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Movienomics: l’Italia attraverso i cult del cinema

Alcune pellicole restano indelebili nell’immaginario collettivo di un paese. Ma i nostri film hanno rispecchiato la situazione economica del dopoguerra? Un’analisi basata sul confronto tra cult movies e andamento di debito e Pil. E un gioco per l’estate.
I CULT
L’Italia ha una grande storia di cinema, e tanti film apprezzati anche all’estero, dal neorealismo fino a La grande bellezza. Ma ha prodotto anche un altro tipo di film che, in mancanza di una definizione migliore, chiameremo “di culto”. Sono film entrati nell’immaginario collettivo degli italiani così a fondo da dare luogo a memi: espressioni, frasi fatte o battute istantaneamente comprensibili come riferimenti. (per fare un esempio, chi non ha mai sentito l’espressione “Ma siamo uomini o caporali?”?).
La domanda che poniamo in questo articolo è: quanto della situazione economica dell’Italia del dopoguerra è stata riflessa e ha trovato riscontro in questa cinematografia cult? O quanto, invece, i film cult rappresentano evasione e quindi temi non correlati, o magari anche in contrasto con la situazione economica?
PIL E DEBITO
Di tutti questi mutamenti economici avvenuti in Italia dal dopoguerra non è possibile trattare in un breve articolo. Perciò, seppur con grave danno, siamo costretti a sintetizzarli tutti in due sole figure. La prima, qui sotto, riproduce il tasso di crescita del Pil reale, cioè quanto l’Italia ha prodotto in più rispetto all’anno precedente. Come si vede questo tasso, seppur positivo, è diminuito costantemente dal dopoguerra. Il tasso di crescita positivo significa che siamo sempre più ricchi. Ma è anche sempre più anemico: ciò vuol dire che  trovare lavoro è sempre più difficile perché le aziende assumeranno sempre di meno e i profitti e i salari cresceranno sempre più lentamente. Quindi siamo sempre più ricchi, ma sempre meno ottimisti per il futuro.
Figura 1. Tasso di crescita del Pil reale
Schermata 2014-07-31 alle 17.51.48
La seconda figura qui sotto raffronta il livello del Pil reale (cioè aggiustato per l’inflazione) con il debito pubblico (anch’esso reale). Possiamo interpretare il debito pubblico come un “di più” di consumi che la popolazione si permette chiedendo a prestito a investitori stranieri o alle nostre future generazioni. In relazione al rapporto debito/Pil si riconoscono quattro fasi nella Figura 2. La prima fase dal dopoguerra fino al 1965 è un periodo di crescita della produzione rispetto al debito. Cioè: l’Italia è povera ma cresce tanto e chiede a prestito relativamente poco. Dal 1965 fino al 1980  il debito cresce alla stessa velocità del Pil. Gli anni ’80-’95 invece rappresentano un’impennata del rapporto debito/Pil, cioè prendemmo a prestito per consumare più di quanto ci potevamo permettere. Infine, il periodo dal ’95 fino ad oggi sono stati anni in cui si è fatto un grande sforzo per controllare il debito (attraverso una alta tassazione).
Figura 2. Debito e Pil reali
Schermata 2014-07-31 alle 17.53.07
LE FASI DEI CULT
Analogamente, possiamo identificare quattro fasi nella storia dei cult.
Fase 1 (1945-1965): “Che bella parola: cuoco” (Miseria e nobiltà, 1954).
La frase è di Felice Sciosciammocca, il personaggio squattrinato e affamato interpretato da Totò. Questa prima fase è contraddistinta da una situazione di relativa povertà (Pil basso) ma di ottimismo dovuto all’alto tasso di crescita. I cult di questo periodo sono quelli di Totò, i cui personaggi spesso mirano a sbarcare il lunario, e quelli di Alberto Sordicon con protagonisti che vengono da background modesti ma esprimono (ne è un esempio Nando Moriconi, il fan degli Stati Uniti di Un americano a Roma). Il boom economico è dietro l’angolo.

Fase 2
(1965-1980): “La zingarata: una partenza senza meta né scopi” (Amici miei, 1975) .
In questa fase l’Italia, dal punto di vista economico, è arrivata. Sbarcare il lunario non è più il nostro problema principale e il tasso di crescita non è ancora così basso da generare pessimismo. Quindi altri problemi vengono alla ribalta; da un lato una ricerca di significato della vita (Amici miei, appunto);  dall’altro il problema di rivendicazioni sociali (Fantozzi, 1975, l’altro grande cult di questo periodo che si richiama a problemi ideologici di quelli che erano gli anni di piombo). È ironico osservare come il posto fisso da impiegato di Fantozzi, dipinto allora come monotono, scialbo e triste, rappresenti per le attuali giovani generazioni una meta agognata.
Fase 3 (1980-1995): “Cambiar car è una scelta di vita, believe me!” (Vacanze di Natale, 1983).
La frase è di Donatone, il cumenda interpretato da Guido Nicheli.  Questa è la fase del consumismo, della finanza rampante e dei baby pensionamenti. L’Italia si sente ricca e per questo felice (per quanto il modello fosse sostenuto a colpi di debito pubblico). Lontane sono le preoccupazioni dei personaggi di Totò: se il tasso di crescita è minore che in passato, le conseguenze ricadono solo su alcuni. Ricordiamo a questo proposito due frasi cult di personaggi non rampanti: “Da dove vieni? Da Napoli? Emigrante? No!” (Ricomincio da tre, 1981)e anche – non poteva mancare – Eccezziunale veramente! dal film omonimo del 1982.
Fase 4 (1995 – giorni nostri): “Non tornare più, non ci pensare più a noi, non ti voltare, non scrivere, non ti fare fottere dalla nostalgia” (Nuovo Cinema Paradiso, 1988)
La frase è di Alfredo, il proiezionista interpretato da Philippe Noiret, ed è diretta al giovane Totò che sta per emigrare a Roma. In questi anni, nonostante il nostro Pil alto, viviamo una fase di grande pessimismo sul futuro pienamente giustificata dai tassi di crescita anemici. È interessante osservare come questa fase sia priva dicult paragonabili a quelli dei periodi precedenti, tanto che siamo stati obbligati a scomodare una pellicola anagraficamente appartenente alla fase precedente. Una carenza che può forse ascriversi alla predominanza del cinema Usa o di Internet.
In conclusione, ci sembra che il film cult italiano non sia riconducibile in generale a un cinema di pura evasione. Anzi: almeno inteso come quello che riesce a creare memi, ha rispecchiato tutto sommato fedelmente la condizione economica. Tuttavia questo è vero solo fino agli anni Duemila. Da allora il cinema italiano, almeno nella dimensione cult, sembra averperso la capacità di riflettere l’economia e la società del nostro tempo e di creare un linguaggio poetico comune.
Tra i lettori che -commentando questo articolo- suggeriranno altri film memorabili e pertinenti con il tema (indicando il decennio di storia italiana a cui si riferiscono), la redazione de lavoce.info selezionerà le migliori indicazioni premiandole con un invito al convegno annuale de lavoce rivolto ai sostenitori. E’ dunque necessario che chi partecipa al gioco indichi propri dati in modo completo

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10 commenti

  1. Bell’articolo. Come modesto contributo, un film per ogni break strutturale in Fig. 2.
    1958, I soliti ignoti: i protagonisti sono dei disgraziati che si arrangiano, il Paese è tuttora in fase di ricostruzione, le sue incipienti ricchezze concupite da una banda di simpatici incapaci.
    1963, Il “Boom”: molti hanno fatto fortuna, ma non tutti. Chi è escluso dall’arricchimento facile la vive come un’ingiustizia e sogna la sua speculazione edilizia personale. Mantenersi al passo gli costerà un occhio della testa.
    1975, In nome del popolo italiano: il benessere è diffuso, la corruzione anche. “Gobba” nel grafico del debito pubblico (e cementificazione selvaggia).
    1980, La terrazza: una classe dirigente riflette amaramente su se stessa. Svaniti gli ideali, troverà come consolarsi. Il risultato si vede nel grafico (area “consumi eccessivi”).
    1992, Puerto Escondido: si comincia, per un motivo o per l’altro a fuggire, ritrovando il significato della povertà e della solidarietà. Più o meno volutamente profetico. Crisi dello SME e brusco inizio del consolidamento fiscale.
    2006, Il Caimano: la Cosa Pubblica è privatizzata fino al midollo, le disuguaglianze sociali esplodono. Fine del lungo consolidamento fiscale, fine della crescita, riprende l’espansione del debito.
    2014, Smetto quando voglio: non è (più?) un Paese per scolarizzati. La meritocrazia, mai stata il nostro forte, decede definitivamente. Per fortuna il grafico di debito e crescita è tagliato prima.

    • sandro sandri

      Nel periodo 1965-1980 (a mio avviso troppo eterogeneo) sarebbe più significativo citare il dialogo tratto da Ecce Bombo di Nanni Moretti (1978): “….Come campi? Mah….te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose”.

  2. Chiara

    Al di là del commento sull’articolo, vorrei soffermarmi sulla frase “[…] la redazione de lavoce.info selezionerà le migliori indicazioni premiandole con un invito al convegno a porte chiuse ecc. ecc.”.
    A dire il vero, il riferimento all’invito al convegno a porte chiuse “ecc. ecc.” mi ha fatto non poco ridere…Che significa??
    Chiara

  3. Luca Venturini

    Io segnalarei, per l’ultimo periodo, “Tutta la vita davanti” e soprattutto “Smetto quando voglio”. Classici e cult istantanei.. Molto amari, sulla mancanza di possibilità..

  4. Mario

    Bellissimo articolo…aggiungerei anche “Ma la libidine è qui amore: sole, whisky e sei in pole position” 🙂

  5. Mario

    Suggerirei “Tutta la vita davanti” (2008) per il periodo 2001 ad oggi.

  6. Rainbow

    L’associazione tra film e realtà sociopolitica e’interessante, da tempo sostengo che per capire l’Italia e gli italiani un film è meglio di decine di articoli e di saggi vari! C’e’un film a mio avviso,di Dino Risi del 1972, intitolato “In nome del Popolo italiano”, con Ugo Tognazzi e Vittorio Gasmann,che a mio avviso trascende il periodo storico-sociale in cui fu concepito! Ossia e’un film geniale,visionario,lucidamente ed amaramente rappresentativo dell’Italia e degli italiani che si può dire che e’più attuale oggi rispetto all’epoca in cui fu concepito! Guardare per credere,e’anche su you tube!

  7. Chiara

    Ho visto che il testo del commento della redazione a proposito del “convegno a porte chiuse ecc. ecc.” è ora stato cambiato. E’ stata indicata ora e data del convegno (http://www.lavoce.info/convegno-annuale-2014/). Bene, dunque. Ora è tutto più chiaro e si può, volendo, partecipare con maggior cognizione al “gioco dell’estate”.
    Chiara

  8. Maurilio Menegaldo

    Ho partecipato indicando solo i film degli anni ’50, ’60 e ’70. Tra questi, lo splendido “Il sorpasso” (Dino Risi, 1962), che ritengo realmente anticipatore: in pieno boom, si mettono alla berlina vizi e difetti degli italiani che saranno quelli che porteranno allo “sboom” di trent’anni dopo. E’ straordinariamente simbolica la morte del giovane studente: sembra prefigurare il furto di futuro ai danni dei gionvani dei nostri tempi. Davvero come dice anche Rainbow, gli artisti sanno guardare lontano, forse meglio di politici ed economisti…

  9. carla barbieri

    Non sono d’accordo con le conclusioni dell’articolo. Non credo infatti che dopo il Duemila non esistano film italiani in grado di “riflettere l’economia e la società del nostro tempo e di creare un linguaggio poetico comune”.
    Anzi, credo proprio che in questi ultimi dieci anni, se non di più, il cinema italiano abbia saputo esprimere opere di alto valore culturale che se non proprio “riflettono” (espressione marxista un po’ volgare) la situazione economica del nostro paese, di sicuro ci riflettono su e molto bene.
    Tre film su tutti, in ordine cronologico: La nostra vita, di Daniele Lucchetti, anno 2010; L’intrepido, di Gianni Amelio, anno 2013; Il capitale umano, di Paolo Virzì, anno 2014; insieme costituiscono una vera e propria trilogia cinematografica che potremmo definire Tre film sui peggiori anni della nostra vita.
    La nostra vita di Daniele Lucchetti è la la storia di Claudio, piccolo imprenditore edile, che sopravvive in mezzo alla giungla immobiliare di questi anni. Siamo ancora all’inizio della grave crisi economica che tuttora ci attanaglia. I problemi seri stanno scoppiando filogeneticamente ed ontologicamente, sia per la vita del personaggio sia per l’ambiente nel quale vive. A Claudio muore la moglie per il parto del terzo figlio. Nel film è ancora possibile morire di parto nell’Italia nel 2010 ed Elio Germano/Claudio urla di dolore a squarciagola durante la messa funebre la strofa della canzone di Vasco Rossi “la vita continua anche senza di noi!!!. Ma non si muore solo di parto, si muore anche di lavoro, cadendo in un buco del palazzo in costruzione su cui sta lavorando l’improbabile ditta di costruzioni del protagonista. Si muore e si sparisce nel nulla, poi, se si è immigrati, clandestini e si lavora in nero. Cementificati nella palazzina che ti costruiscono sopra. Salterà poi fuori un altro figlio, quello del morto, a cui Claudio cercherà, a suo modo, di fare da padre/fratello.
    È un inno all’Italia buona nonostante tutto. Nonostante lo sfruttamento del lavoro, nonostante i ricatti per poter lavorare (finir di costruire l’edificio, in proprio), riscoprendo la solidarietà familiare, l’amore vero tra fratelli e sorelle, l’unico in grado di salvare la situazione. Sì perché è vero: se l’Italia tiene ancora in questi anni di disperazione è grazie alla solidarietà familiare, tra padri e figli, tra fratelli e sorelle. Una situazione precaria come è precario tutto il mondo in cui si trova.
    L’intrepido di Gianni Amelio racconta la vita quotidiana di Antonio Albanese che nel film si chiama, certamente non a caso, Antonio Pane. Antonio è un lavoratore super precario, che cerca di sbarcare il lunario facendo “il rimpiazzo” (in altri posti lo chiamerebbero in maniera più agile “il jolly”): sostituisce chi, per un motivo o per l’altro, di giorno in giorno non può andare a lavorare. Lavoratore Just in time, ma incredibilmente non infelice, nonostante tutto. Dotato di grande forza interiore e morale che costituiscono il suo coraggio. Non eroico, pertanto, sarebbe troppo definirlo tale; coraggioso, intrepido, piuttoso, come la piccola vedetta lombarda di Cuore che non combatte ma cade comunque facendo la vedetta per gli altri. Sull’orlo dell’abisso Antonio Pane non pensa solo a se stesso, a tirare a campare, ma è addirittura capace di vedere anche gli altri che possono stare peggio di lui. Veglia su Lucia, in particolare, che non sapendo far fronte al dolore della sua vita violentemente precaria, si uccide. E sul figlio, psicologicamente fragile, tanto da non sapere tirar fuori quella gran cosa che ha dentro, la musica, una cosa che non vale nulla, non dà nulla, ma è un grande tesoro e che, per merito dell’amore del padre, saprà venir uscire.
    Nel capitale umano di Paolo Virzì le sorti di due famiglie si incrociano grazie al momento di abbandono dei figli ex fidanzati: una famiglia è più ricca, quella di Giovanni/Fabrizio Gifuni, finanziere padre del ragazzo già fidanzato della figlia di Dino/Fabrizio Bentivoglio, altro (combinazione) immobiliarista rampante, ansioso di entrare nel gioco della grande finanza. Ma scoppia la bolla e non ce n’è più per nessuno. In questi casi, si sa, i più forti riescono sempre a galleggiare. I parvenu, invece, affondano. “Ci siamo giocati tutto, anche il futuro dei nostri figli” mormora Dino mentre i figli, appunto, cercano di sopravvivere alla meno peggio in questo mondo di squali. Eticamente più a posto dei padri. E in maggiore sintonia con le madri: Valeria Bruni Tedeschi, la moglie del finanziere, sempre in bilico tra le proprie passioni cultural/artistiche e la propria sicurezza economica; Valeria Golino, dolce, pura e appassionata come fu capace di esserlo ancora in Storia d’amore di Francesco Maselli, altro film cult del 1986 in cui si trovava già tutta la precarietà materiale e morale di questa nostra epoca attuale. Un’epoca vile ed ingorda in cui i padri mangiano anche i propri figli senza pensarci due volte. “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”, mormora sconsolata e rassegnata Valeria Bruni Tedeschi. E la vita di una persona vale non in sé e per sé ma per il valore economico che rappresenta. Il cosiddetto, in termini gergal-assicurativi, capitale umano, calcolato in base ai guadagni, ai soldi che si è capaci di portare a casa.
    Forse che non rappresentano bene questo paese, e forse non solo questo, questi tre film?

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