La corruzione non è la sola responsabile dell’elevato indebitamento del nostro paese. E non basta contrastare il fenomeno per risolvere il problema. Le difficoltà incontrate da ogni tentativo di razionalizzazione della spesa appaiono un ostacolo maggiore alla creazione di un clima di fiducia.
LA RELAZIONE TRA CORRUZIONE E DEBITO
In un recente contributo, Alfredo Del Monte ha rilevato come la corruzione possa rivestire un ruolo importante nel determinare l’alto livello del debito pubblico italiano. La questione è indubbiamente molto rilevante e meriterebbe di essere approfondita all’interno del dibattito politico ed economico. Condivido, ovviamente, la considerazione che la necessità di combattere la corruzione sia generata da ragioni non solo etiche, ma anche finanziarie, come dimostra la copiosa letteratura incentrata sull’analisi delle sue sfavorevoli conseguenze economiche. Tuttavia, l’ipotesi che la corruzione, più ancora che una dinamica della spesa fuori controllo, sia responsabile dell’elevato indebitamento italiano appare meno convincente.
In primo luogo, l’andamento del rapporto debito/Pil è correlato alla dinamica del saldo primario e della differenza tra tasso di interesse e tasso di crescita del prodotto. Poiché i paesi in cui più elevato è il livello di corruzione tendono a crescere a tassi minori, i più corrotti raggiungerebbero, ceteris paribus, livelli nel rapporto debito/Pil più alti. Si tratta, tuttavia, di un canale indiretto che agisce sulla dinamica del debito attraverso un rallentamento della crescita. Ma esiste un canale diretto? Ovvero, una maggiore corruzione alimenta in via diretta una maggiore accumulazione di debito? Se così fosse, si dovrebbe osservare una correlazione positiva tra debito e deficit primario. Tuttavia, gli argomenti elencati da Del Monte non sembrano implicare che la corruzione porti a maggiori disavanzi, ma unicamente a inefficienze nella spesa, con ovvie ripercussioni sulla crescita. Ed è vero che, se la corruzione rallenta la crescita, un minor prodotto si traduce in minori entrate e quindi in un maggior disavanzo: di nuovo, però, siamo di fronte a un canale indiretto, via crescita.
In secondo luogo, l’evidenza empirica non sembra essere particolarmente robusta. È vero che esiste una letteratura che lega corruzione a debito. Tuttavia, una semplice analisi dei dati cross-country sembra suggerire la necessità di utilizzare, quanto meno, alcune cautele.
La figura 1, basata sui dati del rapporto debito/Pil pubblicati dall’Fmi e sull’indice di corruzione pubblicato dei Worldwide Governance Indicators della Banca Mondiale, mostra il livello di accumulazione di debito nel corso di due decadi (1996-2006 e 2002-2012) in funzione del livello di corruzione iniziale (1996 e 2002, rispettivamente) per un campione di economie emergenti e avanzate.
I paesi sono classificati in quattro gruppi, a seconda del valore assunto dall’indice di corruzione. Entrambi i grafici mostrano come non vi sia alcuna relazione apparente tra un più alto livello di corruzione e una più rapida accumulazione di debito.
Un quadro simile è rappresentato dalla figura 2, che riporta la correlazione tra il livello iniziale di corruzione e la variazione del debito nel corso dei successivi dieci anni, una volta tenuto conto degli effetti del livello iniziale del Pil pro-capite e della crescita economica negli stessi dieci anni sulla dinamica del debito. In entrambi i periodi analizzati (1996-2006 e 2002-2012) non emerge alcuna correlazione significativa tra il livello iniziale di corruzione e la successiva dinamica del rapporto debito/Pil.
In terzo luogo, se anche esistesse una correlazione tra corruzione e debito, come quella sottolineata dal grafico basato sull’Italia, non sarebbe sufficiente per ritenere che esista un nesso causa-effetto tra i due fenomeni, come implicato, ad esempio, dall’affermazione per cui “il fatto che la corruzione si sia mantenuta molta alta ha contribuito ai livelli elevati di debito pubblico, che hanno portato, a partire dal 2009, a rigide politiche di austerità”. L’identificazione di un rapporto di causalità è questione complessa, che un semplice grafico o alcune regressioni cross-country non possono risolvere.
PRIORITÀ AL RIORDINO DELLA SPESA
Sulla base dei dati discussi nell’articolo di Del Monte appare difficile sostenere che il “problema del debito pubblico italiano non sta tanto nell’eccessiva spesa per consumi pubblici (il cui livello è in ogni caso influenzato dalla corruzione), quanto nel fatto che l’elevata corruzione ha avuto effetti negativi sulla crescita del Pil”. Mentre la seconda parte dell’affermazione appare suffragata da una letteratura piuttosto consistente, non è chiaro per quale motivo l’eccessiva spesa pubblica non sia “tanto” un problema per la dinamica del debito. A parità di condizioni, un’elevata spesa pubblica, specie quando inefficiente, alimenta il debito sia attraverso maggiori disavanzi primari, sia attraverso un rallentamento della crescita.
In altre parole, ammesso che il problema sia il debito eccessivo, il suo controllo (escludendo opzioni straordinarie, quali ristrutturazioni o default) può avvenire o attraverso politiche di stimolo alla crescita, ovvero attraverso un contenimento della spesa. Certamente la lotta alla corruzione ha effetti positivi su crescita e debito pubblico, anche attraverso gli effetti sull’efficienza della spesa pubblica, come mostrano lo stesso Del Monte ed Erasmo Papagni in un interessante studio sulle Regioni italiane. Da questo punto di vista, le due posizioni sembrano abbastanza simili: la lotta alla corruzione è uno strumento necessario per migliorare l’efficienza della spesa pubblica, stimolare la crescita economica e, quindi, ottenere benefici sulle finanze pubbliche. Il disaccordo, se c’è, è sull’enfasi data alla corruzione come elemento centrale dell’analisi.
La corruzione è certamente un fattore che non può (e non dovrebbe) essere trascurato, ma neppure può rivelarsi un alibi per evitare di affrontare problemi più immediati come il controllo della spesa. Pur condividendo in toto l’auspicio che si attui un’efficace lotta alla corruzione, anche e soprattutto come segnale per influenzare le aspettative dei mercati e degli operatori stranieri – soprattutto in un periodo in cui si discute molto di nuovi investimenti pubblici in infrastrutture –, appare meno condivisibile l’ipotesi di imputare alla corruzione la necessità di perseguire politiche di austerità.
Un maggiore controllo sulla spesa pubblica – attraverso un supporto politico finalmente deciso alla spending review – al quale si deve necessariamente affiancare un’efficace lotta alla corruzione, è indispensabile per migliorare gli equilibri delle finanze pubbliche e per rilanciare la crescita. Politiche volte alla lotta alla corruzione, se non affiancate da una più ampia revisione della spesa, rischiano di non avere gli effetti sperati e, nel caso li avessero, è probabile che mostrino i propri effetti virtuosi solo nel medio-lungo periodo. Allo stato attuale, le difficoltà e le incertezze che dominano ogni tentativo di riforma e di razionalizzazione della spesa appaiono un ostacolo maggiore, immediato e più visibile alla creazione di clima di fiducia rispetto alla lotta alla corruzione.

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Figura 1 – Corruzione e variazione del rapporto debito/Pil

presbitero1
Note: L’indica di corruzione del WGI è stato moltiplicato per -1 in modo che a valori maggiori dell’indice corrispondano livelli maggiori di corruzione. L’indice è limitato tra -2.5 e +2.5. In ciascuna delle quattro categorie dell’indice di corruzione ci sono, rispettivamente, 30, 28, 44 e 41 paesi (panel a) e 29, 38, 33 e 43 paesi (panel b). Per ciascuna delle quattro categorie i grafici riportano il valore medio e mediano della variazione del rapporto debito/Pil tra il 2006 e il 1996 (panel a) e tra il 2012 e il 2002 (panel b).

Figura 2 – Corruzione e variazione del rapporto debito/Pil tra paesi

presbitero2
Note: L’indica di corruzione del WGI è stato moltiplicato per -1 in modo che a valori maggiori dell’indice corrispondano livelli maggiori di corruzione. L’indice è limitato tra -2.5 e +2.5. Ciascun panel mostra la correlazione parziale tra il livello di corruzione inziale (1996 o 2002) e la variazione del rapporto debito/Pil nel corso della decade successiva. Il grafico è basato su una semplice regressione cross country in cui la variabile dipendente è la variazione del debito e i controlli sono – oltre all’indice di corruzione – il livello iniziale del Pil reale pro-capite, il tasso di crescita del Pil reale pro-capite nel corso della decade considerata e 7 dummy regionali (definite in accordo con la classificazione della Banca Mondiale). Il campione è costituito da 112 (panel a) e 132 (panel b) paesi. I paesi a basso reddito sono esclusi.
Riferimenti bibliografici
Cooray A., Schneider F. (2013), “How Does Corruption affect Public Debt” W.P. n. 1322 Department of Economics, University of Linz.
Del Monte A., Papagni E., (2001) “Public expenditure, corruption and economic growth”, European Journal of Political Economy, vol 23, 379-396.
Del Monte A., Papagni E., (2007) “The determinants of corruption in Italy: Regional Panel Data Analysis”, European Journal of Political Economy, vol 17, 1-16.
Marcos González-Fernández , Carmen González-Velasco (2014) “Shadow economy, corruption and public debt in Spain” Journal of Policy Modeling, vol. 36 issue 4.
Mauro P., (1995) “Corruption and growth”, Quarterly Journal of Economics, vol.110, 681-712.
 
* Le opinioni sono espresse dall’autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione del Fondo monetario internazionale.

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