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Il rischio dove meno te lo aspetti

Il rischio sistemico resta la minaccia più importante per l’Unione monetaria e il V-Lab della New York University ci dà una misura per calcolarlo. Con risultati sorprendenti. E molto diversi da quelli ottenuti con gli stress test della Bce. La situazione delle banche italiane, piccole e grandi.
LA MISURA DEL RISCHIO SISTEMICO
Con la vittoria di Alexis Tsipras alle ultime elezioni greche è ricominciato il dibattito sui problemi ancora irrisolti presenti nella costruzione dell’area valutaria dell’euro. In attesa degli eventi, è interessante cercare di analizzare quali siano attualmente le possibili fonti di rischio in grado di minare nei prossimi mesi (anni) l’unione monetaria europea.
Uno di questi, il più importante, è il rischio sistemico, cioè il rischio che si verifichino particolari coincidenze in grado di minacciare la fiducia o la stabilità nel sistema finanziario nel suo complesso.
Per misurarlo è possibile utilizzare i calcoli prodotti dall’Istituto V-Lab della New York University, diretto dal premio Nobel per l’economia del 2003 Robert Engle. La misura di rischio sistemico utilizzata risponde alla seguente domanda: “di quanto capitale avrebbe bisogno una istituzione finanziaria al fine di funzionare normalmente se vi fosse una nuova crisi?”. In definitiva, quindi, il rischio sistemico si traduce in una carenza di capitale, che dipende sia dal leverage dell’istituzione (cioè il rapporto tra l’attivo totale e il capitale-equity) sia dalla sua dimensione e interconnessione con il resto del sistema finanziario.
Sembra utile passare in rassegna innanzitutto il rischio sistematico aggregato su base nazionale. Come si può osservare nella figura 1 – dove si riporta il rischio globale sistemico per nazione, normalizzato per il Pil – il paese oggi maggiormente capace di minacciare la stabilità dell’area euro in caso di uno shock negativo è la Francia, con un rapporto rischio sistemico/Pil pari a circa il 13 per cento, seguita nell’ordine dalla Grecia, dall’Olanda, dalla Spagna e dall’Italia.
La Francia, oltre a essere in testa alla classifica, presenta un rischio sistemico pari al doppio di quello italiano, mentre per l’Olanda è di due punti percentuali più elevato del nostro. Anche tre paesi fuori dall’Unione monetaria (Regno Unito, Svizzera e Danimarca) hanno livelli di rischio sistemico superiori a quello dell’Italia. Inoltre, analizzando il profilo temporale dell’andamento del rischio sistemico francese si scopre che dopo essere diminuito dal punto di massimo toccato nel 2012 fino alla fine del 2013, nel corso del 2014 ha ricominciato a crescere e oggi è stimato in poco meno di 400 miliardi di dollari.

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Figura 1

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Fonte: http://vlab.stern.nyu.edu/welcome/risk/

RISCHI ITALIANI
Il rischio sistemico delle istituzioni finanziarie italiane (ponderato con il totale degli asset) è riportato in figura 2.

Figura 2

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Fonte: http://vlab.stern.nyu.edu/welcome/risk/

Unicredit risulta essere di gran lunga l’istituzione finanziaria italiana più rischiosa, con un valore di rischio sistemico pari a circa l’1,1 per cento. In graduatoria seguono, a debita distanza, Intesa San Paolo (0,45 per cento), le Assicurazioni Generali (0,4 per cento) e il Monte dei Paschi di Siena (0,3).
Interessante è il confronto tra la banca italiana a più elevata rischiosità sistemica (Unicredit) e le altre grandi istituzioni finanziarie dell’area euro (tabella 1). Un po’ a sorpresa, si scopre che la più rischiosa in assoluto risulta essere Bnp Paribas, con circa 104 miliardi di dollari di possibile carenza di capitale, seguita da Credit Agricole con 95 miliardi di dollari e Deutsche Bank con circa 90 miliardi di dollari. Unicredit in questa classifica è in quinta posizione con circa 42 miliardi di dollari, mentre Intesa San Paolo è solo ventiduesima.

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Fonte http://vlab.stern.nyu.edu/analysis/RISK.WORLDFIN-MR.GMES

DIFFERENZE CON GLI STRESS TEST

Il quadro che emerge non è immediatamente riconciliabile con i recenti risultati dell’analisi resa pubblica dalla Banca centrale europea lo scorso ottobre. Infatti, nessuna delle banche che si trovano ai primi dieci posti nella classifica di rischiosità sistemica del V-Lab è stata identificata come potenzialmente carente di capitale in situazione di stress nell’esercizio condotto dalla Bce (tabella 2).

Tabella 2

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Fonte: Rapporto aggregato sulla valutazione approfondita, Bce

Come è possibile? Innanzitutto va detto che il Comprehensive Assessment della Bce si riferisce alla situazione esistente al 31.12.2013, mentre i dati di Engle sono aggiornati al 13.2.2015. Ma la completa estraneità tra i due ordinamenti non è da ricondurre alla sfasatura temporale: tanto rischio sistemico non si accumula e non si smaltisce in soli dodici mesi. In effetti, prendendo i dati di Engle al 31.12.2013, si vede subito che il gruppo delle istituzioni a più elevato rischio sistemico è identico a quello del febbraio 2015, con marginali cambiamenti nel ranking. Naturalmente, è ragionevole che la metodologia impiegata dalla Bce sia diversa da quella impiegata da Engle, essendo anche differenti le finalità della valutazione. In particolare, la Bce era interessata a testare la solidità patrimoniale della singola banca nei confronti dei suoi depositanti e quindi meno interessata al rischio sistemico. Ciò spiega come mai le grandi banche non figurano nella classifica delle più problematiche secondo la Bce: la dimensione è variabile rilevante per il rischio sistemico, ma non necessariamente per determinare la carenza di capitale della singola istituzione presa in isolamento.
Si potrebbe argomentare che non sia troppo saggio trascurare l’approccio sistemico per concentrarsi su quello “microeconomico”. Ma si possono anche effettuare altre supposizioni. In primo luogo, si potrebbe pensare che la Bce abbia concentrato l’attenzione sugli istituti prevalentemente commerciali e che quindi abbia “defocalizzato” le grandi banche universali europee (quali Bnp Paribas, Deutsche Bank, eccetera) che svolgono anche (se non prevalentemente) attività da banca d’investimento. Qualcuno ha sospettato che la Bce abbia voluto allontanare da sé l’amaro calice che avrebbe dovuto bere qualora avesse segnalato la carenza di capitale di istituti così grandi che solo la Bce stessa avrebbe avuto i mezzi per ricapitalizzare. A pensar male…
BANCHE COOPERATIVE E SPA
Infine, tornado all’analisi delle istituzioni finanziarie italiane (figura 2), merita osservare che, secondo le analisi di V-Lab, la prima banca cooperativa (il Banco Popolare) si trova in quinta posizione e presenta un profilo di rischio sistemico molto inferiore alle prime quattro istituzioni finanziarie presenti in graduatoria, tutte società per azioni. Certo, c’è la questione dimensionale che entra pesantemente a determinare il risultato, ma non emerge una relazione diretta evidente tra l’assetto di banca cooperativa e grado di rischiosità sistemica. C’è invece da riflettere sul postulato, oggi assai in voga, che una crescita dimensionale dei nostri gruppi bancari – attraverso trasformazioni societarie e aggregazioni – porti di per sé a una maggiore solidità del sistema finanziario. Si tratta di temi che meriterebbero approfondimenti di analisi empirica, senza furori ideologici.

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  1. Pietrandrea Sama

    Dunque:
    (a) i numeri dicono e contraddicono – dipende da come si mettono insieme e da chi fa girare il pc;
    (b) se l’esercizio della NY University ha qualche valore, vien fuori che il sistema bancario italiano è, insieme a quello tedesco, ben più affidabile di quelli degli altri tre grandi paesi europei (Francia, UK, Spagna) e persino di quello svizzero.
    Allegria, i soldi conviene tenerli qui!

    • Claudio B

      Sign. Sama non ha capito niente. I due stress test avevano obiettivi di valutazione diversi, per cui diversi sono i risultati. Leggere bene (e capire) prima di criticare.

  2. Beniamino

    Per fortuna è un’analisi che lascia un po’ il tempo che trova. In caso di crisi che nasce dal rischio sistemico dell’area Ue, sarebbe semplicemente una catastrofe per tutti, non si salverebbe niente se non chi ha terra, oro in lingotti, diamanti, …

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