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  1. Ludovico Rispondi
    Riflessione condivisibile. Quando la casa brucia bisogna mettere in campo tutte le risorse, sia per spegnere l'incendio sia per rucistruirla con sistemi molto più tutelanti. Pertanto i diritti acquisiti (di tutti) andrebbero aboliti. Un diritto acquisito è la pensione in godimento, un diritto acquisito è anche la prescrizione sulle tasse evase. Con una differenza però che il primo ha un antefatto di legalità e il secondo di illegalitá. Quindi procediamo sia per le pensioni, anche dopo 40 anni di lavoro, con contributi e tasse pagate, sia con le dichiarazioni dei redditi, riaprendo quelle (di tutti) degli ultimi 40 anni. Chi possiede un patrimonio che non si giustifica in relazione alle dichiarazioni presentate o non presentate ( quindi frutto di evasione fiscale e corruzione o di altri crimini) sia obbligato a pagare ora per allora, con rivalutazioni, interessi e sanzioni. Se quanto si ricaverà non sarà sufficiente a ruequilibrare i conti dello Stato ( ma basterà) allora si netta pure mano ai diritti acquisiti kegalmente.
  2. Emanuela Zucchetta Cafiero Rispondi
    sempre pochi accenni alla riduzione della pensione di reversibilità, già ridotta al 60% e ulteriormente decurtata secundo la tabella F allegata alla legge 335/95 per cui se il coniuge superstite ha un reddito lordo superiore a 28.000,00 quel 60 diventa il 30%. Vi sembra costituzionale ? a me sembra un furto perchè pensione è salario differito, accantonato dal de cuius nella sua vita lavorativa. io mi sento, anzi sono derubata da questa legge!!
  3. giuseppe vella Rispondi
    La legge 335/95 o riforma Dini, con il passaggio dal retributivo al contributivo, ha rivoluzionato i principi previdenziali fino ad allora esistenti. Prima del 1995 la previdenza si reggeva sul presupposto che tre lavoratori offrivano il loro contributo affinché si potesse dare reddito certo ad un pensionato.Il sistema contributivo è, invece, un piano di accumulo che ogni lavoratore fa durante l’arco della vita lavorativa. Il numero dei pensionati è svincolato dal numero dei lavoratori. Ebbene, ognuno pensa per se e non è più in vigore alcun principio solidaristico. Il montante accumulato è di proprietà dell’assicurato e dovrebbe essere gestito dall’ente di previdenza in nome del principio del salvaguardare un reddito certo fino alla fine della vita. Agli eredi, in caso di morte dell’assicurato prima dell’effettivo utilizzo della somma accantonata, dovrebbe essere garantita la parte di quanto accumulato e non goduto dal lavoratore. Cortesemente, potrebbe indicarmi dove il mio ipotetico ragionamento sbaglia? Grazie per la eventuale risposta.
  4. Piero Rispondi
    Qualunque ulteriore modifica alle pensioni dovrebbe essere preceduta dall'abolizione totale dei privilegi di casta (vitalizi ai quarantenni, stipendi faraonici dei dirigenti ministeriali di prima fascia, ecc.)
  5. Massimo Antichi Rispondi
    La questione dell'obbligatorietà dell'adesione alla previdenza complementare è stata molto dibattuta. La conclusione, è che porrebbe problemi di garanzia di ultima istanza che inevitabilmente dovrebbe essere fornita dalla Stato. L'informazione previdenziale, in un contesto di volontarietà gioca un ruolo fondamentale. Su questo sito la c.d. questione della "busta arancione" è stata più volte segnalata. Su quest'ultimo tema ci saranno importanti e positive novità da parte dell'INPS. L'ultimo tema che segnala, effettivamente, dovrebbe essere affrontato e risolto dal legislatore. Cordiali saluti
  6. Vito Rispondi
    Appare evidente che quando si percorre la strada del sistema contributivo, rispetto a quello retributivo, si può ragionevolmente scontare una riduzione del tasso di sostituzione, a parità di condizioni. Questo soprattutto nel caso Italiano laddove, la pensione retributiva era calcolata non già su tutte le retribuzioni ma sulla media delle ultime (normalmente le più elevate). Lo stesso meccanismo di rivalutazione del montante contributivo (non già svalutazione ma questo è un altro discorso), inoltre, sposta sul singolo “il rischio del mercato” con una logica sconosciuta nel sistema retributivo che aveva aliquote di rendimento definite. Tali questioni erano in qualche modo conosciute posto che la legge 335/95 si intitolava “riforma del sistema previdenziale obbligatorio e complementare” e, quindi considerava quest’ultima come elemento necessario per la costruzione di un reddito pensionistico adeguato.  Il problema sta nel fatto che la previdenza complementare ha due limiti evidenti: la volontarietà e una “costruzione” tutta pensata per il lavoro dipendente e, quindi, con le stesse criticità del sistema obbligatorio (vedi discontinuità o bassa capacità di reddito utilizzabile). Sul primo aspetto, peraltro, pesa una inadeguata conoscenza degli effetti delle riforme pensionistiche che, seppure argomento che può sembrare banale, ha un suo rilevante peso. Sul secondo forse si potrebbe valutare un intervento di sostegno regionale (ad esempio in caso di disoccupazione o maternità al di fuori del rapporto di lavoro) dando contezza anche alle norme costituzionali in materia (art 117)
  7. Vito Rispondi
    Appare evidente che quando si percorre la strada del sistema contributivo, rispetto a quello retributivo, si può ragionevolmente scontare una riduzione del tasso di sostituzione, a parità di condizioni. Questo soprattutto nel caso Italiano laddove, la pensione retributiva era calcolata non già su tutte le retribuzioni ma sulla media delle ultime (normalmente le più elevate). Lo stesso meccanismo di rivalutazione del montante contributivo (non già svalutazione ma questo è un altro discorso), inoltre, sposta sul singolo “il rischio del mercato” con una logica sconosciuta nel sistema retributivo che aveva aliquote di rendimento definite. Tali questioni erano in qualche modo conosciute posto che la legge 335/95 si intitolava “riforma del sistema previdenziale obbligatorio e complementare” e, quindi considerava quest’ultima come elemento necessario per la costruzione di un reddito pensionistico adeguato. Il problema sta nel fatto che la previdenza complementare ha due limiti evidenti: la volontarietà e una “costruzione” tutta pensata per il lavoro dipendente e, quindi, con le stesse criticità del sistema obbligatorio (vedi discontinuità o bassa capacità di reddito utilizzabile). Sul primo aspetto, peraltro, pesa una inadeguata conoscenza degli effetti delle riforme pensionistiche che, seppure argomento che può sembrare banale, ha un suo rilevante peso. Sul secondo forse si potrebbe valutare un intervento di sostegno regionale (ad esempio in caso di disoccupazione o maternità al di fuori del rapporto di lavoro) dando contezza anche alle norme costituzionali in materia (art 117). .
  8. Antonio Grizzuti Rispondi
    Interessante. Se non erro è la stessa e identica proposta che Fornero e Castellino formularono 15 anni fa nel libro la Riforma del Sistema Previdenziale Italiano
  9. Freddy Rispondi
    La cosa triste che ancora oggi non si spiegano i motivi della riforma Dini di non applicare pro rata il contributivo per tutti e non solo per chi non aveva 18 anni di contributi al 31/12/1995. Forse per salvaguardare i soliti noti?? E poi in un sistema a ripartizione riducendo la contribuzione chi pagherebbe le laute pensioni dei pochi. Politici, sindacati, prefessori, dirigenti ed altri magnati. Questi hanno il diritto acquisito e quindi intoccabili, i poveri giovani senza lavoro e purtroppo anche senza pensioni.
  10. Maria Rosaria Di Pietrantonio Rispondi
    Quando fu progettata la riforma del sistema pensionistico qualunque legislatore sano di mente avrebbe potuto capire che da li a poco le cose sarebbero cambiate e non si capisce perchè fu data per scontata la crescita economica....etc...ma come è possibile? Allora, come ora, non si investiva sui giovani laureati(tranne le situazioni familistiche) nè nelle infrastrutture , nè nella riforma di professioni a carattere medioevale (come la mia) .Questo legislatore distratto non solo non è stato in grado di guardare la realtà del paese, di concepire una riforma equa per tutti i cittadini, ma ha probabilmente dovuto tenere conto in primis dei sindacati grandi e piccoli protettori di settori statali parastatali regionali ministeriali e cosi via, ognuno a tirare acqua al suo mulino o mulinello, qualcosina per tutti...poi esaurite le corporazioni varie ha iniziato le sforbiciate a quelli non protetti da nessun santo in paradiso.Le cose negli anni non sono cambiate , le pensioni degli intoccabili sono tuttora le stesse e se soltanto si" dice" di cambiale apriti cielo, si parla subito di diritti acquisiti, i quali diritti valgono solo per alcuni e non per altri ovviamente.
  11. Massimo Antichi Rispondi
    Per il sig. Dell'Osso: Non sono d'accordo; ma non perché la Sua sia una posizione sbagliata. In fondo, più o meno, quella che Lei propone è la scelta di sistema che è stata fatta in Gran Bretagna. Personalmente, sono ancora legato ad una visione della società paternalistica: il Welfare State, appunto. E guardi che può ancora funzionare. Però, e sono qui d'accordo con Lei, bisogna osare, avere il coraggio di cambiare. Non pietrificarsi dalla paura di fronte alle sfide che ci attendono. Per il sig. Gandini: non è scagliandosi gli uni contro gli altri che ne usciremo. Se perdiamo i valori della solidarietà la nostra non sarà più una società. In una cosa, però, ha ragione: per troppo tempo sono stati negati i diritti dei più giovani. Cordiali saluti
    • Silvestro De Falco Rispondi
      Nel campo della previdenza il Welfare State non esiste più, è morto con il passaggio al metodo contributivo e l'abolizione dell'integrazione al minimo. Constatare che un partecipante alla riforma non abbia ancora maturato la consapevolezza dei suoi atti è sorprendente. Comunque, sono d'accordo sulla necessità di andare avanti ma la sua proposta fa acqua.
  12. Amadeus Rispondi
    La simulazione è palesemente irrealistica perchè l'ipotesi di un tasso di crescita del salario W=2.5% all'anno non è compatibile con l'ipotesi di crescita del PIL Y=0.5%, in caso contrario la quota del reddito da lavoro sul PIL arriverebbe a livelli insostenibili in pochi anni. Il problema vero - e non detto - è che probabilmente quel tasso di crescita dei salari e dei contributi (che sono una percentuale degli stessi) è necessario per tenere in piedi il sistema che rimane a ripartizione, laddove - in presenza di un continuo invecchiamento della popolazione - sarebbe necessario e prudente un accumulo parziale di risorse per garantire il pagamento dei montanti contributivi individuali che la riforma Dini ha creato.
    • Massimo Antichi Rispondi
      Non è così. W non è la massa salariale che é W*N. La mia ipotesi, discutibile certo, è che W aumenti e che N diminuisca(certamente non è quello che sta accadendo) e le poche occasioni di lavoro vedranno selezionare dal mercato del lavoro i soggetti a maggiore produttività. Se ciò non accadesse potremmo anche chiudere la baracca e migrare altrove. Comunque grazie, commento intelligente. Cordiali saluti
  13. Alice Crosilla Rispondi
    Sembra una favola
  14. Giuseppe Dell'Osso Rispondi
    Nel "ripensare" il nuovo sistema pensionistico andrebbero anche riconsiderati gli obiettivi del sistema. Finora si è voluto assicurare il proseguimento, oltre l'età di pensionamento, delle condizioni di vita esistenti nel periodo lavorativo, considerando la pensione il principale strumento per garantire il reddito in età avanzata. Questo obiettivo, esplicito nel vecchio sistema, è rimasto anche con la riforma Dini, con tutti i problemi che l'articolo evidenzia. In effetti, sarebbe possibile considerare la pensione una specie di "rete di sicurezza" che garantisce una sorta di minimo, da completare con strumenti individuali. Il costo potrebbe così ridursi e il contributo verrebbe a pesare solo su una fascia di retribuzione, lasciando esenti alcune fasce (per esempio, le più basse e le più alte). Sarebbe così possibile anche agire sul costo del lavoro, favorendo ad esempio i più giovani, o gli aumenti oltre certi limiti, ecc. Non è impossibile porsi nuovi obiettivi e trovare le giuste ed efficaci soluzioni, piuttosto che far quadrare a fatica obiettivi irrealistici e condizioni demografiche, economiche e del mercato del lavoro che non possiamo modificare.
    • Massimo Antichi Rispondi
      Non sono d'accordo; ma non perché la Sua sia una posizione sbagliata. In fondo, più o meno, quella che Lei propone è la scelta di sistema che è stata fatta in Gran Bretagna. Personalmente, sono ancora legato ad una visione della società paternalistica: il Welfare State, appunto. E guardi che può ancora funzionare. Però, e sono qui d'accordo con Lei, bisogna osare, avere il coraggio di cambiare. Non pietrificarsi dalla paura di fronte alle sfide che ci attendono. Cordiali saluti
  15. Massimo Gandini Rispondi
    I cosiddetti diritti acquisiti stanno uccidendo il nostro povero paese (come diceva De Gaulle , l’Italia non è un paese povero ma un povero paese). Forse il diritto acquisito è ineccepibile dal punto di vista del cavillo giuridico ma è ripugnante dal punto di vista morale, un eccezionale creatore di ingiustizia e iniquità grazie al quale i giovani devono sempre pagare per tutti. E’ paradossale l’esistenza della gestione separata Inps, il cui forte attivo permette il pagamento delle pensioni attuali dei privilegiati protetti dal diritto acquisito, mentre concederà solo poche briciole a chi stà ora contribuendo con aliquote sempre piu pesanti. La previdenza italiana è una tragedia.
    • Luigi di Porto Rispondi
      Ha ragione, prima di dire che la riforma Dini è statq un errore la si doveva applicare a TUTTI indistintamente anche ai vecchi pensionati. Così abbiamo invece un gruppo di cittadini pieni di privilegi che si mangiano i diritti di chi viene dopo godendo di trattamenti per cui non hanno versato il corrispettivo di contributi. Questo si che è anticostituzionale.
      • GiorgioIV Rispondi
        Intanto l'aliquota contributiva che mi è stata da sempre applicata sulla retribuzione è stata del 33% (ovvio, solo i lavoratori dipendenti hanno e hanno da sempre avuto un'aliquota così alta). Poi mi si dovrebbe spiegare come mai le pensioni in essere degli italiani, calcolate per la maggoior parte ancora con il metodo retributivo che si spaccia per un privilegio, sono tra le più basse d'Europa. Non è che ciò derivi dal fatto che esse sono state calcolate (con il metodo retributivo) su salari e stipendi tenuti particolarmente bassi (se confrontati con gli omologhi europei)? E venire a dire ora che andava applicato a tutti il metodo contributivo, tenuto conto della storia pregressa, sa di meschinità. Averlo saputo prima, ci saremmo battuti per salari più alti (alla faccia della pace sindacale) e avremmo potuto costruire con questi una pensione integrativa, ora cbiaramente non più possibile. Sarebbe quindi il caso di farla finita con questa storiella che sa molto di demagogia. Infine, perché non si parla mai della tassazione fiscale delle pensioni in essere? Perché in Italia si applicano più o meno le stesse aliquote dei lavoratori attivi, in media tra il 27 e ill 38%, mentre ad esempio in Germania, sono in media del 10% e poco di più in Francia (trascurando il fatto che sono state calcolate, si a pure con il metodo contributivo, du salari ben più alti che da noi)?
  16. il pollo Rispondi
    Ma la riforma Dini non è stata mai applicata se solo nel 2012 con la Fornero si è passati al contributivo pro-rata. Il default dell'Italia deriva dalle scelte scellerate della politica che ancora difende le pensioni gonfiate dei sindacalisti. https://it.wikibooks.org/wiki/Il_conflitto_pensionistico/Le_pensioni_gonfiate
  17. Silvestro De Falco Rispondi
    Però sapevate che la popolazione stava invecchiando e che il metodo a ripartizione non avrebbe retto.