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Se gli italiani eleggono il sindaco, ma non il governatore

Un’analisi dettagliata del voto amministrativo conferma il calo dei partecipanti, ma in misura diversa tra elezioni regionali e comunali. I cittadini sono ancora interessati a scegliere il proprio sindaco, mentre è evidente la disaffezione verso i governi regionali. Il profilo di chi ha votato.

Un voto passato al microscopio
I risultati delle elezioni regionali hanno scatenato un notevole clamore mediatico e molteplici discussioni nel mondo politico. Si annuncia la morte della democrazia, a causa della bassa partecipazione elettorale, e si traggono complessi auspici sulla tenuta del governo o sui risultati delle prossime elezioni politiche.
Come per i mercati azionari, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a “profezie auto-realizzantesi”; tutti lo dicono, dunque deve essere vero, salvo poi rimanere sorpresi di fronte ai risultati delle prossime elezioni, così come del resto spesso succede nei mercati borsistici. Ma uno sguardo ai dati racconta una storia un po’ diversa. Parafrasando Mark Twain, quando lesse sulla stampa la notizia della propria morte, i commenti paiono un po’ esagerati o perlomeno prematuri.
Il confronto illogico tra elezioni diverse
Intanto, bisogna ricordare che in sette regioni si votava per il rinnovo dei consigli, e in tutte (tranne alcune regioni a statuto speciale) per il rinnovo di un certo numero di consigli comunali in scadenza. Confronti tra l’affluenza a elezioni di tipo diverso, tradizionalmente caratterizzati da un diverso grado di interesse degli elettori, non hanno molto senso. E in effetti, come mostra la tabella 1, anche alla tornata elettorale di domenica 31 maggio, la partecipazione ai due tipi di scrutinio è stata molto diversa. Mentre alle regionali ha votato solo circa il 54 per cento degli aventi diritto, l’affluenza alle comunali è stata all’incirca del 65 per cento, un dato tutt’altro che disprezzabile. In secondo luogo, è vero che c’è stata in entrambi i casi una riduzione della partecipazione rispetto alle precedenti elezioni del 2010. Ma nel 2010 si votava su un giorno e mezzo, mentre questa volta le urne sono rimaste aperte solo la domenica; oltretutto una domenica di sole nel bel mezzo del più lungo ponte dell’anno.
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Cittadini e regioni: un amore finito
La tabella 1 mostra anche come la riduzione nell’affluenza sia stata più marcata per le regionali che per le comunali. Anche nel 2010 la partecipazione alle prime era stata più bassa che alle seconde, rispettivamente il 64,1 per cento contro il 73,5 per cento.
Nel 2015, la partecipazione è stata del 54 per cento per le regionali e del 65 per cento per le comunali, perciò con una riduzione pari a 10,2 punti per le regioni e a 8,7 punti per i comuni. Dunque, il dato fa sospettare che dietro il calo dell’affluenza alle regionali, più che una generale disaffezione degli elettori per la politica tout court, ci sia piuttosto una forte disaffezione dei cittadini nei confronti di questo specifico livello di governo. Del resto, le regioni sono state investite da una bufera mediatica negativa, a seguito dei ripetuti scandali di cui si sono macchiati i consiglieri regionali negli anni scorsi, e lo stesso status delle regioni, in fase di revisione via riforma costituzionale, è al momento assai incerto. Non è dunque sorprendente che una parte dei cittadini abbia preferito disertare le urne, quando si trattava di votare per i consigli regionali.
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L’ipotesi è anche confermata da una seconda osservazione, contenuta dalla tabella 2. L’affluenza alle regionali nei comuni dove si votava anche per il sindaco è stata molto più ampia che nel resto dei comuni: il 68,6 per cento rispetto al 50,4 per cento. Viceversa, l’affluenza alle comunali nelle regioni dove non si votava per il rinnovo del consiglio regionale, è stata più o meno analoga: il 64,3 per cento. Questo suggerisce che le comunali abbiano “tirato” le regionali; se non ci fossero state anche le comunali, l’affluenza alle regionali sarebbe stata ancora più bassa. E in effetti, assumendo che in assenza delle comunali tutti i comuni di una regione avrebbero visto una affluenza alle elezioni regionali analoga a quella osservata nei comuni della stessa regione dove non si votava anche per il sindaco, si può calcolare un dato controfattuale, cioè quanta sarebbe stata la partecipazione alle regionali senza le comunali.
I risultati dell’esercizio sono riportati nel grafico. E questo esercizio non considera ancora le schede nulle o bianche; è almeno plausibile immaginare che molti cittadini andati ai seggi per votare il sindaco, e dunque “contati” anche per le regionali, abbiano poi deciso di lasciare in bianco o annullare la scheda regionale.
Grafico 1
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Chi è andato ai seggi?
L’ultima considerazione è che l’affluenza non è casuale. Coloro che decidono di votare sono diversi da quelli che non partecipano, proprio per il fatto che hanno deciso di votare. Anche se, di nuovo, i dati non consentono un’analisi precisa (perché i partiti o le aggregazioni di partiti che partecipano ai due tipi di elezioni non sono le stesse), si può almeno supporre che gli elettori che comunque hanno deciso di votare alle regionali siano i più motivati e i più informati, forse i più “estremisti”. Tentare di prevedere sulla base dei risultati delle forze politiche alle regionali che cosa succederà alle prossime politiche, quando verosimilmente voterà almeno un ulteriore 20 per cento degli aventi diritto (alle politiche del 2013 ha votato il 75 per cento), è operazione assai azzardata.
L’articolo è disponibile anche su www.tvsvizzera.it

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  1. davide445

    Sono uno di quelli che non è andato a votare, ne alle regionali ne alle comunali. Alle elezioni nazionali voto ogni quattro anni, indipendentemente da quante ne vengono proposte.
    Non voto per vari motivi: non mi sento rappresentato nei partiti maggiori, dove spulciando le liste elettorali si trovano soprattuto personaggi e faccendieri di dubbia moralità, lottizzati, indagati, incompetenti, euro-irrilevanti.
    Le liste minori dove a volte ci si spinge a scegliere candidati di maggiore qualità hanno irrisorie possibilità di successo, visto il dominio dei media da parte dei candidati maggiori.
    Non mi sento inoltre in linea con le scelte degli altri italiani, con cui mi trovo in totale disaccordo rispetto le scelte elettorali ripetute sui personaggi (di destra e di sinistra) non solo con le caratteristiche sopra descritte, ma con uno standing internazionale che sfiora il ridicolo, in un mondo in cui l’Italia deve combattere come sistema.
    Infine visto quanto sopra ho semplicemente di meglio da fare: mi concentro sul mio lavoro e la mia famiglia, allocando il mio tempo dove ha senso per produrre un risultato.
    In fondo il Belgio si è governato da solo per anni e i governi non eletti che si sono succeduti in Italia non hanno fatto peggio dei precedenti. Continuino così.

  2. giacomo1981

    ho votato alle comunali ed ho votato anche alle regionali. sono onesto: se ci fossero state solo le elezioni regionali (stante la bellissima giornata di sole) …. forse sarei andato al mare. sarebbe interessante anche un altro dato che credo nell’articolo non sia stato approfondito. è interessante vedere, in quei comuni dove si è votato anche per le comunali, quante sono state le schede bianche. capita spesso che per pigrizia o per non esser giudicati, si prendano entrambe le schede elettorali. Salvo poi votare per il comune e mettere scheda bianca per le regionali o amministrative nazionali. Questo comporta che l’affluenza risulta più alta anche se in realtà le persone che hanno veramente “partecipato” al voto sono molte di meno ed i dati sull’affluenza sarebbero addirittura peggiori di quanto già non siano.

  3. 1. Ottima l’analisi e l’idea generale, pro-comune e anti-regione. 2. Manca però una conclusione, una proposta. 3. Intanto la partecipazione elettorale NON è indice di democraticità: la Svizzera, fra tutte la democrazia più autentica, ha notoriamente i tassi di partecipazione più bassi. 4. L’astensione è soprattutto un’immensa opportunità per proposte e candidati nuovi, per out-sider, new-entry. 5. 25 anni fa la Lega, 20 anni fa Berlusconi, 10 anni fa il M5* sono stati ingressi innovativi, che però o non hanno innovato, o lo hanno fatto per il peggio. 6. Perché il sistema non funziona, non permette di auto-rigenerarsi? Perché non c’è alternanza, rinnovamento? 7. Molto dipende dalle regole elettorali (lo aveva già capito John Locke nel 600) che i governanti di tutti i tempi tendono ad aggiustare alla LORO convenienza di autoconservazione. La legge elettorale è in tutti i sensi la legge delle leggi. L’Italicum non è che la conferma di quello che il sistema italico davvero è: un inganno, una finzione di democrazia, per cambiare in modo tale che nulla cambi.

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