L’Efsi diventerà operativo da giugno ed è il perno del piano Juncker. Ma è difficile che riesca a mobilitare i 305 miliardi di investimenti aggiuntivi. In più, c’è il rischio che a beneficiarne siano i paesi con i conti pubblici più in ordine.
L’ARCHITETTURA DELL’EFSI
Il nuovo fondo varato dalla Commissione europea, lEuropean fund for strategic investments diventerà operativo dal prossimo giugno, e costituisce il perno del “piano di investimenti per l’Europa”, noto come piano Juncker, al quale si affidano molte speranze per un rilancio dell’economia e dell’occupazione.
I 315 miliardi, che costituiscono l’obiettivo del piano, non saranno, però, investiti dall’Efsi. Il fondo avrà un affidamento di 21 miliardi di euro, 16 dei quali reperiti nel bilancio dell’Unione e 5 apportati dalla Banca europea degli investimenti, all’interno della quale sarà costituito con contabilità autonoma.
All’ambizioso obiettivo dei 315 miliardi di euro si arriva facendo lievitare di quindici volte la disponibilità complessiva, perché la Commissione ritiene, sulla base dell’esperienza maturata con altri programmi Ue, che la copertura del rischio da parte del fondo consenta di accrescere l’offerta di finanziamenti e di attrarre un numero di investitori sufficiente a generare un moltiplicatore così elevato.
Dalla documentazione consultata non si ricavano molte indicazioni sui meccanismi attraverso i quali dovrebbe operare il moltiplicatore. Il suo effetto complessivo è scomposto in due componenti. In una prima fase si prevede che la copertura di rischio fornita da ogni euro possa indurre un investimento di tre euro da parte della Bei e del Fondo europeo degli investimenti. In particolare, la copertura di rischio del fondo dovrebbe consentire alla Bei di sottoscrivere titoli di debito senior per progetti ad alto rischio, di debito subordinato equity e quasi-equity relativi a investimenti infrastrutturali di lungo termine; la garanzia dell’Efsi permetterebbe al Fei di “coprirsi” per la sua partecipazione a iniziative di venture capital, cartolarizzazione e ad altre operazioni di finanziamento della crescita di piccole e medie imprese. Ci si attende, poi, che ogni euro investito dai due organismi, stimoli progetti (realizzazione di strade, di reti per la distribuzione di gas, acqua e di molte altre infrastrutture, start-up, attività di ricerca e sviluppo) di importo quintuplicato da parte dei privati. La dotazione del fondo potrebbe, poi, crescere con la partecipazione degli Stati membri e anche di banche di promozione nazionali, come la nostra Cassa depositi e prestiti, enti pubblici e soggetti privati.
In sostanza, il suo scopo è di “mobilitare” gli investimenti, accrescendo le possibilità del loro finanziamento con l’emissione di titoli rappresentativi del capitale di rischio delle imprese e con la concessione di credito da parte delle istituzioni finanziarie. In una situazione di grande liquidità del sistema finanziario, il compito assegnato all’Efsi non è di sopperire a una carenza di danaro, ma alla scarsa disponibilità, da parte delle banche, all’assunzione dei rischi connessi al finanziamento delle iniziative. Tuttavia, come sottolineato da Daniel Gros, soprattutto nel caso degli investimenti infrastrutturali, la copertura dei rischi non elimina gli ostacoli alla loro realizzazione costituiti dalle difficoltà di finanziamento da parte degli stati membri.
PIANO DI INVESTIMENTI AGGIUNTIVI?
Oltre a non essere un piano di investimenti pubblici, quella di cui ci occupiamo non sembra possa essere classificata neanche come una policy (come ne sono state sperimentate a livello statale) di stimolo agli investimenti privati attraverso la concessione di incentivi monetari pubblici. Non sembra dunque ipotizzabile la concessione di contributi pubblici né in conto interesse né in conto capitale.
Questo, però, riduce di molto le probabilità che l’Efsi possa centrare l’obiettivo di “mobilitare investimenti aggiuntivi” per almeno 305 miliardi di euro, se per aggiuntivi debbano intendersi quelli relativi a progetti che, in ragione di un elevato profilo rischio-rendimento, i potenziali promotori non realizzerebbero al costo corrente di mercato, ma che potrebbero essere disposti a fare se resi meno costosi dall’intervento del fondo.
La realizzazione degli investimenti la cui promozione passa per l’Efsi potrebbe essere incentivata con contributi finanziari concessi dai singoli Stati membri sul cui territorio vengono realizzati. In questo caso, però, si assisterebbe a un appesantimento dei bilanci statali, mentre Jean-Claude Juncker ritiene che “non possiamo permetterci che il piano di investimenti provochi nuovo debito pubblico”.
LA GEOGRAFIA DEGLI INVESTIMENTI
Proprio le sue caratteristiche, fanno temere che le attese riposte nel piano possano risultare eccessive. In più, c’è anche il rischio che a beneficiarne non saranno i paesi in cui la crisi economica morde di più bensì quelli con i conti pubblici più in ordine.
Se la distribuzione tra gli Stati membri dell’importo complessivo degli investimenti mobilitati dal fondo fosse predeterminata sulla base di un qualche parametro rappresentativo del peso di ognuno a livello Ue, per il nostro paese potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno: gli investimenti localizzati in Italia ammonterebbero a 37,5 miliardi in tre anni se il loro ammontare complessivo fosse ripartito in base al suo peso sul Pil della Ue e a 33 miliardi se invece si considera il peso sul bilancio comunitario.
Nulla, però, garantisce la plausibilità di queste cifre, poiché la Commissione ritiene che “si dovrebbero evitare preassegnazioni tematiche o geografiche, per garantire che i progetti vengano scelti in base al merito e massimizzino il valore aggiunto del fondo”. Esiste già un lungo elenco di progetti alla cui selezione provvederà un apposito comitato. Potrebbe allora succedere che gli investimenti si concentrino nei paesi con minor necessità di sostegno oppure in quelli che garantiscono un ritorno maggiore sul capitale investito.
L’orientamento di evitare una preventiva ripartizione territoriale degli investimenti costituisce, inoltre, un disincentivo degli Stati membri di contribuire all’Efsi. La promessa che la Commissione “considererà con favore tali contributi nell’ambito della valutazione delle finanze pubbliche” (will take a favourable position towards such contributions in the context of its assessment of public finances)” non convincerà nessun Stato membro a contribuire al fondo senza la certezza di essere l’esclusivo beneficiario dell’effetto di leva che dovrebbe produrre. Certo, non converrà farlo all’Italia, costretta a muoversi su un sentiero già stretto nel rapporto dei parametri di finanza pubblica con il prodotto interno lordo.
 

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