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Piccolo è bello? Giovane è meglio

In tutti i paesi sviluppati il ruolo economico delle Pmi è indiscutibilmente importante. Ancor di più in Italia. Ma ovunque sono le imprese relativamente giovani che creano nuovi occupati e generano maggior valore aggiunto. Purtroppo, da noi la percentuale di queste aziende è più bassa che altrove.
L’IMPORTANZA DI ESSERE UNA PMI
Per anni, politici ed economisti hanno dibattuto su quanto le piccole imprese fossero il motore dello sviluppo economico. Oggi però una serie di studi ha mostrato come i veri propulsori della crescita siano le imprese giovani. Il fatto poi che queste siano piccole induce nell’erronea percezione che a guidare la crescita dell’occupazione, dei profitti e del prodotto interno lordo siano le imprese piccole anziché giovani. Tutto ciò può avere importanti conseguenze sulle politiche industriali.
Partiamo dai fatti. In tutti i principali paesi sviluppati le piccole e medie imprese, con dimensioni inferiori a 250 addetti, rappresentano oltre il 95 per cento del numero delle imprese, il 60 per cento degli occupati e sopra il 50 per cento del valore aggiunto. In Italia questi valori sono ben maggiori, giacché le Pmi pesano il 99,9 per cento del totale delle imprese, l’80 per cento degli occupati e il 71 per cento del valore aggiunto. Straordinariamente alta è soprattutto la percentuale delle micro imprese, sotto i 10 dipendenti, che contano quasi il 90 per cento del nostro apparato produttivo. All’estremo opposto stanno paesi quali gli Stati Uniti, dove comunque le Pmi contano per quasi il 50 per cento degli occupati e del Pil (vedi figure 1 e 2). In altri termini, il ruolo economico delle Pmi è ovunque indiscutibilmente importante ed è quindi logico che a esse dedichino molta attenzione economisti e soprattutto politici.
hamaui1SPARTIACQUE È L’ANZIANITÀ
Se tuttavia ci soffermiamo sul contributo delle diverse tipologie di aziende alla crescita economica e alla formazione di nuovi posti di lavoro, il quadro appare più complesso. Infatti, in linea generale, la letteratura economica ha mostrato come le aziende piccole tendono a investire meno in capitale umano, fisico e intangibile e sono meno innovative. Un’analisi più attenta mostra soprattutto come la distinzione fra imprese piccole e grandi appare poco rilevante giacché il vero spartiacque risulta essere l’anzianità delle imprese. Infatti in tutti paesi avanzati, le imprese relativamente giovani creano nuovi occupati e generano maggior valore aggiunto, mentre quelle più vecchie tendono a distruggere occupazione e valore. Questo anche al netto della maggiore “mortalità infantile” che ovviamente incide in maniera importante sulle imprese più giovani. Inoltre le nuove imprese tendono ad aumentare la competizione e l’efficienza nonché a introdurre innovazione nel sistema. Naturalmente le imprese giovani sono, almeno nei primi anni di vita, piccole. In questa prospettiva, le imprese giovani italiane, al pari di quelle degli altri paesi, mostrano un contributo alla crescita dell’occupazione particolarmente positivo (figura 3). Il dramma italiano, per altro simile a quello giapponese, è che la percentuale di imprese giovani appare più bassa degli altri principali paesi (figura 4). Fa eccezione il settore della moda.
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Sotto questa angolatura è possibile rileggere l’intera storia economica italiana del dopoguerra, dagli anni del boom economico, che hanno visto la nascita di centinaia di nuove aziende piccole, che in alcuni casi poi sono diventate grandi, al recente declino economico, dove avviare una start-up è un’impresa alquanto difficile. Se la globalizzazione e l’information technology hanno reso il contesto macroeconomico nazionale meno rilevante per la nascita e sviluppo di nuove aziende, più cruciali sono diventati sia il quadro normativo che l’offerta di servizi efficienti. Particolarmente significativo è il supporto creditizio, che risulta determinate in una fase di avvio, ma complesso data la presenza di forte asimmetrie informative, azzardo morale e problemi di agenzia. Negli ultimi anni i Governi italiani hanno messo in piedi una serie di strumenti, quali il fondo centrale di garanzia, che almeno nella versione attuale, si sono dimostrati efficienti nel supportare le piccole imprese esistenti. Altri se ne dovranno immaginare, al di là del decreto sulle start-up innovative del 2012, per far nascere nuove imprese, vero motore dello sviluppo. Da questo punto di vista, l’esperienza francese in materia merita molta attenzione, se non altro per i risultati ottenuti. Tutto ciò sarà però l’oggetto di un futuro intervento.

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  1. Vittorio Maglia

    Bravo Rony, buon modo per parlare di PMI senza reiterare stereotipi. In verità esiste un’età anagrafica e un’età economica per le PMI dipendente dalla capacità di cambiare radicalmente che è oggettivamente per esse meno culturalmente diffusa. La politica industriale dovrebbe facilitare il cambiamento o stimolare quelle azioni che determinano il cambiamento. Ad esempio un orientamento all’innovazione che porti non a risolvere le esigenze del cliente ma ad anticiparle. Ciò si fa solo con la ricerca strutturata e anche grazie a una ricerca pubblica che faciliti il superamento del vincolo dimensionale nelle PMI che vogliono cambiare.

  2. Mario

    e allora come mai ai tavoli importanti (es. sul lavoro), c’è sempre confindustria? forse c’è anche un grosso problema di rappresentatività e spazio mediatico concesso

    • bob

      Mario,
      la rappresentatività è proporzionale ai voti che sposti. Confindustria, Sindacati e Politica per obiettivi all’ apparenza diversi hanno tutti lo stesso scopo. Il Politico i voti, il Sindacato gli iscritti, la Confindustria i contributi a go-go sui posti che “crea” ( ti ricorda qualcosa ” cattedrali nel deserto”) . Attenzione è semplicistico attribuire sempre agli altri (politici in primis) questo andazzo, il vuoto culturale e critico di questo Paese ,di ognuno di noi, non è riscontrabile in nessun Paese al mondo. Abbiamo bisogno di ” mediatori” pure per pagare le tasse

  3. Carlo Menon

    il report completo é disponibile qui oecd.org/sti/dynemp.htm

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