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  1. Guido baronio Rispondi
    Lei ha perfettamente ragione. Non è certo una novità per l'Italia la scarsa capacità di valorizzare il capitale umano della propria forza lavoro e il basso livello di innovazione (la caduta della produttività del lavoro è solo uno dei numerosi indicatori che possono confermarlo). Lo scopo dell'articolo era evidenziare come durante la crisi tale fenomeno si sia accentuato, determinando così un sottoutilizzo del lavoro sia in termini qualitativi che intesivi.
  2. Maria Cristina Migliore Rispondi
    Non mi convince la tesi che la crescita di lavoro inutilizzato e poco qualificato sia colpa della crisi. Penso che questi fenomeni vadano inquadrati nel substrato culturale italiano di gran parte della classe dirigente imprenditoriale e politica, tesa ad aggirare le questioni piuttosto che affrontarle con lucidità e professionalità. E' dagli anni '90 che sappiamo che il sistema Italia sta perdendo competitività e nulla si è fatto. E nulla si sta facendo perchè si discute solo di riforme e regole e non di approcci culturali.
    • bob Rispondi
      ...d'accordissimo! Io ho sempre sostenuto che l' attuale situazione sia frutto di un "approccio culturale" che da 40 anni ad oggi ha minato le fondamenta del Paese. Un blocco oggi maggioritario di società civile ha pensato di poter vivere di burocrazia e di regole. L' unica " economia" cresciuta è quella fittizia creata dai "politici" . Basti pensare solo alla divisione folle del Paese in almeno 6-7 livelli di potere dallo Stato all'ultima circoscrizione ( qualcuno ancora viene a parlarmi di bufala Federalista). " Substrato culturale" o " incrostazione burocratica". Un Paese: dove 1% delle aziende usa Internet -senza piani o linee guida di progetti industriali e di sviluppo lungimiranti - senza più una azienda guida affermata su mercati internazionali - senza un sistema-Paese ma tanti "ambulanti" in giro per il mondo a mò di accattoni