La relazione allegata al Def sugli interventi nelle aree sottoutilizzate non contiene nessuna novità. Conferma i ritardi di spesa. E alle nuove strutture previste mancano proprio le funzioni tecniche ed economiche che le renderebbero efficaci. Poca attenzione alle novità in arrivo dall’Europa.
Nessuna novità dal Documento
La relazione allegata al Documento di economia e finanza sugli interventi nelle aree sottoutilizzate è un documento scarno, privo di indicazioni di policy, che riassume i nuovi assetti organizzativi confermando però sostanzialmente le scelte passate sui fondi strutturali e sul Fondo sviluppo e coesione, le stesse che hanno condotto a gravi insuccessi.
Il documento non contiene nessuna idea e nessuna novità per le aree a basso sviluppo nella delicata situazione del dopo crisi.
Per potenziare la governance, la relazione conferma l’entrata in funzione di nuove strutture – l’Agenzia, il Dps presso la presidenza del Consiglio e la cabina di regia (voluta dalla Legge di stabilità 2015) – che dovrebbero offrire supporto alle amministrazioni in tema di programmazione, attuazione e qualità progettuale.
Purtroppo, tali strutture rappresentano solo un rimpasto della macchina amministrativa, senza che siano introdotte nuove funzioni tecniche ed economiche, necessarie invece per fornire un effettivo sostegno alle amministrazioni negli approcci programmatori e nella definizione dei progetti.
Confermati i ritardi di spesa
I ritardi nella spesa sono solo una parte della storia, anche se è la più nota. E vengono confermati da alcuni numeri contenuti nel documento. Dei 46,7 miliardi disponibili per il ciclo di programmazione comunitaria 2007-2013 rimangono da spendere, entro il 2015, ben 13,6 miliardi.
Per quanto riguarda il Fondo sviluppo e coesione alla fine del 2014 le assegnazioni ammontano

  • per il periodo 2000-2006 a circa 43 miliardi alle amministrazioni centrali, di cui non è noto lo stato di avanzamento della spesa;
  • per il periodo 2000-2006 a circa 18 miliardi alle amministrazioni regionali, con un avanzamento della spesa pari al 68,6 per cento;
  • per il periodo 2007-2013 – al netto delle riduzioni apportate dalle manovre di finanza pubblica – a 20 miliardi alle amministrazioni centrali, di cui non è noto lo stato di avanzamento della spesa;
  • per il periodo 2007-2013 a 17 miliardi (sempre al netto delle riduzioni intervenute), con un avanzamento della spesa pari a 8,2 per cento
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A partire dal dicembre 2011, con il cosiddetto Piano azione coesione, si era proceduto a una riprogrammazione che prevedeva la riduzione del cofinanziamento nazionale e l’avvio di programmi nazionali paralleli distinti rispetto a quelli gestiti con i fondi strutturali. In questo modo sarebbe stato possibile evitare di incorrere in perdite rilevanti di risorse alla fine del ciclo di programmazione 2007-2013. Delle complessive risorse Pac disponibili, 3,5 miliardi sono stati destinati dalla Legge di stabilità 2015 ad altro scopo (alla copertura finanziaria del finanziamento degli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato). Di quelle rimanenti, alla fine del 2014 ne risultavano impegnate meno di un terzo secondo un monitoraggio del ministero dell’Economia e Finanza. Ciò certifica che le azioni messe in atto non sono riuscite a evitare il fallimento sui programmi comunitari. D’altra parte, quando il metodo è lo stesso, i risultati non possono che essere uguali.
Piani europei
Paradossale poi il fatto che l’allegato al Def non menzioni i nuovi criteri di flessibilità del trattamento delle spese di investimento previsto dalla Commissione, che a certe condizioni consentono di escludere dal calcolo del disavanzo i cofinanziamenti nazionali a investimenti a valenza europea. Al contrario, prospetta una riduzione del cofinanziamento per il ciclo di programmazione 2014-2020.
La programmazione comunitaria 2014-2020 risente di tutti i difetti delle precedenti. C’è una eccessiva dispersione delle risorse su varie tematiche prioritarie e una frammentazione delle azioni previste. Ma soprattutto non è stato messo a punto uno schema di programma operativo che includesse, da un lato, le analisi sui fabbisogni settoriali e, dall’altro, lo studio su singole iniziative progettuali (studi di fattibilità), così come andrebbe fatto in qualsivoglia schema razionale. C’è da augurarsi che vi si possa rimediare nell’ambito della redazione dei cosiddetti Piani d’azione, che però devono essere presentati entro il 2016.
La nuova dotazione del Fondo sviluppo e coesione per il periodo 2014-2020 è pari a 55 miliardi (di cui l’80 per cento iscritti in bilancio). Si introducono le “aree tematiche di rilevo nazionale” e una cabina di regia, che dovrebbe impostare piani operativi per ciascuna area tematica sul modello dei programmi comunitari.
Il processo delineato incorre nelle stesse riserve già accennate a proposito della nuova programmazione comunitaria. Per migliorare la qualità e la quantità della spesa andrebbe seguita infatti una strada più difficile ma proficua: programmazione tramite l’analisi dei fabbisogni, centralità del progetto e della sua costruzione (studi di fattibilità), valutazioni economiche ex ante e ex post.
Si deve infine osservare che il documento non prende minimamente in considerazione le indicazioni del piano Juncker, che auspica il ricorso a strumenti finanziari nella gestione dei fondi strutturali sia per ottenere un maggiore effetto moltiplicativo sia per coinvolgere gli investitori privati migliorando così la qualità degli investimenti. Mentre la Commissione europea e la Bei hanno inaugurato un servizio di consulenza e di assistenza tecnica (fi-compass) con lo scopo di incrementare l’utilizzo di strumenti finanziari nel periodo 2014-20 e di assicurare con varie iniziative e attività di supporto che i fondi UE vengano orientati verso progetti ad alta redditività economica.
Si tratterebbe quindi di riformulare i programmi e di rimettere in discussione le scelte fin qui effettuate. Ma nell’ottica “conservativa” dell’allegato al Def non vi è spazio per questa ipotesi.

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