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  1. Gustavo Rispondi
    E' un mistero come si possa ancora nel 2015 spacciare giochetti microeconomici come analisis rigorose di un problema che fondamentalmente ha natura macroeconomica: in una crisi di domanda come quella attuale, sostenere la riduzione delle tutele del lavoro è stupido, suicida e controproducente. E' solo un regolamento di conti, attuato nel momento di maggior debolezza dei lavoratori. Questi "esperti" non hanno la minima idea del contesto macro in cui queste misure (che in altri moment i possono anche avere senso) vengono prese oggi.
  2. Alberto Rispondi
    Sarebbe interessante vedere cosa è successo in una prospettiva temporale più ampia, ai contratti a tempo determinato nelle aziende con più di 15 dipendenti. Se l'azienda è in crescita e il dipendente a tempo determinato soddisfa l'imprenditore, nessuno gli impedisce di passarlo a tempo indeterminato, visto che partiamo dall'assunto che chi fa impresa abbia interesse a mantenere le persone meritevoli. Invece il cosidetto Jobs Act rende tutti i contratti a tempo determinato, facendo del licenziamento unicamente una questione di convenienza economica. Lungi dall'aumentare l'occupazione, l'unico effetto che avrà sarà quello di comprimere i salari grazie all'arma di ricatto nelle mani degli imprenditori con meno scrupoli i quali poi, fatalmente, si avvantaggeranno di questo contenimento dei costi rispetto ai loro competitori, costringendoli a comportamenti altrettanto vessatori verso i dipendenti. Un bel circolo, non esattamente virtuoso.
  3. Alfonso Collura Rispondi
    Lavoro scientificamente molto apprezzabile.Ci si chiede però quanto in effetti tutto ciò contribuisca a chiarire definitivamente l'impegnativa questione della disoccupazione,dello scarso sviluppo,dell'assenza di una autentica politica industriale,e in definitiva della sconcertante arretratezza economico - culturale del nostro paese.Centri di dibattito politico culturali come Lavoce.it,puntuali e sempre interessantissimi , dovrebbero piuttosto approfondire incessantemente temi centrali come questi, fornendo così ai lettori spunti di riflessioni senz'altro più pertinenti alle esigenze del momento. Ritengo infatti che il Jobs Act nulla toglie e nulla aggiunge alla mai risolta crisi d'identità del nostro paese le cui cause,lungi da avere strette connessioni con il mondo del lavoro derivano da arretratezza culturale e politica. Infondere cultura, riformare seriamente il mondo della scuola porrebbe le basi per un recupero civile,sociale ed economico del nostro paese.
  4. Michele Rispondi
    Interessante articolo. Quattro commenti: 1. Sulla base dell'articolo il punto centrale non e' relativo alla reintegra, ma semplicemente al costo del licenziamento. Ma su questo punto il jobact ha raccordato i 2 regimi, sotto e sopra i 15 dipendenti? Non mi sembra. 2. Posto che la tesi dell'articolo sia corretta, se permane un differenziale di costo tra terminare un contratto a tempo determinato (= zero) e terminare un contratto a tutele crescenti, allora le aziende sceglieranno comunque il contratto a tempo determinato. 3. Il contratto a tempo determinato ha comunque un vantaggio di costo (salario piu basso, specialmente in fase di deflazione salariale), elemento che si somma a quanto indicato prima. 4. Non convince l'affermazione che ci sia un effetto soglia sulla produttivita del lavoro di ben 6/14%. Come e' calcolato?
  5. Massimo Matteoli Rispondi
    L'art. 18, come osservano giustamente gli autori dell'articolo, non ha colpa nel "nanismo" delle imprese italiane, penso che ne abbia molto poca anche nel proliferare dei contratti a tempo determinato. Infatti secondo i dati del censimento ISTAT del 2011 le aziende sotto i 15 dipendenti se servono addirittura di più in percentuale sui loro dipendenti (11,75% contro il 10,92 %) delle imprese maggiori, nonostante non siano assoggettate alla "tutela reale" per i loro contratti a tempo indeterminato.. Se il problema fosse l'art. 18 il dato, invece, dovrebbe essere quanto meno l'opposto. Purtroppo penso che alla base del proliferare dei contratti precari, spesso in forma particolarmente odiosa ed indegna, ci siano motivi ben più profondi - e peggiori - della sola difesa dall'art. 18 Per questo motivo questa pessima controriforma del lavoro non otterrà i risultati che a parole si dicono di perseguire, perchè - con l'eccezione dello sgravio contributivo sui nuovi assunti, che comunque con l'abolizione dell'art. 18 non c'entra assolutamente nulla - non premia l'impresa che vuole crescere, ma solo chi pensa che i dipendenti siano un peso.