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L’articolo 18 e la via della democrazia industriale

Nella discussione estiva sull’articolo 18 si è intravisto un cambio di passo culturale e sono emerse alcune indicazioni importanti per riaprire la strada della democrazia industriale nel nostro paese. Esiste già una legge delega in materia. Bisogna solo applicarla.

UN CAMBIO DI PASSO CULTURALE
Forse pochi se ne sono accorti, ma la discussione estiva sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha già lasciato tracce molto importanti che segnano un significativo passo avanti verso quel “modello tedesco” al  quale si è riferito ieri il presidente del consiglio.  Nell’intervista al Corriere della Sera del 17 agosto il ministro del Lavoro, rifiutando di infilarsi nel solito “braccio di ferro sull’articolo 18” ha parlato, invece, della necessità di un “cambiamento di passo culturale per recuperare il valore positivo dell’impresa come infrastruttura sociale indispensabile per la crescita e la creazione di lavoro”, indicando la strada della democrazia industriale e dell’applicazione dell’articolo 46 della Costituzione, norma da tempo caduta nel dimenticatoio. Il ministro ha in parte ripreso le argomentazioni di una lettera inviata qualche giorno prima allo stesso giornale dal segretario della Cgil che, richiamando l’accordo sulla rappresentanza sindacale, ha sottolineato come “l’applicazione dell’articolo 46 potrebbe essere il tassello su cui innestare un percorso di modernizzazione delle relazioni industriali nel nostro paese”. Dichiarazione, questa, che indubbiamente riflette un effettivo cambio di passo culturale, poiché proveniente dal massimo esponente di un sindacato che nel passato, con le sue note diffidenze, e insieme alle resistenze delle controparti imprenditoriali, ha contribuito non poco a tenere la norma costituzionale nella naftalina.
UNA DELEGA DA CUI RIPARTIRE
È ancora presto per decifrare i possibili sviluppi di queste dichiarazioni, e decenni di dibattito sulla materia accompagnato da innumerevoli proposte di legge finite poi nel nulla, consigliano prudenza. Ma qualcosa si è mosso e soprattutto si può muovere in tempi brevi. La tanto deprecata “legge Fornero” contiene una disposizione, per la precisione l’articolo 4 comma 62, che disciplina le diverse modalità di partecipazione dei lavoratori recependo, con alcune modifiche, i principi originariamente confluiti in una progetto di legge unitario frutto di un accordo tra le diverse forze parlamentari. (1) Si tratta, però, di una norma di delega non attuata nei tempi previsti, per le vicende legate alla fine della legislatura, e anch’essa caduta nel dimenticatoio. Le competenti commissioni parlamentari stanno ora discutendo di come riprendere in mano la delega, operazione non facile perché la “legge Fornero” segue un approccio ecumenico e generalista, di fatto limitandosi a produrre un elenco di tutte le possibili forme di coinvolgimento dei lavoratori, compreso l’accesso all’azionariato.
Non vi è dubbio però che, se veramente ci sarà la volontà politica e l’accordo delle parti sociali, l’articolo 4 può rappresentare una piattaforma e una opportunità immediata per trasformare gli auspici del ministro del Lavoro in scelte concrete e relativamente rapide. Utilizzando le ampie maglie dei principi di delega si possono, infatti, non solo valorizzare e rafforzare esperienze di consultazione e informazione già consolidate sul terreno comunitario, ma anche sperimentare nuove modalità di coinvolgimento dei lavoratori nella governance societaria. Un coinvolgimento, è bene dirlo, che non necessariamente ha bisogno di una legge, potendo le imprese avviare sperimentazioni anche su base volontaria, ma è innegabile la funzione “segnaletica” e di spinta che un provvedimento di queste genere potrebbe assumere. Non bisogna certo nascondersi le difficoltà tecniche nella stesura dei provvedimenti delegati, ma esistono corposi riferimenti alle esperienze maturate, non soltanto in Germania, dove la partecipazione è elemento caratterizzante delle relazioni industriali, ma anche,  aspetto questo significativo, in via di maturazione in altri paesi tradizionalmente lontani da forme di democrazia industriale, a testimonianza di una prospettiva che supera ogni retaggio ideologico e attribuisce al fattore lavoro un ruolo di riferimento in gestioni imprenditoriali che non possono più permettersi di trascurare gli interessi e le istanze degli stakeholders.
Ed è comunque una strada sulla quale anche noi vantiamo buone e purtroppo dimenticate esperienze: a questo proposito un consiglio al lettore e una dichiarazione di conflitto di interessi. Il consiglio è quello di leggersi un volume da poco uscito e che si deve al meritorio lavoro del suo curatore, Giuseppe Amari, il quale ha raccolto e ripubblicato gli atti di un convegno dell’università Bocconi nel lontano 1946 sui consigli di gestione, insieme ai disegni di legge che in quella feconda stagione di riforme, troppo presto tramontata, furono presentati dalle diverse forze politiche. (2) La dichiarazione di conflitto di interessi riguarda il fatto che anch’io ho scritto un saggio di commento nel volume, ma più che gli scritti dei contemporanei conta il vivacissimo, a volte anche aspro, e ricchissimo dibattito che allora si sviluppò, un dibattito da collocare ovviamente in quel particolare contesto storico e sociale, ma che pure rifletteva il bisogno di “un nuovo sistema di rapporti tra capitale e lavoro”, attraverso una “democratizzazione” dell’industria, per recuperare “un orientamento energico e salutare verso la sana produzione invece che verso la speculazione”. Le parole virgolettate appartengono alla relazione introduttiva a quel convegno di Mario Giuliano: il linguaggio potrà forse apparire di altri tempi, ma sono parole di grande e sorprendente attualità, e che tante volte abbiamo sentito pronunciare in questo turbolento periodo della nostra storia. Oggi ci sono le premesse e le potenzialità per proiettare quel dibattito in un futuro possibile di una nuova democrazia industriale.
(1) Il riferimento è alla bozza presentata in Senato  nel 2009 dal Pietro Ichino che aveva avuto l’incarico congiunto di maggioranza e opposizione di omogeneizzare i diversi progetti legislativi. Vedi il sito www. pietroichino.it
(2)I consigli di gestione e la democrazia industriale e sociale in Italia a cura di G. Amari, Ediesse, 2014.

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  1. giulio fedele

    Come previsto, alla fine della festa e al di là delle smentite, dei giochi di parole e degli inglesismi alla moda (jobs act, ecc.), la ‘fissa’ è e rimane sempre l’art. 18. Se Renzi continua per questa strada annunciata, è probabile che il lavoro sarà la buccia di banana colpevole della sua caduta: CADUTO SUL LAVORO, scriveranno sulla sua lapide. La vera semplificazione che si rende necessaria in materia di lavoro è l’eliminazione delle oltre quaranta forme di contratto di lavoro inventate dalla bizantinesca fantasia dei teorici nostrani (ma “in natura” inesistenti) e il ritorno al sistema duale: il lavoro è, e non può non essere, se non dipendente o autonomo (non esiste “in natura” un tertium genus ibrido detto “parasubordinazione”). E se poi si vuole scopiazzare il sistema tedesco, benissimo! Ma che si replichi l’intero sistema di quel paese, a partire dai salari, dalla ‘cogestione’ dell’impresa e coinvolgimento dei lavoratori/sindacati, al welfare e alla responsabilità sociale di un’impresa disposta a investire e a impegnarsi in proprio e non solo a chiedere.

    • Paolo Pini

      Ok Francesco, bene, concordo ma cosa c’entra in tutto cio’ l’articolo 18 ed il dibattito estivo ? l’ho seguito il dibattito, tutta fuffa politica, altro che dibattito, … che a nulla conrtibuisce, mentre ragionare su democrazia industriale è tutt’altra cosa … come fai tu bene, ma l’attacco non ci azzecca..
      ciao

    • Michele Garulli

      Perfettamente d’accordo. Aggiungerei solo due temi di riflessione. 1) il modello tedesco necessita di tempi molto lunghi, non si improvvisa in 2/3 anni. 2) per dare i suoi risultati positivi il modello tedesco necessita di una classe imprenditoriale capace nel tempo (usando una metefora automobilistica per spiegarsi in breve) di creare le BMW, Audi, Mercedes e non le Fiat Duna.

      • Hk

        Però richiede anche lavoratori e sindacati che non siano ideologicamente anti impresa

    • cristiano

      sono perfettamente d accordo con te Giulio: si potrebbe fare un altro esempio..hanno modificato l’articolo 18, vanificando la sua funzione di tutela con il motivo apparente di allinearci alla disciplina dei licenziamenti degli altri paesi europei..Chissà come mai però nessuno vuole allinearsi ai migliori paesi europei sui salari: sono anni e anni che leggo sui giornali che abbiamo i salari più bassi d’Europa…dobbiamo allinearci agli altri paesi solo sulle modifiche peggiorative per i lavoratori? su quelle migliorativa mai però..Comodo cosi.Come al solito siamo di fronte alla solita strategia di volere la botte piena e la moglie ubriaca….

  2. Enrico

    Un’ulteriore domanda è: ma i sindacati italiani sarebbero maturi per una cogestione?
    Anche qui bisognerebbe confrontarsi con il modello tedesco (partendo dai bilanci e dalla trasparenza)

  3. Maurizio Cocucci

    Quando si parla di copiare il modello tedesco occorre capirci bene: tutto il sistema deve essere introdotto, non quello che fa comodo tipo menu ‘a la carte’. Intanto occorre trasformare gli uffici del lavoro in vere e proprie agenzie così come fecero in Germania con le riforme Hartz. Attualmente gli uffici del lavoro sono semplicemente enti burocratici che non danno alcun aiuto concreto al lavoratore in cerca di lavoro. In Germania invece lo seguono, lo invitano ad effettuare corsi professionali o di aggiornamento. Quanto al contratto di lavoro sono favorevole che ambedue le parti possano rescinderlo ma nel caso dell’azienda questo deve avvenire in cambio di una adeguata indennità economica. Se a fronte di licenziamenti di top managers le aziende pagano milioni di euro non vedo perchè non dovrebbero indennizzare il lavoratore con qualche migliaio. Poi, e qui sta il riferimento al modello tedesco e alla sua specifica introduzione integrale, serve un welfare che preveda una indennità per un certo periodo di tempo proporzionata al reddito che percepiva il lavoratore, che in Germania corrisponde al Arbeitslosengeld I (o ALG I), per poi prevedere a seguire un assegno più basso ma che permetta al disoccupato, che dimostra seriamente di impegnarsi nella ricerca di una nuova occupazione, di coprire le spese vive e che in Germania corrisponde al Arbeitslosengeld II (ALG II o Harz IV). Cancellare l’art.18 tout court senza fare il resto è irricevibile. E non è il modello tedesco.

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