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Il prezzo da pagare per la tragedia greca

L’austerità ha fallito, lo dice anche l’Fmi. E la dimostrazione è la Grecia. Ma se si arrivasse al default, i paesi europei sarebbero direttamente coinvolti. La scelta è ora fra piccoli sacrifici distribuiti fra tutti gli europei o un prezzo molto alto per il popolo greco oggi e per noi domani.
Tra austerità e default
Il referendum greco sull’accordo di salvataggio è solo l’ultimo di una serie di tentativi del governo Tsipras di evitare ulteriori misure di austerità al suo popolo. Se è una strada giusta o sbagliata, nessuno può saperlo. Alcune cose però si sanno ed è meglio dirle, prima che sia troppo tardi.
L’austerità ha fallito. Finché a dirlo era solo una parte dell’accademia considerata a torto o ragione “eterodossa”, il tema poteva essere fonte di discussione, ma quando uno studio in tal senso arriva direttamente dal Fondo monetario internazionale a firma Olivier Blanchard e Daniel Leigh, si può tranquillamente prenderla come una considerazione definitiva. Le “riforme” chieste alla Grecia hanno accentuato gli effetti della crisi, poiché una politica fatta di tagli alla spesa, senza un programma di riforme favorevoli alla ripresa, finisce per ridurre i consumi interni proprio delle fasce sociali che consumano una porzione maggiore del proprio reddito. Di conseguenza, la riduzione del prodotto interno lordo greco ha fatto aumentare il peso del debito in termini relativi, dinamica illustrata da Marianna Mazzucato e in atto anche per l’Italia, che nonostante la riforma pensionistica ha visto crescere costantemente il rapporto debito/Pil negli anni seguenti l’inizio della crisi.
Il default è un’opzione? In queste ore in Grecia si avvertono i primi segni dell’eventuale insolvenza. Dalle file agli sportelli bancari, alla carenza di farmaci nonché di tutti i beni importati in genere. Le conseguenze di diventare un debitore insolvente sono gravi e immediate, a cominciare dall’impossibilità di avere nuove linee di credito, il che comporta immediatamente la difficoltà di approvvigionamento delle merci importate (tra le quali le materie prime, petrolio e gas). Successivamente, vista la crisi di liquidità, senza accordo, la Grecia dovrebbe necessariamente ricorrere a forme alternative di emissione valutaria creando, di fatto, un sistema a doppia circolazione, in cui la nuova dracma verrebbe usata solo all’interno, mentre gli euro sarebbero usati come bene rifugio (nella più classica applicazione della legge di Gresham, secondo cui la moneta “cattiva scaccia quella buona”).
Le conseguenze di un tale caos si estenderebbero a tutta l’Europa, attraverso i mancati pagamenti della Grecia ai paesi creditori, ma colpirebbero prioritariamente proprio le classi meno abbienti del popolo greco. Inoltre, ogni forma di evento “destabilizzante” provocherebbe una crisi di fiducia e minerebbe la stabilità dell’intera area, dando fiato agli attacchi dei fondi finanziari speculativi.
Chi sono i creditori della Grecia
Chi detiene il debito greco? La sua distribuzione, come ricostruita da Paolo Cardenà, vede come maggiori creditori le istituzioni internazionali: addirittura il 60 per cento è in mano proprio all’UE (attraverso i fondi Efsf di stabilità e del fondo “salva stati” Esm), mentre solo il 12 per cento sarebbe nelle mani dell’Fmi, in questo momento il più intransigente nei confronti della Grecia. Nell’articolo, si evidenzia come i paesi europei siano “realmente” coinvolti nell’eventuale default (Germania, Francia e Italia con 146 miliardi al gennaio 2015) e come questo trasferimento di proprietà del debito abbia avuto una dinamica veramente singolare: in pratica le banche private dei paesi europei hanno scaricato sugli stati, e sulla Bce, il peso del debito greco dal 2009 a oggi.
In altre parole, il salvataggio della Grecia, anziché salvare il paese, ha legato a filo doppio il destino dei greci a quello degli altri europei. Fosse fallita nel 2009, la Grecia avrebbe fatto fallire le banche europee, trasmettendo lo shock alle economie reali; oggi, un default di Atene costringerebbe Italia, Francia e Germania direttamente a manovre correttive di bilancio.
Scenari inquietanti
Cosa si può fare ora? Lo scenario è inquietante, le conseguenze a breve termine di un default greco potrebbero essere pesantissime e per questo un accordo deve essere trovato. Ma quale accordo? È impossibile prendere in considerazione l’ipotesi che siano gli stati europei a pagare, visto che per esempio l’equilibrio dei conti pubblici italiani già così è a rischio. Dunque, un piano di salvataggio dovrebbe partire da alcuni presupposti ineludibili:
1) La riduzione del debito, attraverso uno storno della quota degli interessi dovuti agli investitori internazionali, proprio quella che ha autoalimentato il debito negli ultimi anni (attraverso un accordo che veda come interlocutore l’Unione Europea e non la sola Grecia);
2) La Bce dovrebbe rilevare la quota detenuta dall’Fmi, anche questo con un accordo “al ribasso” dato che, per ammissione stessa dell’Fmi, le “riforme” imposte alla Grecia, in cambio dei prestiti, erano errate.
3) Un piano d’investimenti straordinari in Grecia, ma anche una riformulazione delle richieste, che consideri la necessità di protezione sociale per le classi meno abbienti (andando verso una convergenza dei parametri economici anziché esclusivamente dei vincoli finanziari) in cambio, ad esempio, delle riforme pensionistiche. Si ricordi che sono proprio Grecia e Italia i due paesi più carenti in questo senso.
È evidente che queste misure avrebbero un costo, anche in termini d’inflazione, visto che la Bce dovrebbe rompere il dogma del divieto di politiche espansive. Allo stesso tempo si dovrebbe archiviare definitivamente il mito dell’austerità espansiva, che si è rivelata inutile e dannosa come sottolineato più volte anche da Paul Krugman.
In conclusione, la scelta dell’Europa e della Grecia non è quella fra euro e dracma, tra Alexis Tsipras e Angela Merkel, tra democrazia e autocrazia, quanto fra piccoli sacrifici distribuiti fra tutti i paesi europei ed enormi sacrifici per il popolo greco oggi (e per noi domani).
 
 
 
 

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Europa, il vero problema è la stagnazione

  1. Ci si trova di fronte ad un malato grave che non risponde alle cure, può essere il momento per rimettere in discussione parte del sapere che ci ha guidati finora, e sperimentare nuove terapie.
    Non solo il malato Grecia rischia la morte, ma l’intero consesso Europeo, che lo sovrasta, presenta preoccupanti segni d’infezione.
    Forse il metodo utilizzato nella risoluzione della crisi Malese può essere la base di partenza, magari si potrebbero scoprire, collateralmente, altre soluzioni finanziarie che temperino lo strapotere bancario.

    • Salvatore

      La ringrazio, sono d’accordo. Gli strumenti usati fino ad ora hanno palesato enormi limiti. Per questo insisto da tempo su una modifica dei trattati, che consenta alla BCE di avere una maggiore varietà di strumenti a disposizione anche nel rapporto con gli stati, altrimenti gli interventi della BCE saranno necessariamente “mediati” dal settore finanziario privato (leggo il suo termine “strapotere” in questo senso). La paura dell’inflazione ha generato la deflazione, la paura di finanziare gli stati ha provocato indebitamento. Bisogna varare un mix di manovre che siano sufficientemente flessibili e coordinate anche con la politica fiscale, altrimenti ho paura che ne discuteremo ancora a lungo. Cordiali saluti, S.P.

  2. Michele

    Articolo perfetto. Complimenti!
    Aggiungerei magari due ulteriori strumenti ad un piano salva Ue\Grecia:
    1. un meccanismo di prededuzione per i nuovi finanziamenti reperiti sul mercato dalla Grecia, post ristrutturazione (per ridurne il rischio/costo)
    2. Un meccanismo (sufficientemente lungo) di ristorno dei vecchi creditori nel caso (e soltanto) di risultati molto positivi dell’economia greca (una sorta di earn-out…)

    • Salvatore

      Grazie, troppo gentile. Sono abbastanza d’accordo con gli strumenti aggiuntivi che propone. Lei suggerisce bene che bisogna praticare una sorta di “protezione” che non sia breve, per evitare che la Grecia si indebiti con fondi speculativi privati (a tassi alti) e che prima di rimborsare i prestiti delle istituzioni si valuti la capacità della Grecia stessa di “sopportare” i pagamenti senza indebolirsi. Purtoppo fino ad oggi si era fatto il contrario. Saluti, S.P.

  3. Carlo

    Sento sempre parlare di “Fallimento dello Stato”, ma dall’epoca dei Peruzzi e dei Bardi mi pare che siano le banche un po’ troppo sconsiderate a fallire, no di certo gli Stati. Semmai gli stati si fanno le guerre.
    E’ mai successo che uno stato sia stato dichiarato “fallito”? E cosa è successo?

    • Salvatore

      Il concetto di “crisi fiscale dello stato” è stato dclinato negli anni ’90, proprio in riferimento all’Italia. Purtroppo di crisi di solvibilità di uno stato ne abbiamo avuti molti esempi nella storia, ma non puo’ accadere quello che accade in un fallimento vero e proprio di un’azienda, possiamo piuttosto ricondurlo (come fattispecie semplificata) ad una sorta di amministrazione straordinaria. Le conseguenze sono gravi: iperinflazione, difficoltà di approvigionamento delle materie prime (a causa della chiusura delle linee di credito estere), emigrazione, tensioni sociali, in pratica avviene un peggioramento drastico delle condizioni di vita materiali degli abitanti. Tutto questo, fino a quando la situazione non si “normalizza” ed il paese in questione non ritrova un canale di comunicazione economica con gli altri paesi (e con i propri creditori). Proprio per evitare le conseguenze dei vari default (o accorciare i tempi delle crisi), era stato istituito il FMI. Su come venga gestito nella concretezza dei singoli episodi ognuno ha la sua opinione. Io non sono particolarmente entusiasta.

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