni potrà godere del beneficio previdenziale in media per venti anni. Andando in pensione prima – ad esempio a 62 anni – il godimento atteso aumenta di tre anni. Giusto quindi ridurre il beneficio previdenziale di chi, usando la flessibilità, decidesse di pensionarsi a 62 anni. Per non discriminare economicamente tra queste due scelte, il principio dell’equità attuariale richiede che il valore atteso scontato dei benefici presenti e futuri del nostro pensionato sessantaduenne sia uguale al valore atteso scontato dei benefici presenti e futuri al netto dei contributi che avrebbe pagato nei tre anni successivi se si fosse pensionato a 65 anni. Quindi di quanto dovrebbe ridursi la pensione del 62enne rispetto a quella che otterrebbe lavorando fino a 65 anni? Le stime prodotte in diversi studi variano tra il 2,5 e l’8 per cento annuo. Evidentemente la forbice è molto ampia: nel migliore dei casi al nostro pensionato sessantaduenne verrebbe applicato un taglio complessivo sulla pensione del 7,5 per cento, ma nel peggiore del 24 per cento.
Penalizzazioni e spesa pensionistica
Perché non provare a essere generosi con questi lavoratori? Perché l’altro lato della flessibilità è dato dalla sostenibilità dei conti pubblici. Se l’entità della penalità da applicare è scelta correttamente, la spesa previdenziale aumenterà nei primi anni per via della flessibilità, ma si ridurrà in quelli successivi per effetto della penalizzazione. Penalizzazioni troppo lievi invece contribuirebbero ad aumentare la spesa previdenziale sia oggi che in futuro. Non solo. Pre-pensionamenti generosi avrebbero l’ulteriore effetto di incentivare l’uscita anche di chi non sarebbe tentato ad andare in pensione con una penalità equa. La spesa previdenziale aumenterebbe ulteriormente. È questo il (fondato) timore del ministro Padoan.
A ben vedere non è la prima volta che la flessibilità in uscita è introdotta nei sistemi previdenziali. A partire dalla fine degli anni Sessanta, molti paesi europei (Francia, Germania, Olanda e la stessa Italia) adottarono politiche economiche che incentivavano il pensionamento anticipato. Allora come oggi, i pre-pensionamenti misero d’accordo i sindacati, interessati a salvaguardare i lavoratori (allora i cinquantenni e oggi i sessantenni), e le imprese, interessate a “liberarsene”. Allora come ora, i pre-pensionamenti furono presentati come una politica volta a favorire l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro. Ciò perché – erroneamente — si tende a pensare al mercato del lavoro come a un autobus durante le ore di punta: per far entrare un giovane è necessario che un anziano esca. In passato queste politiche non hanno funzionato, e i paesi che ne hanno fatto maggior uso si sono ritrovati ad avere anche i livelli di disoccupazione giovanile più elevati.
Tuttavia, esistono delle differenze con le esperienze negative del passato. Ad esempio, le politiche previdenziali che ci hanno regalato i baby pensionati degli anni Ottanta non solo non penalizzavano le uscite, ma anzi le incentivavano. Inoltre la crisi economica che stiamo sperimentando è ben più lunga e profonda di quella degli anni Settanta – e ciò potrebbe consentire, nel breve periodo, una sostituzione tra lavoratori anziani e giovani.
Oggi, introdurre un po’ di “equa” flessibilità in uscita può dunque essere utile. Il rischio è che induca – sindacati, imprese e politici – nella tentazione di credere di aver risolto i problemi degli ultra-cinquantenni (e magari anche dei giovani) sul mercato del lavoro. Il continuo aumento della speranza di vita rende inevitabile un corrispettivo allungamento della vita lavorativa, proprio come avviene negli altri paesi occidentali (e anche da noi). Ben oltre la flessibilità, la sfida futura consisterà nell’imparare a gestire una forza lavoro che invecchia.

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17 commenti

  1. marco

    Una domanda. io andrò in pensione totalmente con il metodo contributivo.
    dato che ho avuto la fortuna di avere uno stipendio alto e quindi ho versato molti contributi, perchè non potrò andare in pensione a 55 anni ?
    Avrò una pensione più bassa ma comunque superiore ai minimi e quindi non costerò niente allo stato con comunque ovvi benefici per l’azienda.

    • luigi

      Totalmente d’accordo con Marco sulla possibilità di flessibilità in uscita libera per i “contributivi”. Ma per i lavoratori che stanno andando in pensione con il retributivo non esiste proprio: calcolo attuariale e riduzione del 4-5-6-7% o quello che deve essere. Stiamo già pagando pesantemente tutti quelli che sono andati in pensione giovani e fanno un lavoro in nero: e poi diciamo che sarebbe un provvedimento a favore dell’occupazione! ma per favore…

  2. Meno male che l’articolo finisce con la frase “imparare a gestire una forza lavoro che invecchia.”
    Tuttavia sarebbe più opportuno ragionare nei termini di come invecchiare bene (sani) lavorando, e non solo occuparsi dell’invecchiamento dai 50 anni in su. Occorre pensare che l’invecchiamento (inteso non solo in senso fisiogico ma come un fenomeno multidimensionale per cui l’ambiente e i contesti con le loro attività giocano un ruolo fondamentale) è un processo che inizia con la nascita. Occorrerebbe occuparsi di come si lavora oggi, sempre più frequentemente in ansia per il futuro, con spazi ristretti per occuparsi della cura e della riproduzione, con ritmi incalzanti, etc.. La domanda strategica è come si invecchia oggi? come invecchiano i giovani di oggi? come sono i cinquantenni di oggi? come mai le imprese non sanno valorizzare le esperienze e i saperi dei cinquantenni? cosa rincorrono le imprese? sono sagge?

  3. Gentile prof Galasso, ho letto con interesse il Suo articolo sui rischi e i benefici di una politica che favorisca il prepensionamento. Un tema che meriterebbe maggiore attenzione, perchè, se ben gestito, potrebbe dare un sostanzioso contributo sia alla produttività sia all’occupazione (mentre mi pare che nel breve se aumenta la prima, tende a calare la seconda). Possibile? Mi pare di si. Ecco perchè.
    (a) la produttività aumenta sia che l’impresa pensi di liberarsi del 50enne senza assumere nessun altro, sia che assuna un trentenne per la stessa posizione, pagandolo 20% meno e, aggiungo senza malizia, ottenendo probabilmente prestazioni più elevate
    (b) l’occupazione aumenta perchè i 50enni indotti a lasciare quel posto si troveranno un altro lavoro entro 6 mesi. Non tutti, ovvio, ma se fossero il 30% sarebbe già un risultato interessante perchè si tratterebbe di un incremento netto .
    Il nuovo lavoro del 50enne sarebbe probabilmente pagato meno del lavoro che, a malincuore ha dovuto lasciare. Ma un intelligente sistema di incentivi pubblici potrebbe alleviare il disagio (per es. un pò di pensione anche a chi trova un altro lavoro, oppure una rendita dal capitale del TFR che lo stato potrebbe raddoppiare a condizione che fosse investito e producesse un vitalizio diciamo del 5% all’anno, oppure del 10% all’anno per 10 anni, con reversibilità). Vedo altri tre vantaggi, meno facilmente determinabili, ma ugualmente reali. Vorrei potergliene parlare. Seguirebbe una proposta..

  4. Mario Morino

    Un contributo numerico. Ho 59 anni. Il mio fondo PREVINDAI, nel caso in cui volessi “andare in pensione” oggi, mi liquiderebbe 9.103 euro l’anno. Se decidessi di andare in pensione a 67 anni mi liquiderebbe 20.746 euro. Ovviamente tale importo terrebbe conto degli ulteriori contributi che andrei a versare nei prossimi 8 anni. Aggiungo, per precisione, che ho cominciato a versare contributi al Previndai a partire dall’anno 2000.

  5. Antonio Agostini

    Tutto molto interessante, e’ bene che se ne parli. Magari allontanandosi dall’immagine ridicola della nonna 50enne che vuole smettere di lavorare per “godersi il nipotino”, incautamente propagandata qualche settimana fa dal nostro Presidente del Consiglio… Sono un Business Coach, nel mio lavoro vedo molti 50enni o giu’ di li’, qualificati, esperti, dirigenti e quadri, di successo fino a poco tempo fa e ora estromessi dalle aziende per le cause piu’ varie: ristrutturazioni, chiusure, vendite, etc. So di che’ parlo: molti di questi non hanno nessuna speranza di trovare un altro impiego nel nostro paese. Forse emigrando, cosi’ magari si comincera’ a parlare, oltre che di “fuga di cervelli”, anche di “fuga delle pantere grigie”. Mercato del lavoro inesistente, stereotipi e prevenzione dei datori di lavoro: le speranze di ricollocazione sono veramente poche. E credetemi, non e’ mai questione di costo: tutte queste persone sarebbero ben felici di trovare un altro lavoro a meta’ dello stipendio che avevano prima, scordandosi benefit, tutele contrattuali, tutto. Nel frattempo, cercano di sbarcare il lunario inventandosi una professione da “consulente” a partita Iva. Nel nostro Paese gli ammortizzatori sociali sono quello che sono; il famoso reddito di cittadinanza e’ solo uno spot elettorale. Studiate qualcosa, qualunque cosa, ma fate in fretta. Non per le imprese, non per creare posti di lavoro ai giovani, ma per salvare dalla disperazione fior di professionisti.

  6. Piero Fornoni

    Ho lavorato sopratutto all’estero con una pensione estera ed ho deciso di andare in pensione a 60 anni con un sistema contributivo e penalizzazione attuariale.
    Per me la flessibilita’ in uscita e’ una questione di civilta’ ed ogni paesi civile dovrebbe permetterla pur evitando rendite parassitarie come le babye le parlamentari pensioni italiane.
    Un cittadino ha il diritto di scegliere come vivere la propria vita e quindi anche quando andare in pensione senza pesare sulla comunita’.
    Non sono d’accordo con il fatto che la flessibilita’ in uscita aiuterebbe a la riduzione dell’occupazione, perche’ penso che presto in Italia ed in Europa avremo il problema di trovare manodopera particolarmente specializzata sia nella fascia tradizionale (artigiani che usino le moderne tecnolgie per ottenere qualita’ superiori ) che in quelle piu’ avanzate di ricerca e sviluppo e manageriali.

  7. Dario

    58 anni 30 anni di contributi.
    Dal 31/12/2012 senza lavoro, senza sussidio di disoccupazione, senza ammortizzatori sociali, cerco ma non trovo lavoro, sono senza nessun reddito mi sento solo e inesorabilmente invisibile. Mentre senti di gente che ha pensioni da 90.000 euro mese o vitalizi dopo 10 anni di 5.000…..Vi chiedo In quale paese vivo?

    • Lorenzo

      Siamo più o meno coetanei e più o meno nella stessa situazione.
      Quattro anni fa la mia azienda chiuse e una mia conoscente mi disse che non sarei stato il primo né l’ultimo in tale situazione. Ho aperto una partita IVA e continuo a lavorare. Noi viviamo nel paese che abbiamo contribuito a creare.

    • nino

      Sono anch’io nelle stesse condizioni e non so come uscirne. Gli economisti fanno calcoli che, puntualmente, col senno di poi, si dimostrano sbagliati. A pagarne le conseguenze è sempre la gente.

  8. valter fiore

    E’ verissimo che bisogna gestire una forza lavoro che invecchia, che costa molto sopratutto in rapporto ad una diminuita produttivita’. Credo si debba pensare a forme di uscita morbide: part-time ma anche demansionamento. Non penso sia sostenibile che un’azienda paghi un sessantenne come e piu’ di un quarantenne. Bisogna superare quella logica di “diritti acquisiti” per cui lo stipendio se anche non aumenta, di sicuro non diminuisce. Lo stipendio deve diventare funzione di cio’ che uno produce.
    Poi credo che forme – a costo zero o quasi – di flessibilita’ possano essere utili specie a fronte di cambiamenti bruschi del sistema (Fornero…) ma di sicuro, le aziende in primis non si debbono illudere di potersi liberare della forza lavoro anziana. E i sindacati debbono fare i conti con la realta’ …una volta tanto
    PS sono uno di quei sessantenni che stanno diventando un peso e vorrei pesare meno proprio per non correre il rischio di essere scaricao di brutto…

    • Miguel

      Lo stipendio calante rispetto all’età mi sembra una proposta con numerosi potenziali vantaggi. E parlo da 34enne.
      Mettiamo che adesso io prendessi il 50% di stipendio in più: personalmente, mi farei una famiglia, comprerei casa, cambierei l’auto. Insomma, farei girare l’economia. E’ un dato di fatto che l’economia gira grazie ai tanti giovani e non ai tanti anziani. Vedo i miei che sono da qualche anno sono andati in pensione dopo una vita di sacrifici: i viaggi che “faremo quando andremo in pensione” non li stanno facendo perché non hanno più il fisico e l’energia di una volta. Cambiare la cucina non l’hanno più fatto perché “ormai non ci interessa più”, “l’auto nuova non ci serve per i pochi km che facciamo all’anno”.
      E quando (spero più tardi che mai!) io erediterò il loro gruzzoletto, i miei 34 anni saranno già passati senza aver avuto prima quella disponibilità economica che mi avrebbe fatto fare una famiglia, prendere una casa e l’auto nuova.

      • Andy Mc TREDO

        Concordo: fra l’altro sono le stesse cose che ci siamo detti a Londra 20 anni fa io e un venditore di immobili in terza zona (quartiere irlanse e zone limitrofe) quando il prezzo delle case era crollato. In aggiuta concordavamo anche che un po’ di inflazione non sarebbe stata che positiva … che eresie !!!

      • Alessandro

        Caro Miguel, tutto è relativo.Per esempio io ho 57 anni, ho una figlia di 30 anni ed altri due di 11 e 7.
        Ti assicuro che ho tanta voglia di vivere, fare viaggi, sport e passare tanto tempo com la mia famiglia.
        Lavoro da 36 anni e probabilmente lavorerò per tanti altri.
        Vedo molti miei ex colleghi che sono andati in pensione anni prima molto più giovani ed hanno una pensione che io pur lavorando più anni di loro non percepirò mai.
        Tutto questo per dire semplicemente che normalmente in una famiglia, quando la coperta è corta, è corta per tutti….e non mi inoltro sulla cazzata dei diritti acquisiti..
        Buona fortuna a Te e tanta energia ai Tuoi !
        Alessandro

  9. Giuseppe

    Io credo che ognuno dovrebbe avere la possibilità di scegliere quando andare in pensione e che il trattamento dovrebbe essere calcolato in modo semplice e lineare. Ipotizziamo che sia previsto che, in base alle regole attuali, un individuo debba andare in pensione a x anni con un assegno annuale pari a y e che la durata attesa della vita sia z: quindi la spesa complessiva attesa sarà y(z-x). Se vuole andare in pensione a k anni riceverà un assegno pari a y(z-x)/(z-k), cioè tale che la spesa complessiva attesa resti invariata. Sta a lui scegliere il valore i k.

  10. Giuseppe

    Scusate ma perchè si continua a parlare della pensione come unico modello di riconoscimento dei contributi versati. Guardate che Cameron in Inghilterra ha reso disponibile il sacrosanto diritto a scegliere se ritirare i contributi o aspettare il momento della pensione che in Italia vuol dire morire prima o averla quando non ne avrai più bisogno.
    Perchè semplicemente non si lascia la libera scelta anche in Italia?

  11. Giuseppe C

    Sono assolutamente in accordo con il mio omonimo Giuseppe. Tra l’altro continuiamo a farci prendere in giro dallo stato. Se con il sistema contributivo quello che versi sarà quello che avrai e l’ INPS decide a partire da quando ti sarà erogata la pensione e il suo valore, vuol dire che sa anche quando morirai? Ma di cosa parliamo?

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