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Da dove partire per la riforma del welfare

Il welfare italiano è certamente da riformare. Ma occorre farlo in modo coerente, evitando di accentuare la frammentarietà del sistema. Bene introdurre politiche universali di sostegno al costo dei figli e garantire forme di reddito a chi si trova in povertà.

SISTEMA TROPPO FRAMMENTATO

In un rapido accenno nella discussione sul Jobs Act, Matteo Renzi ha annunciato una riforma complessiva del welfare. Che il welfare italiano abbia un urgente bisogno di essere riformato è indubbio, stante che si tratta di uno dei sistemi più frammentati, più pieni di buchi, più esposti a manipolazioni e imbrogli tra quelli europei. Di ambizioni di riforma si parla almeno da venti anni, dalla commissione Onofri istituita dal primo Governo Prodi, senza che se ne sia fatto nulla, salvo i ritocchi a margine, spesso dolorosissimi, varati via via dai vari Governi, che hanno ulteriormente aumentato la frammentazione e i rischi di iniquità. Le analisi e le proposte sono tante e forse, nonostante la sua idiosincrasia per gli intellettuali, non sarebbe male che Renzi e i suoi consiglieri ne prendessero atto, per evitare di inventare l’ombrello, ma anche per comprendere che il sistema di welfare è, appunto, un sistema, che deve (dovrebbe) avere una logica coerente, non un ammasso di frammenti spesso tra loro incoerenti. Soprattutto, lui che è così ossessionato dal peso morto del “vecchio”, dovrebbe liberarsi da una logica puramente lavoristica nel pensare al welfare. Questa logica è stata alla base del welfare come lo conosciamo, e in Italia ancor più che altrove: salvo la sanità, pressoché tutte le politiche sociali sono di tipo categoriale e lavoristico, anziché essere dirette ai cittadini in quanto tali. Ad esempio, non sono mai state sviluppate politiche universali di sostegno al costo dei figli, a prescindere dalla posizione dei genitori nel mercato del lavoro; e non è mai stata introdotta una misura di garanzia di reddito per chi si trova in povertà e spesso non è mai riuscito neppure a entrare nel mercato del lavoro, almeno in quello formale. Segnalo che entrambe queste misure sono presenti nei sistemi di welfare, pur molto diversi tra loro, che sembrano di volta in volta ispirare il nostro premier, i suoi ministri e i suoi supporter: quelli inglese, danese e tedesco, come nella stragrande maggioranza dei paesi europei. E sono date per scontate, soprattutto la seconda misura, insieme alle politiche di conciliazione famiglia-lavoro, anche dalla strategia Europa 2020, che pure è largamente informata da un approccio prevalentemente lavoristico.

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LA QUESTIONE DEI LAVORATORI POVERI

Senza queste due misure, l’impianto del welfare che il presidente del Consiglio sembra avere in mente rischia di non aggredire la questione della povertà, che pure, specialmente quella assoluta, in questi anni è drammaticamente aumentata in Italia: nel 2013 coinvolgeva il 7,8 per cento delle famiglie e il 10 per cento degli individui, una percentuale quasi tre volte più alta di quella rilevata nel 2007. Può sembrare un giudizio paradossale. Che cosa c’è di più efficace del lavoro (remunerato) per far uscire dalla povertà? Eppure le cose non sono così semplici. In primo luogo, occorre pensare anche a chi non trova lavoro – e per questo non matura il diritto alla indennità di disoccupazione – perché la domanda è scarsa, perché non ha le qualifiche adeguate, perché ha un carico di lavoro famigliare pesante. È certo opportuno incentivare le persone ad attivarsi, a effettuare la formazione necessaria per collocarsi nel mercato del lavoro, posto che vi sia domanda. Ma, mentre cercano e si danno da fare e aspettano che la domanda di lavoro aumenti, bisognerà o no pensare a come aiutare loro e le loro famiglie a sopravvivere, specie se chi è senza lavoro è anche chi, in famiglia, sarebbe teoricamente responsabile del mantenimento? In secondo luogo, avere un lavoro non sempre è sufficiente a tenersi fuori dalla povertà. Come ha documentato anche l’ultimo rapporto della Commissione europea su sviluppo e occupazione in Europa, l’Italia è tra i paesi dove più sono aumentati i lavoratori poveri, coloro cioè che sono poveri nonostante lavorino. Ciò non è dovuto solo ai bassi salari o al part time involontario. È dovuto soprattutto alla combinazione tra bassa intensità di lavoro entro la famiglia, ovvero alla forte incidenza di famiglie monoreddito, specie nei ceti economicamente più modesti e nelle famiglie più numerose, e frammentarietà e inadeguatezza dei trasferimenti sociali rivolti a chi è in età da lavoro (indennità di disoccupazione, assegni per i figli, detrazioni fiscali che non tengono conto dell’incapienza). Questa combinazione conferma che le politiche del lavoro e degli ammortizzatori sociali destinati a chi perde il lavoro sono essenziali; ma indica che devono tener conto anche del fatto che le opportunità lavorative, per altro scarse, non si distribuiscono omogeneamente nella popolazione e tra territori. Lo ha documentato anche un recente volume comparativo sugli anni pre-crisi, quando in Europa è aumentato il tasso di occupazione ma non è diminuito quello di povertà, in primis perché non è diminuita la quota di famiglie a bassa intensità lavorativa. Per aumentare l’intensità di lavoro remunerato delle famiglie occorrono sia politiche di investimento sociale dirette ai più svantaggiati, giovani e meno giovani, sia politiche di conciliazione famiglia-lavoro: proprio quelle oggetto di drammatici tagli in periodi di austerity. Ma aumentare il numero di lavoratori per famiglia, posto che ci si riesca in un contesto di domanda debole, non basta. Occorrono anche trasferimenti, in primo luogo diretti a sostenere il costo dei figli minorenni.

Leggi anche:  Nuove reti sociali per nuove povertà

Riferimenti bibliografici
Cantillon B. e F. Vandenbrouke (eds), Reconciling work and poverty reduction, Oxford, Oxford University Press, 2014

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Il Punto

  1. Il Governo, con l’emendamento all’art. 4 del D.D.L. S1428, vuole essere delegato a modificare i rapporti di lavoro, per non cambiare nulla in una legislazione da 52 anni statalista e liberticida, con 18 tipi di contratto di lavoro. Andrebbero aboliti tutti, perché solo uno è utile: quello che riconosce la libertà alle parti di stipulare i contratti a termine che desiderano.

    Il provvedimento volutamente aumenta la disoccupazione, persevera sulla linea della burocrazia e dei divieti, crea complicazioni e vincoli, illude con sgravi contributivi. Ogni lavoratore deve essere libero di regolare il proprio rapporto di lavoro come meglio crede, a tempo determinato o indeterminato, sia nel settore privato, sia in quello pubblico. Le aziende non devono essere intralciate, perché soltanto esse creano la ricchezza che, sotto forma di tributi, finanzia lo Stato.

    Altro metodo sicuro per aumentare la disoccupazione è il taglio della spesa pubblica. Lo sa bene la filiera del taglio Napolitano/Berlusconi/Monti/Letta/Renzi.

    Lo Stato è incapace di creare reddito. I privati lo fanno, se sono liberi.

    Propongo la reintroduzione nel codice civile dell’esemplare articolo 2097. Esso ha permesso la piena

    • principi3

      Il modello che lei auspica non è nuovo…e’ lo stesso che ha generato questa crisi economica a livello planetario…di “deregulation” ne abbiamo già avuta abbastanza…non è il caso di perseverare..

  2. Bamba

    Assolutamente d’accordo sulla premessa alla base dell’articolo: la coerenza dell’intero sistema welfare e’ un principio da difendere prima di tutti gli altri. In assenza di questo, alcune misure possono finire per ostacolarne altre o creare effetti assolutamente indesiderati.

    Detto questo, in termini di discussione dei contentuti – cioe’ dei diritti da difendere – l’articolo sembra un po’ leggero. Prenderei spunto da un recente report su social inclusion / social justice nella UE per citare alcune priorità:

    1) Equitable education. Priorità assoluta, per giustificare le idee liberiste: va bene accettare diversi punti di arrivo, se tutti hanno la stessa linea di partenza;

    2) Poverty prevention. Di supporto al punto 1. Quindi focus qui e’ supporto al mantenimento dei figli. Questo e’ citato nell’articolo

    3) Labor market access. Include l’abolizione di incoerenze di decine di rapporti di lavoro differenti.

    4) Social cohesion and non-discrimination

    5) Health

    6) Intergenerational justice. Questo e’ un punto di cui si parla poco ma che Renzi sembra avere a cuore.

  3. Che fine faranno i giovani quarantenni da lungo tempo disoccupati e scaricati sui genitori pensionati?
    Se,come dire il Papa, chi è senza lavoro viene privato della sua dignità, non è consentito emarginare nella discarica sociale un’intera generazione.Un saluto, Roel

    • Aldo

      in poche parole su ciò che taluni chiamano diritti acquisiti, quando le pari opportunità non hanno la possibilità evidente di potere essere estese sono in realà un privilegio

  4. Aldo

    Occorre cominciare dai privilegi, è ora di smetterla con i finti diritti acquisiti come il caso del trentino ove la pensione è stata anticipata come prestito rispetto all’età in cui si doveva andare,non è più solo questione quindi di cumuli con privilegio oppure mega vitalizi ma una questione di leggi ad personam che ledono le pari oppurtunità per tanto non sono diritti ma privilegi, dovrebbero esserci tutti gli aspetti legali per contrastare ciò che viene spacciato pure come diritto costituzionale…ma evidentemente in cassazione non sanno distinguere per ovvi motivi le pari oppurtunità

  5. Alfredo Di Lello

    Concordo con la necessità di sostegno alle famiglie ma discrepo sul metodo. Non mi piacciono le detrazioni per figli o familiari a carico, hanno il suono di elemosine che lo stato nella sua magnanima bontà concede al povero padre di famiglia. Credo che i nostri figli siano cittadini di pari diritto di qualsiasi altro. Ogni padre di famiglia lavoratore sa che il suo reddito è principalmente destinato ai figli, eppure le aliquote IRPEF sono calcolate come se ogni figlio o familiare godesse al massimo di 2800 euro di reddito. Il wellfare parte da aliqute Irpef calcolate su reddito familiare diviso per i membri del nucleo familiare. Togliamo assegni, detrazioni, regalie… Vedrete che anche i nuclei familiari si allargherebbero a beneficio della collettività. Sei non hai figli pensa che mia figlia sarà la tua infermiera di domani e chiediti se non sia meglio per te aiutarla a studiare ed essere una persona equilibrata, seria e cordiale. I miei figli non sono solo miei sono una risorsa per tutto il paese.

  6. Se si analizza il dato congiunto delle entrate da contributi da aziende e lavoratori e quello della spesa per gli ammortizzatori sociali, nel 2012, risulta un saldo negativo a carico della fiscalità generale di 14,4 miliardi di euro.
    Certamente la “fiscalità generale” interviene in questi ultimi anni in maniera significativa, ma c’è da dire che l’80% dell’Irpef versata viene proprio dal mondo del lavoro dipendente.
    Se questi sono i dati e la considerazione finale, occorre auspicare un riordino generale degli ammortizzatori sociali includendo, necessariamente, la salvaguardia dei precari e dei nuovi disoccupati: gli over 40!
    I soldi? Da dove li prendiamo?
    L’unica alternativa alla povertà di massa è considerare la società come un’unica famiglia solidale, dove chi ha di più dà a chi ha di meno e se questo non dovesse succedere, cosa abbastanza realistica, dobbiamo sapere che, senza una forma di inclusione sociale, i poveri si ribelleranno!

  7. Daniela

    Ho 57 anni, disoccupata da tre, sola, non in salute. Non sono più né cittadina né persona, ora che sono alla fame. Nessun aiuto dalla città di Pontassieve, dove risiedo.Ultimo gesto disperato: un esposto alla Procura, come testimonianza. E se non sono cittadina tanto meno sono Figlia. Poveri figli oggi, giù, tutto insieme, giù nel dirupo, giù nella fogna, tutto ingoiato dalla falsa smemoratezza di chi oggi vi usa come un richiamo al futuro che rinnega il passato e vi condanna a morte, insieme a me, ora e poi. Tutto quello rubato a me non ritroverete nelle vostre vite, tutti quelli che oggi sono traditi con uno spergiuro, loro son padri vostri e non quelli dalle guance empie, dagli occhi corti, dall’ombelico grasso. Noi insieme siamo i figli e i padri, e chi di voi si fa scudo, una cavalcata avida ed esclusiva sotto falsi vessilli, vi sta lasciando un futuro atroce in cui non sarete né figli, né padri, né fratelli.

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