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Perché servono i big data nella lotta contro il terrorismo

Dopo l’attentato di Parigi, torna in primo piano la questione dell’utilizzo efficiente dei dati per ricavare informazione utile, che permetta di identificare le potenziali minacce terroristiche. I risultati migliori si ottengono dalla possibilità di incrociare dati appartenenti a domini diversi.
I DATI TRA EMOTIVITÀ E RAZIONALITÀ
La terrificante sequenza dell’attentato alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, seguito da quello al supermercato kosher a Porte de Vincennes spinge con forza cittadini, mezzi di comunicazione e politici a occuparsi del terrorismo e del modo migliore per prevenire altri eventi simili.
Non possiamo stupirci del fatto che nell’immediato le reazioni politiche e civili siano un misto di razionalità ed emotività, sperabilmente con una proporzione crescente per la prima. Alcuni politici e commentatori hanno immediatamente proposto una restrizione del trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone all’interno dei paesi europei aderenti, con il fine di identificare i movimenti di potenziali attentatori all’interno delle masse smisurate di cittadini che si spostano ogni anno da un paese all’altro.
Più che il tema in sé della libera circolazione delle persone, mi sembra che la questione principale stia nell’utilizzo efficiente dei dati per ricavare informazione utile, volta a identificare nella maniera più precisa possibile le potenziali minacce di stampo terroristico. Sotto questo profilo, più che limitare l’applicazione degli accordi di Schengen, è necessario mettere in comune i dati tra gli organismi preposti alla sicurezza nei diversi paesi europei. Il primo esempio è quello dei dati sui passeggeri nei trasporti aerei, che possono essere combinati con altri database al fine di identificare meglio le potenziali minacce.
Anche nell’ambito dei cosiddetti “big data”, che secondo qualche resoconto giornalistico affrettato sono in grado di offrire risposte immediate e precise a ogni possibile domanda, vale il principio statistico “da praticoni” conosciuto con la sigla Gigo (Garbage in Garbage out: spazzatura dentro, spazzatura fuori): dati scadenti non possono che portare ad analisi altrettanto scadenti. Ciò vale anche per le analisi finalizzate all’identificazione di eventi “rari” come le minacce terroristiche. Solo con dati sufficientemente esaurienti è possibile minimizzare i due tipi di errori possibili: prendere misure eccessive per una minaccia inesistente, e (soprattutto) sottovalutare una minaccia concreta.
Per questo ordine di ragioni, sia il ministro degli Interni francese Cazeneuve che il presidente del Consiglio europeo Tusk hanno rivolto un appello al Parlamento europeo perché abbandoni i tentativi di bloccare una direttiva che porti allo scambio automatico dei dati sul trasporto di passeggeri tra paesi UE (Pnr, Passenger Name Record). Nel passato il Parlamento UE si è opposto alla proposta di direttiva in quanto intravedeva un’infrazione della privacy dei cittadini in mancanza di vantaggi concreti dal punto di vista della prevenzione di atti terroristici.
L’INFORMAZIONE (UTILE) CHE NON TI ASPETTI
La tentazione di simpatizzare per la difesa della privacy – prescindendo per quanto possibile dalla densità emotiva di questi giorni – si scontra però con il ragionamento relativo alla necessità di massimizzare ex ante la possibilità di incrociare dati appartenenti a domini diversi, in modo tale da ricavare vera informazione utile. Non possiamo certamente nasconderci il rischio di essere sommersi dai dati, ma il principio Gigo dovrebbe illuminarci a proposito del rischio di avere molti dati che restano poco utili se non vengono incrociati con altri, con il fine di identificare pattern sospetti da indagare ulteriormente. Detto in altri termini, esistono spesso sinergie tra dati di provenienza diversa, che devono essere combinati per produrre informazioni utilizzabili: il vantaggio informativo connesso al database X è sistematicamente più alto se può essere incrociato con il database Y.
A questo proposito l’analisi dei dati ha sempre un aspetto di serendipity che non deve essere trascurato. Con serendipity intendo la possibilità di scoprire qualcosa che è diverso da ciò che ex ante ci si attendeva di trovare, ma che comunque è importante rispetto al problema di partenza che ci ha indotti “a cercare”. Riguardo al caso in questione, tipicamente non sono noti a priori il modo e la direzione in cui nuovi dati connessi ai precedenti influiscano sulla risposta finale, ad esempio sull’identificazione di potenziali aderenti a gruppi terroristici.
Ritornando al tema iniziale, il rischio è che nel calcolo razionale si dia peso ai costi in termini di privacy connessi alla raccolta di maggiori dati o al progetto di metterli in comune, proprio perché i costi sono facilmente identificabili. Al contrario, i benefici informativi vengono sottostimati o del tutto trascurati, dal momento che ex ante non si sa esattamente quali se ne possano ricavare. Tuttavia l’innovazione, anche nell’analisi dei big data, può realizzarsi in direzioni che non sono identificabili ex ante, o a cui si attribuiva probabilità estremamente basse di successo.
Parafrasando il famoso motto di Blaise Pascal su cuore e ragione, “l’analisi dei dati ha le sue ragioni, che la ragione ex ante non capisce”. Teniamone conto, esistenzialmente e pragmaticamente, soprattutto quando la posta in gioco è così alta.

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Il Punto

  1. Tullio Tomasi

    Salve.
    La ringrazio per il suo interessante articolo, che condivido per la maggior parte.
    L’ho letto con estrema ttenzione, vista la superficiale, dogmatica e alquanto sciocca premessa con cui viene presentato nella newsletter di lavoce.info (“Il terrorismo è il risultato della strategia deliberata di una minoranza di fanatici, non -come molti ritengono- il prodotto degli errori dell’Occidente. Per combatterlo è necessario ricorrere a vari strumenti e strategie.”. Per fortuna, nulla di quel luogo comune traspare nel suo articolo, ben impostato e come dicevo condivisibile.
    Un saluto

  2. Prima di un problema di ordine pubblico, è un problema dell’Islam, come disse Benedetto a Ratisbona… e, ancor più a fondo, è un problema di identità dell’Occidente.

    • giordano carlo nicoletta

      Oltre a un problema di identità di ambo le parti, se si riuscisse a favorire il dialogo con i moderati dell’islam sarebbe un’ottima cosa e poi l’errore di fondo è stato quello di voler esportare in questi paesi la democrazia.

    • Giovanni Teofilatto

      Teoria prezzi razionali
      L’emissione di dati monetari, le aspettative, sono teraflot di base della massa monetaria dell’anticipo sul mercato a pronti della Banca Centrale. Il controllo della massa dei dati è ruolo produttivo della concorrenza perfetta tra imprese di profitto tale da garantire i salari e l’occupazione di settore produttivo di merci (made in…) in equivalenza al mantenimento dell’inflazione di prezzi di asset finanziari in modo contrario ai crash di mercato.

  3. giordanocalonicoletta

    Salve. Molto bello e interessante l’articolo solo che si riuscirebbe a intavolare un buon dialogo con l’islam moderato in modo da isolare questo fanatismo forse si riuscirebbe a ottenere qualcosa. Poi lo sbaglio che si è fatto è quello di voler esportare in questi paesi il modello democratico che abbiamo noi, il quale ha portato questa conseguenza.

  4. bob

    …. le motivazione tante e complesse. Vogliamo cominciare parlando della miriade di “nani politici” che non solo costellano il panorama politico nazionale ma anche europeo. Vogliamo cominciare a fare degli esempi magari iniziando a parlare di Nicolas Sarközy ( nano in ogni senso) e degli atteggiamenti da amministratore dilettante di condomini nella vicenda Libia? Viene da dire che la Grande Storia ha i suoi momenti e i suoi Grandi Uomini.

  5. Marco Quadrelli

    La riservatezza, prima di essere fornita di riferimenti normativi che regolano l’accesso ai dati personali e ne garantiscano la tutela, rappresenta un chiaro esempio di quanto attiene all’etica pubblica. La si può configurare come un insieme di problemi di protezione di alcuni interessi fondamentali delle persone. Nel capire cosa sia, è significativo assumere cosa sono le informazioni personali, i dati sensibili, le ragioni per le quali è necessario proteggerli e, se li si deve configurare come un valore fondamentale, se servono a muovere altri valori e diritti, come il diritto all’informazione ed alla trasparenza. Questo ha portato ad un repentino ampliamento dello spazio pubblico ai danni di quello privato, con la creazione di un nuovo diritto soggettivo a partire dalla condizione naturale di essere lasciati in pace. Qual è la funzione della riservatezza? Limitare ogni intromissione nella sfera più personale e riservata della vita delle persone. Se serve a frenare il terrorismo, i dati organizzati possono essere utilizzati, ma solo a questo scopo. Ma è difficile che i governi non ri-usino questi dati. Vedi il caso dei dischetti rubati ad Ubs ed acquistati dai vari governi. I problemi nascono dall’uso non pertinente allo scopo dichiarato, all’eccedenza e alla loro mancata cancellazione in un termine ragionevole.

  6. Aprile

    Caro Professore, E’ senz’altro meritevole promuovere una discussione sui costi-benefici dell’uso dei big data nell’intelligence. Ho l’impressione pero’ che il suo articolo non chiarisca a sufficienza la presenza di costi non facilmente identificabili. Il primo, evidente dalla discussione americana sulla NSA (veda l’articolo di David Cole sulla New York Review of Books), riguarda come le autorità’ possano usare i dati. Se vengono usati segretamente, c’e’ un problema, potenzialmente serio, di accountability (quali sono le responsabilità dell’esecutivo? Come si può difendere il cittadino dagli abusi e gli errori delle agenzie di intelligence?). Questo tipo di costi non sono, mi pare, facilmente identificabili. Uno degli orientamenti dell’attività legislativa statunitense e’ stata, per il momento quella di (tentare di) regolare la raccolta dei dati, piuttosto che la loro analisi. L’idea e’ pragmatica: una volta ottenuti i dati, e’ difficile impedire che essi vengano analizzati.
    Inoltre, la sua interessante discussione non fa menzione di metodologie alternative per identificare attacchi terroristici che siano potenzialmente meno lesivi della privacy individuale. L’intelligence tradizionale (per esempio, l’uso di infiltrati) potrebbe essere meno lesiva della privacy di cittadini e, per quel che ne sappiamo (in assenza di dati chiari) ugualmente efficace. Queste sono alcune delle altre considerazioni “pragmatiche” che mi pare debbano essere prese in considerazione. La ringrazio.

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