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Spread a 84 punti: l’errore da evitare

Con l’avvio del Quantitative easing lo spread Btp-bund è sceso a 84 punti. Per lo stato italiano significa un risparmio di spesa in interessi di diversi miliardi. Va però evitato un errore: interpretarlo come un bonus che elimina la necessità di ridurre in modo permanente la spesa pubblica.

SPREAD E QE
L’inizio del Quantitative easing della Banca centrale europea (10 miliardi di titoli acquistati in tre giorni) si è accompagnato a un ulteriore calo negli spread, cioè nel differenziale tra i rendimenti offerti dai titoli pubblici dei paesi dell’Eurozona (con esclusione di quelli greci) rispetto al punto di riferimento del mercato, il bund tedesco.
Lo spread Btp-bund a 10 anni è sceso a 84 punti base, cioè a livelli tipici del primo semestre 2010. I tempi dello spread a 550 (era la fine del 2011) sono oggi lontani anni luce.
NEL 2015 TRE MILIARDI IN MENO DI INTERESSI SUL DEBITO
La discesa dello spread nei confronti della Germania ha due conseguenze sui conti pubblici italiani che bisognerebbe capire bene. La prima riguarda l’effetto di impatto sugli interessi che l’Italia deve pagare sul suo debito pubblico. Fare un conto preciso è complicato. Si può però calcolare quanto lo Stato italiano potrebbe risparmiare nel corso del 2015 sul rinnovo dei titoli in scadenza con i rendimenti di mercato di oggi rispetto a quanto avrebbe pagato un anno fa.
Proviamo a conteggiare l’impatto del calo dello spread usando come base i rinnovi dei Bot a 6 e 12 mesi e dei Btp a 3, 5 e 10 anni in scadenza nei prossimi mesi del 2015. In totale, si tratta di 287,5 miliardi euro di titoli, il 62 per cento dei 450 miliardi di rinnovi per il 2015 (il totale include anche i Cct, i Ctz e altri titoli con volumi di emissione più contenuti). Con un quarto del debito pubblico italiano sul mercato in via di rinnovo si capisce perché la riduzione dello spread sia tanto importante.
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La tabella riporta i volumi di debito da rinnovare (colonna 1), i rendimenti in punti percentuali sui vari titoli ieri (12 marzo 2014, colonna 2) e oggi (12 marzo 2015, colonna 4) e infine il costo del potenziale rinnovo oggi (colonna 5) rispetto a un anno fa (colonna 3).
Al di là dei dettagli della tabella (i rendimenti sono, come logico, più elevati quanto maggiore è la durata del titolo), emerge chiaramente che la curva dei rendimenti implicita nella colonna 4 è molto più bassa di quella implicita nella colonna 2; e questo vale per tutte le scadenze considerate.
Dalla discesa generalizzata della curva dei rendimenti si vede una cosa molto importante: il rinnovo dei titoli in scadenza avrebbe implicato una spesa per interessi di 4 miliardi di euro, mentre oggi dopo il Qe il costo del rinnovo viene (verrebbe) drasticamente abbattuto a 1 miliardo circa, con un risparmio di spesa pubblica in interessi per lo Stato pari a circa 3 miliardi (2,94 per la precisione, cioè 3,99 – 1,05).
La riduzione complessiva della spesa per interessi sarà diversa da quella indicata nella tabella per varie ragioni. Il risparmio sale se si include nel calcolo anche l’emissione di nuovo debito per finanziare il disavanzo 2015, il che avverrà a tassi sensibilmente inferiori a quelli del passato. Ma poi bisogna anche ricordare che il risparmio indicato sarebbe tale se tutto il debito in scadenza fosse stato rinnovato il primo di gennaio 2015, il che ovviamente non è avvenuto. Inoltre, sul resto del debito in scadenza nel 2015 (162,5 miliardi di euro) i risparmi saranno probabilmente inferiori perché inferiori sono i rendimenti offerti su questo debito. Infine, il debito in scadenza nel 2015 è solo un quarto del totale. Perché il calo dello spread si spalmi su tutto il debito italiano ci vorranno quattro o cinque anni.
IL CALO DELLO SPREAD E LA SPENDING REVIEW
La riduzione dello spread ha poi una seconda conseguenza che non si vede subito, ma nel corso del tempo. Non è la prima volta che lo spread scende. In passato quando questo è avvenuto, la discesa dei tassi si è associata con un indebolimento della determinazione di tutti i governi che ne sono stati interessati (Berlusconi, Prodi, Monti, Letta) ad affrontare i nodi difficili dei conti pubblici, cioè la riduzione permanente della spesa pubblica.
Senza riduzione della spesa, ogni riforma fiscale, anche la più radicale e la più benefica, ha sempre uno sgradevole effetto collaterale: quello di spostare il finanziamento del buco di bilancio sui governi (e sulle generazioni) che vengono dopo.
Stavolta, il governo ha appena individuato con precisione nuovi consulenti per la spending review, un progetto che negli ultimi mesi era uscito dall’agenda della politica. Speriamo dunque che in questo caso la discesa dello spread sia capita bene, come un sollievo aggiuntivo per fare meglio, e non come un abbuono che elimina la necessità di fare i compiti a casa.

Leggi anche:  Come ghiaccio sottile: i rischi di una silenziosa crisi del debito

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  1. Guido Ortona

    Perché bisogna ridurre stabilmente la spesa pubblica? L’Italia ha un attivo primario fra i più alti d’Europa, un’incidenza della spesa primaria sul pil più bassa della media europea, e un’occupazione (rapportata alla popolazione) nella pubblica amministrazione, nella sanità (pubblica e privata) e nell’istruzione (pubblica e privata) molto più bassa della Francia, della Germania, del Regno Unito e persino degli Stati Uniti. Per uscire dalla crisi bisogna espandere la spesa pubblica, non ridurla.

  2. Giannini Massimo

    L’autore sembra non tener conto di due considerazioni fondamentali. a) L’interesse sul debito pubblico da calcolare é quello reale e non nominale. Quindi anche l’analisi sullo spread deve essere fatta in termini reali. Ne consegue che i tassi e lo spread scenderanno anche ma il problema debito resta insoluto perché le grandezze reali sono invariate o peggiorate. b) Non é vero che “I nodi difficili dei conti pubblici, cioè la riduzione permanente della spesa pubblica”. L’Italia non presenta un problema di quantità di spesa pubblica e sua copertura (vedasi saldo primario di bilancio) ma di spreco, inefficienza e in certi settori insufficienza della spesa pubblica medesima. La storia del buco di bilancio non sta in piedi non solo perché il buco é dato solo dalla spesa interessi ma perché non c’é un vero buco ma una cattiva, direi pessima allocazione di risorse.

    • stefanoC

      Già che ci siamo, rileggiamo il Prof. Domenico Mario Nuti ne “Gli effetti perversi del consolidamento fiscale”:
      Il consolidamento fiscale (aumento di imposte più tagli della spesa del governo) ha l’effetto di fare aumentare, anziché diminuire, il rapporto debito pubblico/Pil
      “un consolidamento fiscale (aumento di imposte più tagli della spesa del governo) necessariamente comporterà un aumento anziché una diminuzione del rapporto Debito Pubblico/PIL, rispetto a quello che si sarebbe avuto senza il consolidamento fiscale, fintantoché il moltiplicatore fiscale – o più precisamente la media ponderata dei moltiplicatori fiscali applicabili al livello e alla composizione del pacchetto fiscale – è maggiore dell’inverso del rapporto Debito Pubblico/PIL del paese. …
      Il limite inferiore dei moltiplicatori fiscali riveduti da Blanchard e Leigh (2012 e 2013), di 0,9, comporterebbe un consolidamento perverso nel 2012 non solo in Giappone ma anche in Grecia, Irlanda ed Italia; mentre il limite superiore di 1,7 aggiungerebbe alla lista di consolidamento perverso anche la Francia, il Regno Unito, la Spagna, la Germania, l’Ungheria, l’Austria, gli USA, l’Olanda e l’Albania.”

  3. Rainbow

    L’idea che la spesa pubblica italiana sia alta,e che rappresenta il principale problema della Finanza italiana e’un luogo comune ricorrente “scientificamente”SMENTIBILE dati alla mano! Fonte Istat,serie storica sulla Spesa Pubblica in Italia ed in Europa appena pubblicata: la spesa primaria italiana,al 2013, e’di 45,5% rispetto al Pil; la media U.E e’al 46.1% sul Pil! Proprio oggi la Cgia di Mestre ha pubblicato uno studio sulla spesa pubblica dove risulta che dal 2010, al 2014, la spesa corrente in termini assoluti e’cresciuta di 27 miliardi circa ( passando da 665 miliardi a 692 miliardi),meno dell’inflazione cumulata del periodo che e’stata del 6% circa ( questo la CGIA di Mestre non lo ha evidenziato,naturalmente,l’ho verificato io!), l’incremento di spesa e’stato del 4%! L’aumento di spesa ha riguardato il capitolo pensioni,nonostante la riforma Fornero,restrittiva ( che tutti vogliono depotenziare:Salvini,Poletti,Sacconi,etc). La SPESA PER I PUBBLICI DIPENDENTI E’DIMINUITA DI 9 miliardi nel triennio ( grazie al blocco delle assunzioni e dei contratti!), e la spesa per investimenti ( quella che da il maggior ritorno in termini di Pil), gia’bassa,e’diminuita di 15 miliardi,1% del PIL., LA SPESA PUBBLICA ITALIANA Primaria E’DA RIQUALIFICARE NON DA RIDURRE!Quasi tutte le poste sono sottofinanziate tranne la spesa per le pensioni!

  4. IC

    Non è da ridurre la spesa pubblica, ma sono eccessive certe componenti di questa spesa. Pensiamo agli elevati stipendi per politici, magistrati, burocrati. E poi vi sono gli sprechi legati alla corruzione e a un certo buonismo autolesionista tipico dell’Italia

  5. Maurizio Cocucci

    Una puntualizzazione giusto per essere precisi: più che il calo dello spread è quello dei rendimenti da cui ne consegue un risparmio sul costo del debito (e viceversa).
    Parlare di riduzione della spesa innesca spesso commenti allarmati, comprensibili e anche giustificati, però va fatto presente, anche in questo caso per precisare, che per riduzione della spesa si fa riferimento al pagare il costo consono ad ogni voce di spesa eliminando gli sprechi. Se una voce di spesa ha un costo medio di 100 e noi paghiamo 130, parlare quindi di riduzione della spesa significa tagliare quel 30 extra con cui poi se ne deciderà l’utilizzo: o riduzione della pressione fiscale oppure trasferimento/attivazione di altra tipologia di spesa (esempio sul welfare – sostegno economico a cittadini in difficoltà) oppure verso investimenti.
    Io aggiungo poi anche una riorganizzazione della fiscalità, eliminando molte imposte ragruppandole (molte di queste hanno costi di gestione che ne vanificano l’efficacia da parte dello Stato) e distribuendo meglio sui contribuenti.

  6. Piero Bonacorsi

    La spese pubblica italiana è alta. In quanto gli interessi sul debito fanno parte di essa. Senza dubbio vi sono sprechi e privilegi da aggiustare ma affrontare questo discorso non calcolando la spese da sostenere per il debito pubblico (che non è alto ma altissimo) non ci consente di affrontare il problema nella sua interezza. Magari soluzioni per abbattere questo fardello di debito pubblico praticabili potrebbero aiutarci a rientrare davvero nei parametri indicati da altri commenti. Perché non discutere di cessione di beni e imprese a controllo pubblico per abbattere il debito.

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