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L’ultima capriola di Alitalia

È alle battute finali l’ultimo passaggio di mano di Alitalia. Una storia in cui negli ultimi anni è venuto fuori il peggio del mondo imprenditoriale, bancario, sindacale e politico italiano. In questo Dossier ripercorriamo le varie tappe di un viaggio aereo senza ritorno.

UN PAESE RESISTENTE AL CAMBIAMENTO

Rileggersi quanto veniva scritto tempo addietro su Alitalia non è inutile. L’attualità di certi scritti in realtà sconcerta. Perché non si tratta di preveggenza degli autori, quanto piuttosto della resistenza di questo paese al cambiamento. Le stesse preoccupazioni per l’occupazione, gli stessi rimedi legati invariabilmente a diverse leve di spesa pubblica, la stessa riluttanza a privatizzareveramente un’impresa che per troppi rappresenta prima di tutto un “oggetto politico”, le stesse pretese dei governi di decidere l’assetto azionario di un’impresa privata, la stessa confusione tra destino di una delle tante compagnie aeree che servono l’Italia e il destino delle nostre infrastrutture aeroportuali.
Ma forse ci sbagliamo, e allora esploriamo una chiave di lettura diversa, quella che enfatizza le differenze rispetto al passato. Proviamo a battere questa strada.

UNA CRISI DIVERSA DAL PASSATO

Cosa è cambiato rispetto alla precedente crisi di Alitalia? Intanto, la posizione di partenza. Allora avevamo un’impresa in mano pubblica, per la quale la responsabilità pubblica della situazione di crisi era ovvia. Oggi abbiamo un’impresa privata, che neppure una prolungata protezione pubblica ha saputo tenere in piedi. Questo dovrebbe significare che la sorte degli attuali azionisti non dovrebbe interessare il governo. Almeno questo… Diciamo che la privatizzazione (forzata) di Alitalia aiuta almeno in parte a fare chiarezza, e non sarebbe poco.
Però, se i denari degli azionisti privati non possono – almeno ufficialmente – essere oggetto di pubbliche preoccupazioni, la sorte dei posti di lavoro continua a esserlo, il che è comprensibile. Purtroppo solo progetti imprenditoriali veri e seri possono evitare situazioni simili. Non possiamo che sperare che la prossima Alitalia abbia queste caratteristiche; solo a queste condizioni potremo pensare che sia l’ultima volta che questa impresa batte cassa allo Stato. Nelle attuali condizioni il Governo si muove al limite tra legittime preoccupazioni per i posti di lavoro e interventismo di vecchio stampo. Speriamo non sconfini…

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L’ULTIMA SPIAGGIA… È ARABA

Un secondo elemento differente rispetto al passato è che la paura dello straniero sembra esserci passata. Anzi, mentre a suo tempo avevamo paura dei francesi, oggi ci facciamo piacere gli arabi. Bene così, per carità, era ora. Ma perché questo avviene? Forse perché la crisi ha smorzato le nostre ambizioni nazionalistiche? O forse perché abbiamo capito che questa è veramente l’ultima spiaggia prima del fallimento? Dubito che questo avvenga per “buone” ragioni, ossia perché abbiamo capito che conviene a tutti avere un mercato aperto ai capitali internazionali. Ma intanto “godiamoci il momento”, consci purtroppo che se per caso il tentativo di Etihad di risollevare Alitalia non andasse in porto si tornerebbe al vecchio refrain della compagnia “di bandiera”.

POSTE ITALIANE E COMPAGNIE LOW COST

Per avere certezza che qualcosa sia però cambiato, vi sono due elementi che fungono da cartina al tornasole.
Il primo è il comportamento di Poste Italiane. Non vi è alcuna ragione per la quale Poste debba essere nel capitale di Alitalia, ma ormai c’è. Forse la cosa migliore sarebbe se uscisse (senza perderci). Speriamo almeno che il suo comportamento in questa trattativa sia ispirato, come pare, a massimizzare il valore di questa partecipazione, e non ad altro. Da questo capiremo una buona parte del ruolo che il Governo sta cercando di giocare in questa partita.
Il secondo è se sull’altare dell’accordo si vorranno sacrificare le compagnie low cost e la libertà di alcuni aeroporti di ospitarle e beneficiare del loro traffico. Già l’altra volta la concorrenza (sulla tratta Linate-Fiumicino, come si ricorderà) era stata la vittima predestinata. Speriamo – non possiamo fare altro – che a pagare il conto degli errori passati non siano ancora i consumatori.

 

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Spending review tra tecnica e politica

  1. Maurizio Cocucci

    Noi abbiamo un approccio completamente sbagliato nell’affrontare situazioni del genere. Invece di accettare le conseguenze cerchiamo di porvi rimedio con interventi che non sono altro che uno spreco di denaro. Invece che introdurre una indennità (adeguata) per i disoccupati, diamo loro un sostegno a tempo determinato e invece di accettare il fallimento di aziende pubbliche cerchiamo di mantenerle in vita inutilmente perchè prima o poi torneranno al punto di partenza. Occorre accettare i fatti e lasciare che le aziende falliscano, occorre accettare che i dipendenti vengano licenziati così come avviene nel settore privato.

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