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Cambio di rotta sulle province

Fin dall’inizio, la scelta più razionale sarebbe stata attribuire direttamente alle regioni le funzioni delle province, affidando loro anche il compito di razionalizzare la spesa connessa. Ora sembra che anche parlamento e governo, pur con grave ritardo, siano orientati ad abbracciare questa idea.
Un anno e mezzo dopo
A quasi un anno e mezzo di distanza dall’entrata in vigore della legge Delrio, il riordino delle funzioni delle province è ancora in alto mare. Intanto, come ha accertato la Corte dei Conti, Sezione autonomie, la legge di stabilità 2015 ha sottratto agli enti di area vasta perfino la disponibilità delle risorse finanziarie delle funzioni “fondamentali”, quelle, cioè, che dovrebbero restare di loro competenza.
Per quanto la soppressione delle province possa ancora considerarsi un’opzione rilevante ai fini della razionalizzazione dei livelli di governo, appare ormai evidente che il modo col quale sin qui si è operato per tentare di riformare l’ordinamento locale sia andato fuori bersaglio.
Come ipotizzato su queste pagine ancora ai tempi del tentativo di riforma da parte del governo Monti, sarebbe stato più opportuno e razionale far inglobare le province dalle regioni, demandando loro il compito di razionalizzarne le funzioni, anche allo scopo di ottenere possibili, ma sostenibili, risparmi di spesa.
Sebbene il governo e il parlamento abbiano scelto una strada del tutto diversa, rivelatasi sin qui senza sbocchi, due elementi dimostrano come ora si cerchi di correggere la rotta, andando esattamente nella direzione di “regionalizzare” gli enti di area vasta.
Funzioni e risorse
Il primo elemento è la legge 125/2015 di conversione del “decreto enti locali”, con la quale il parlamento intende forzare le regioni sin qui renitenti a effettuare il riordino delle funzioni provinciali, imponendo loro di adottare le leggi regionali necessarie entro il 31 ottobre 2015, pena l’obbligo di rifondere alle province e alle città metropolitane le risorse indispensabili per continuare a esercitare le funzioni a suo tempo conferite loro dalle regioni e che le regioni avrebbero dovuto riassumere o attribuire a comuni o a loro forme associative. E non è un caso che in queste settimane anche le regioni più recalcitranti si siano finalmente decise a riordinare le funzioni.
In questo modo, il legislatore riconosce in sostanza che le funzioni provinciali conferite o delegate, sul piano finanziario sono a carico delle regioni. La disposizione normativa del “decreto enti locali” può rivelarsi utile affinché i governatori si rassegnino a riacquisire le funzioni a suo tempo assegnate alle province, avvalendosi a questo punto delle risorse umane, finanziarie, patrimoniali e strumentali connesse.
D’altra parte, tra le poche regioni davvero intente ad attuare la riforma, come Liguria, Lombardia e Toscana, almeno in parte, si è già scelta l’opzione della riacquisizione diretta di alcune delle funzioni, così come quella di garantire agli enti di area vasta i finanziamenti necessari all’espletamento di quanto lasciato alla loro competenza.
Politiche attive del lavoro
Un secondo elemento che dimostra il ripensamento in atto discende dall’accordo quadro in materia di politiche attive per il lavoro, sancito dalla Conferenza Stato-regioni del 30 luglio 2015.
L’accordo stabilisce che nella fase di transizione fino alla riforma della Costituzione, che prevede la riattribuzione allo Stato delle competenze in materia di politiche attive del lavoro, Stato e regioni collaboreranno per assicurare la continuità del funzionamento dei centri per l’impiego. Questi, in sostanza, come confermato anche dal decreto legislativo 150/2015 di riordino delle politiche attive del lavoro, passeranno direttamente alle regioni, alle quali oltre alla responsabilità dei centri, qualificati come articolazioni territoriali regionali, spetterà la gestione operativa delle politiche attive. Allo scopo di garantire la funzionalità dei centri per l’impiego, ancora oggi provinciali, l’accordo quadro ha previsto che gli oneri per coprire i costi del personale a tempo indeterminato (7.500 dei circa 20mila dipendenti provinciali destinati al sovrannumero) sia sostenuta, sempre nel periodo transitorio, per due terzi dallo Stato e per un terzo dalle regioni.
Se governo e parlamento avessero pensato prima ad attribuire direttamente alle regioni le funzioni provinciali ed evitato di inferire alle province la manovra finanziaria della legge di stabilità 2015, la soppressione delle province sarebbe già stata operativa, senza i traumi finanziari e quelli ai servizi che si sono sin qui verificati.
 

Leggi anche:  Perché un Parlamento più piccolo funziona meglio*

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  1. Al

    Analisi e proposta molto sensate.
    L’errore del Governo è stato pensare che i livelli inferiori (Regione, Province, Comuni) avrebbero collaborato per il buon esito della procedura.
    In Italia la Pubblica Amministrazione non collabora MAI e non gliene importa nulla del buon esito finale. Ogni margine di manovra è interpretato a fini di impedimento. Nel processo di eliminazione delle province ogni individuo, dai presidenti di Regione giù fino all’ultimo degli uscieri, ha guardato i suoi interessi personali.
    La riforma andava fatta dall’inizio dicendo alle Regioni, per legge, “da domani le funzioni passano a te, col personale e le relative entrate”. Prima lo fanno, meglio sarà.

  2. Personalmente, reputo una sciocchezza questa scelta governativa di abolizione delle province. Storicamente, ci sono sempre stati enti intermedi, dato che la nostra forma amministrativa ricalca quella napoleonica di metà Ottocento. Ma questa “riforma” è stata pessima. Vogliamo riformare le province? Ok, togliamo il consiglio elettivo, eventualmente mettiamoci un delegato per ogni comune, snelliamo la formazione di una giunta, ma non buttiamo alle ortiche anni e anni di competenze e professionalità. Risultato: tutto il contrario. Un pasticcio, un obrobrio su tutti gli ambiti. E si continua ancora a peggiorare! Ma poi, se proprio proprio vogliamo fare una vera trasformazione, diamo i poteri dei presidenti di provincia ai prefetti! Il loro ambito di competenza territoriale è la stessa provincia, hanno poteri simili, per cui siamo già pronti per “trasformare”.

  3. bob

    …ripassare la Storia di questo Paese dal 1970 indietro

  4. Fabio

    La mia opinione è che non è stata una riforma ma una pura azione di marketing e queste evoluzioni lo dimostrano, se le Province non servivano perché c’è tutta questa necessità di trasferire funzioni?. Chiunque conosca il funzionamento dell’apparato pubblico sa che i centri di spesa più importanti, oltre allo Stato centrale, sono le Regioni. In questo modo invece si è: attribuito più potere alle Regioni; è aumentata l’influenza politica sulle strutture tecniche; si è persa una dimensione amministrativa sovra-comunale equidistante dal cittadino, non sono stati intaccati se non marginalmente i livelli di spesa.
    Io credo che nel medio-lungo periodo si dovrà tornare sull’argomento creando macro-regioni e livelli amministrativi intermedi che battezzeremo con qualche definizione astrusa (non si chiameranno Province per non infrangere pericolosi tabù).

    • bob

      ..un Paese che non è capace di attingere dalla propria Storia…quella migliore, che non ha memoria storica è un Paese che non avrà futuro. Basta vedere le facce e i comportamenti di molti personaggi seduti al Parlamento per comprendere lo stato i cui versa l’Italia. Le Regioni: frutto della commedia dell’arte di cui siamo maestri. Mai come adesso il motto ” Franza Spagna purchè se magna” è di drammmatica attualità

  5. Concordo pienamente, sarebbe stato semplice attribuire le competenze delle province alle regioni. Ricordo di aver scritto in proposito una lettera a tutti i presidenti di regione ottenendo una sola risposta dal presidente della regione Toscana Rossi che solo per questo motivo considero una persona seria.
    Ma c’è un altro problema, se la classe politica regionale non ha avuto l’intelligenza di capire che l’abolizione delle province era la condizione per non abolire le regioni allora forse si deve cominciare a ripensare il ruolo delle regioni. Dopotutto se l’Europa ha un senso non si possono mantenere troppi livelli legislativi: Cominità europea – Stato – regioni – comuni ….

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