Con un anno di ritardo il governo ha pubblicato i rapporti riassuntivi dell’ex commissario per la spending review Carlo Cottarelli. Le 803 pagine redatte con 20 gruppi di lavoro sono disomogenee e a tratti lacunose: una Treccani incompleta. Ai politici il compito di decidere come usarle per ridurre la spesa.
I dati di febbraio sul mercato del lavoro (disoccupazione su al 12,8 per cento, al 42,6 tra i giovani) hanno gelato l’ottimismo diffuso a piene mani dal governo pochi giorni prima. I 79 mila nuovi contratti a tempo indeterminato in due mesi ci sono ma non dicono tutto. Numeri veri ma parziali diventano propaganda fuorviante. Su 44 mila posti di lavoro distrutti a febbraio, 42 mila erano di donne. Iniquità in un mercato già iniquo tra uomini e donne. È ancora troppo presto per vedere gli effetti del Jobs act, sui cui esiti le fonti ufficiali dovrebbero fornire informazioni distinte per genere. Aspetto particolarmente preoccupante, come mostra il nostro grafico, è il costante aumento dall’inizio della crisi dei Neet, giovani né occupati né impegnati negli studi.
Tutti d’accordo: in Italia c’è poca meritocrazia. È una delle grandi cause dell’inefficienza del nostro sistema socio-economico. Come misurarla? Ecco la proposta di un “meritometro” applicato ai principali partner europei: Finlandia al primo posto, Germania e Regno Unito a metà, Italia ultima. Bene dunque che una parte dei fondi destinati agli atenei sia commisurata al merito. Ma l’attuale valutazione della qualità della ricerca (Vqr) – eseguita sia col metodo della peer-review sia con quello bibliometrico – è un procedimento ibrido che suscita dubbi. Otterremmo risultati ben diversi con un sistema alternativo. Più utile e meno costoso.

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