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Lavoro: gli scenari dopo il decreto Poletti

La maggiore facilità di instaurare rapporti di lavoro a tempo determinato prevista dal decreto Poletti porterà a un aumento della precarietà? Il dato da guardare è quello delle trasformazioni in contratti a tempo indeterminato, che finora in Italia è rimasto alto. Gli incentivi che servono.

TRAMPOLINO O VICOLO CIECO?

Il decreto Poletti stabilisce l’acausalità del contratto a termine per l’intera durata di tre anni (non è più necessario fornire una ragione per l’assunzione a termine) e la più larga disponibilità di proroghe consecutive (cinque al posto di una). La norma ha sollevato numerose critiche motivate dalla preoccupazione di un possibile aumento della precarietà nel mercato del lavoro. Per poterne giudicare la fondatezza, il punto fondamentale è capire se i contratti a termine sono stepping stone (ovvero trampolino di lancio verso contratti a tempo indeterminato) o dead end (vicolo cieco, per cui si è condannati a una vita di precarietà nei contratti a termine). La statistica che interessa è quindi il tasso di trasformazione di un contratto a termine in un contratto a tempo indeterminato.
Il 65 per cento delle nuove assunzioni sono con contratti a tempo determinato, ed è verosimile ritenere che con il decreto la proporzione aumenterà ulteriormente. Ma il numero di nuove assunzioni non si tramuta in uno stock di altrettanti contratti a tempo determinato sul totale degli occupati, per due ragioni: la prima è che anche il 65 per cento del totale delle cessazioni è di contratti a tempo determinato, la seconda è che molti contratti a tempo determinato si trasformano, vengono stabilizzati, in contratti a tempo indeterminato.
Chiaramente il giudizio su una norma come il decreto Poletti dipende anche da quante persone utilizzano i contratti a termine ma alla fine vengono stabilizzate in contratti a tempo indefinito: se il numero di contratti a termine aumenta ma il tasso di trasformazione è alto, il decreto porterà posti di lavoro in più e alla fine anche opportunità di stabilizzazione; se invece il tasso di trasformazione è basso, il decreto porterà solo una giostra di brevi contratti a termine in cui non ci saranno né nuovi posti di lavoro né stabilizzazione.
Qual è quindi la probabilità media che un giovane di 25 anni oggi occupato in un contratto a termine venga stabilizzato di qui a tre o cinque anni? Per rispondere a questa domanda servono dei dati longitudinali, utilizziamo perciò i dati Inps recentemente messi a disposizione dal ministero del Lavoro.
L’incidenza dei lavoratori con contratto a tempo determinato sul totale degli occupati dipendenti del settore privato va dal 14 per cento del 1998 al 17 per cento del 2010. (1) Se prendiamo i giovani maschi di età tra i 26 e i 30 anni l’incidenza sale dal 18 per cento nel 1998 al 26 per cento del 2010 (gli stessi numeri valgono per le donne). C’è stato quindi un aumento dell’incidenza del contratto a termine nel totale, ma non una crescita travolgente.
Nel corso di questi anni, però, all’aumento della quota di contratti a termine è corrisposto un declino delle probabilità di trasformazione in contratti a tempo indeterminato. Il grafico mostra la probabilità di un giovane di 25 anni occupato in un contratto a termine nell’anno t di essere occupato a tempo indeterminato nell’anno t+1, t+3 e t+5. Due sono le cose da notare. Primo, il tasso di trasformazione a tre anni è molto maggiore di quello a un anno, ma non c’è molta differenza tra chi rimane in un contratto a termine per tre anni o per cinque anni. Al netto di pochi lavori che sono svolti sempre con contratti a termine, tale evidenza è compatibile con un effetto trappola: se rimani troppo a lungo (più di tre anni) su un contratto a termine, ne esci più difficilmente perché resti sempre più tagliato fuori dal segmento buono del mercato del lavoro. Secondo, man mano che negli anni i contratti a termine si diffondono, il tasso di trasformazione scende dall’80 per cento del 1998 al 60 per cento del 2007 (lo stesso vale per le donne). Si tratta comunque di tassi di stabilizzazione alti, ma chiaramente in declino negli anni.

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C’è una relazione meccanica tra l’aumento dell’incidenza dei contratti a termine e il calo dei tassi di trasformazione? Non necessariamente: nello stesso periodo di tempo l’incidenza dei contratti a termine è aumentata anche per gli uomini e per le donne tra i 35 e i 40 anni, rispettivamente dal 4 al 12 per cento e dal 10 al 18 per cento. Tuttavia per gli uomini, e soprattutto le donne, di età superiore ai 35 anni, i tassi di trasformazione sono più bassi (55 per cento a tre anni per gli uomini e 40 per cento per le donne) ma stabili nel tempo, come illustrato nella parte destra del grafico. Per questi gruppi di età anche un tasso di trasformazione stabile nel tempo non ha impedito un aumento dell’incidenza sul totale.

VERSO UNO SCENARIO SPAGNOLO?

È possibile che il decreto Poletti ci porti a uno scenario spagnolo, dove il 40 per cento dei lavoratori occupati sono in contratti a termine?
Per ora non è successo, la liberalizzazione del contratto a termine non ha comportato un aumento travolgente nello stock perché i tassi di trasformazione a tre e cinque anni sono elevati. Ma se il trend continua e il tasso di stabilizzazione scende, c’è il rischio che il 70 per cento di nuove assunzioni a termine si tramuti in un rapido aumento dello stock (e della precarietà). Il decreto Poletti prevede un tetto massimo ai contratti a termine pari al 20 per cento degli occupati nella stessa azienda (con alcune eccezioni previste dai contratti collettivi), potremmo quindi presto arrivare a un livello simile di contratti a termine nello stock totale degli occupati. Tutto ciò è sostenibile e financo positivo se si accompagna a un aumento complessivo dell’occupazione e a tassi di trasformazione molto alti dei lavoratori più efficienti in contratti a tempo indeterminato: le due condizioni, però, non si sono realizzate in questi anni di crisi.
Allora, bisogna chiedersi se, invece di insistere sempre sull’articolo 18, non sarebbe meglio incentivare le trasformazioni dei contratti da determinato a indeterminato. Anche perché gli incentivi alla trasformazione sono una delle poche politiche che in passato hanno funzionato.

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  1. Bruno Perin

    Operazioni che affrontino solo il lavo della forma di lavoro è inutile. Ciò sarebbe utile solo se ci trovassimo nella fase di crescita ma, purtroppo non siamo li.
    Siamo alla ricerca di una soluzione shock che crei lavoro ma tutti aspettano che i rischi se li prendano altri.
    Questa la mia proposta:
    – forti incentivi alle imprese che investono in innovazione
    – riduzione dell’orario aziendale che crei lavoro aggiuntivo con riduzione del costo contrattuale
    – recupero del differenziale salariale sulla base di aumento produttività nell’azienda
    – riduzione fiscale sul salario.
    – scala mobile nazionale legata all’aumento del PIL con parametri che misurino la crescita civile e sociale.
    Il sistema potrebbe essere adattato anche per accordi di settore o territoriali. In tali livelli scatterebbero incentivi alle imprese in proporzione alla distribuzione della ricchezza prodotta verso il territorio.
    Le banche sarebbero più garantite nel grado di restituzione.
    grazie per l’ospitalità

  2. giulio fedele

    In realtà l’intervento del legislatore sarebbe utile, e anche auspicabile, solo se volto alla semplificazione del quadro normativo, non alla creazione di nuove norme da aggiungere alla babele già esistente, spesso addirittura illegittime come avvenuto colla riforma Polettti. La quale avrà come effetto solo nuovo contenzioso: infatti, il riformato contratto T.D, a-causale e rinnovabile più volte, non potrà sfuggire al vaglio dell’U.E -che già nel 2013 ha sottoposto l’Italia a procedura di infrazione per violazione della Dir. 1999/70/CE- e dei tribunali, atteso che, a norma di tale direttiva, il contratto T.D. deve essere giustificato da ‘condizioni oggettive’ (causa) e devono essere evitati abusi derivanti dal ricorso alla successione di contratti T.D. Sul piano della semplificazione, l’unico intervento legislativo veramente utile e necessario sarebbe il ritorno al sistema duale del rapporto di lavoro -autonomo o subordinato- eliminando gli ibridi (le forme di c.d. lavoro parasubordinato), meri escamotages elusivi inventati dalla bizantinesca fantasia dei nostri giuslavoristi che ha partorito oltre 45 forme di contratti di lavoro.Non esiste ‘in natura’ un tertium genus di lavoro che non sia né autonomo né subordinato, il lavoro o è l’uno o è l’altro.Tutti i problemi e le vertenze in materia di lavoro c.d. parasubordinato, nascono proprio di qui, perché si è finito per creare una selva mostruosa, difficile da penetrare
    anche per un avvocato, figuriamoci per un imprenditore!

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