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EURO: ULTIMA CHIAMATA

I capi politici della UE stanno discutendo da troppo tempo su quali siano gli strumenti per uscire crisi dell’’Unione monetaria europea. Nel confronto su questi aspetti, sembra assente lo snodo cruciale della vicenda europea: la necessità di riavviare il processo di unificazione politica. “Euro: ultima chiamata” è il titolo di un libro pubblicato da Francesco Brioschi editore. Carlomagno è un “autore collettivo”, che comprende Angelo Baglioni, Andrea Boitani, Massimo Bordignon, Stefano Fantacone, Rony Hamaui e Marco Lossani. Qui di seguito, ampi stralci dell’introduzione.

 

di Carlomagno

Realizzare l’’unione politica dell’Europa è, nei fatti, la vera sfida nell’’attuale momento storico. Una sfida non semplice, soprattutto ora che il vecchio continente è in balia di una crisi economico-finanziaria che non si attenua e che ha comportato costi davvero elevati, tali da produrre un bilancio non particolarmente positivo dei primi dieci anni di vita dell’’euro. Intendiamoci, valutare quali siano state le conseguenze economiche dell’’euro non è semplice. Tuttavia, si può tentare. Da quando l’’euro è stato varato, l’’Unione monetaria europea ha registrato un tasso di inflazione simile a quello registrato da paesi al di fuori dell’’Eurozona (come Danimarca, Svezia e Regno Unito) e un tasso di  crescita del prodotto non superiore. Per di più, si sono nel frattempo accumulati al suo interno squilibri e fragilità di non poco conto, che più recentemente si sono accompagnati a una maggior divergenza dei cicli economici tra le diverse nazioni dell’’Eurozona. Per contro, l’’euro ha favorito, fino al divampare della crisi, una crescente integrazione commerciale e soprattutto finanziaria, consentendo a molti paesi di ridurre sostanzialmente il costo del capitale. Alla luce del bilancio appena tracciato è lecito chiedersi se convenga proseguire ulteriormente lungo un sentiero di integrazione che ha preso l’’avvio ormai ben più di 60 anni orsono e che, con alti e bassi, ha garantito la pace e uno straordinario processo di integrazione economica e culturale in un continente da sempre belligerante.

REGOLE E DISCIPLINA DI BILANCIO

Con il Consiglio Europeo del dicembre 2011 l’’esistenza della moneta unica è stata legata a un fiscal compact interamente basato su regole di bilancio e su punizioni per chi non le rispetta. Il perfezionamento degli accordi di dicembre, avvenuta in ripetuti altri summit, non ha modificato l’’impostazione di fondo. Essa deriva da una convinzione, apparentemente fatta propria dalla cancelleria tedesca, che la crisi dell’’eurozona sia dovuta alla dissolutezza dei paesi “periferici” dell’’Unione (che poi sarebbero i paesi del Sud Europa). A sua volta questa tendenza a indebitarsi troppo sarebbe dovuta al desiderio dei cittadini “periferici” di vivere al di sopra delle proprie possibilità, prendendo a prestito a tassi bassi, grazie all’’esistenza della moneta unica. Il patto di bilancio sarebbe il modo per escludere il “continuo sostegno” da parte dei paesi “virtuosi” e/o della Banca centrale europea e, al contempo, per forzare la recessione e quindi la deflazione nei paesi “cicala”, cioè attuare la cosiddetta “svalutazione interna”. (1)
Intendiamoci: il problema del fiscal compact non è il fatto in sé di porre vincoli sui comportamenti fiscali dei singoli stati; il problema è che quei vincoli impongono che tutti riaggiustino subito e simultaneamente, aggravando una recessione già lunga e profonda – con possibile deflagrazione di conflitti sociali, di violenza, di sentimenti anti-europei (e anti-tedeschi). I sintomi già non mancano in Ungheria, Slovenia, Grecia e persino nelle civilissime Danimarca e Olanda.

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LA FINE DELL’EURO CI CONVIENE?

La fine dell’euro coinciderebbe con l’’abbandono definitivo del progetto di integrazione europea o, comunque, con un ritorno indietro di molti decenni. I costi, sia politici che economici, sarebbero elevatissimi. Il che, paradossalmente, è la dimostrazione che il processo di integrazione economico-monetaria ha sinora conseguito un importante successo: la maggior integrazione commerciale e finanziaria tra i paesi membri dell’’Unione monetaria stessa. Eliminando la moneta unica e tornando alle monete nazionali si scatenerebbe un processo a catena fatto di contrazione dei flussi commerciali e probabile crollo dei mercati di borsa e del debito, sostenuti e rinforzati dall’interdipendenza commerciale e dall’interconnessione finanziaria. Per di più, si tornerebbe a vivere una fase non breve di instabilità sui mercati valutari. Gli effetti negativi per il reddito e la ricchezza, uniti alla notevole incertezza, spingerebbero la regione europea verso una recessione generalizzata e prolungata. Non ci rimetterebbe solo l’’oligarchia finanziaria. Ciò che gran parte dell’’opinione pubblica probabilmente non conosce è che i numerosi esercizi sin qui prodotti per verificare la fattibilità di tale opzione hanno messo in evidenza i costi elevatissimi per tutti i paesi coinvolti, anche per quelli (come la Germania e i suoi satelliti) che potrebbero optare per una permanenza all’’interno dell’’Eurozona.

SALVATAGGI, BILANCIO FEDERALE E ISTITUZIONI DEMOCRATICHE

L’’alternativa alla fine dell’’euro è rappresentata da un vero e proprio salto di qualità: la costituzione di un’’unione fiscale di tipo federale supportata da un processo di progressiva unificazione politica. È necessario accelerare e approfondire il processo di unificazione e ampliare con decisione il bilancio federale europeo (oggi poco più dell’’1 per cento del Pil europeo), dotandolo di entrate fiscali capaci di finanziare interventi anticiclici e trasferimenti agli stati che siano stati colpiti da shock asimmetrici. Anche gli economisti più prudenti ammettono ormai che l’’efficacia della politica fiscale è massima, e va nella tradizionale direzione keynesiana, proprio quando i paesi sono colpiti da crisi finanziarie. È chiaro che quando gli shock sono permanenti (come per esempio una permanente perdita di competitività da parte di un paese nei confronti degli altri), gli aggiustamenti non possono che essere strutturali: riduzione dei prezzi e dei salari, mobilità del lavoro. Ma l’esistenza di un robusto bilancio federale darebbe il tempo a quegli aggiustamenti strutturali di realizzarsi, senza precipitare interi paesi o intere regioni europee nella recessione, destabilizzando anche tutti gli altri.
Solo spogliando le istituzioni nazionali di una parte dei poteri che verrebbero trasferiti a organismi federali sovra-nazionali sarebbe possibile aumentare la capacità decisionale di istituzioni che diventerebbero finalmente e concretamente europee. In questo contesto, l’’imposizione di un fiscal compact, cioè di stringenti vincoli di bilancio “nazionali” non apparirebbe più come l’’attuazione dell’’imperiosa volontà di disciplina germanica, ma sarebbe una regola ragionevole e accettabile, come è possibile e accettata negli Stati Uniti. Sarebbe possibile anche prevedere il “commissariamento” federale temporaneo dei paesi che non rispettassero il vincolo. Non sarebbe il commissariamento tedesco (o “nordico”) sui PIIGS, ma il commissariamento del governo federale democraticamente eletto su uno o più degli stati federali che hanno accettato una certa cessione di sovranità.
È importante sottolineare che il senso di questa operazione non è meramente riconducibile a un processo di riallocazione dei poteri tra gli stati-nazione e gli organismi comunitari, mirante ad aumentare l’’efficienza del processo decisionale. Il senso di questa operazione sta anche nel dimostrare all’“’Europa dei cittadini” (e non solo alle sue élite, più o meno tecnocratiche) che l’’Unione economico-monetaria è un soggetto politico che va ben oltre gli interessi e le questioni meramente economiche e che è capace di superare il deficit di democrazia di cui è stata a lungo (e peraltro giustamente) accusata. Attraverso un processo di cessione di sovranità nazionale unito all’’attribuzione di una maggior legittimità democratica alle rinnovate istituzioni europee si verrebbero a creare i presupposti per la realizzazione dell’’unione fiscale e politica. Il processo è inevitabilmente lungo, ma un impegno credibile su una road map che preveda anche qualche passo a breve termine (come per esempio l’elezione del Ministro delle finanze dell’’area euro da parte del Parlamento e del Consiglio europeo) potrebbe di per sé tranquillizzare operatori e cittadini sul futuro della moneta comune. Dare un senso comune all’’identità europea deve diventare il vero obiettivo del Consiglio europeo. I problemi tecnici, per quanto importanti, non costituiscono gli snodi cruciali della crisi dell’’area euro. Non è dibattendo solo del ruolo da conferire ai Fondi europei di stabilità finanziaria (Efsf – Esm) che si potrà risolvere la crisi attuale. Né solo chiedendo di utilizzare risorse di questi fondi per mantenere lo spread tra titoli decennali sud-europei e tedeschi entro un certo limite. Finché quei fondi dovranno essere garantiti dai singoli stati – e quindi in grande parte dalla Germania – sarà difficile fugare la percezione dell’opinione pubblica tedesca di essere chiamata a spendere i soldi faticosamente risparmiati per sanare i debiti degli allegri popoli del Mediterraneo. Il ruolo di contenere gli spread dovrebbe essere svolto dalla Bce, come parte del suo compito di assicurare condizioni monetarie uniformi nell’area euro. Tuttavia la Bce si è finora sottratta a questo ruolo e continuerà presumibilmente a farlo, per la ferma opposizione della Bundesbank.

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(1) Peraltro, come ha mostrato Paul De Grauwe, “In search of simmetry in the Eurozone”, 2 Maggio 2012 CEPS Commentary, Grecia, Irlanda e, in misura minore, Spagna e Portogallo hanno già realizzato significative svalutazioni interne. Molto inferiori al necessario risultano, invece, le rivalutazioni interne dei paesi “core” (Germania e satelliti). Eurolandia sembra dunque caratterizzata da aggiustamenti asimmetrici come i vecchi regimi di cambio fisso (Bretton Woods e SME). Una asimmetria che, in unione monetaria, favorisce i paesi creditori.

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UNA MAPPA PER TROVARE LAVORO

  1. Giuseppe Pistilli

    Analisi lucida e proposte intelligenti, ma c’è da chiedersi se le soluzioni proposte non siano fantapolitica. In questo super-vertice europeo, più che di tecnicismi, si dovrebbe discutere su come e quando eleggere un Ministro Europeo dell’Economia, un’entità con poteri sovrani ed eletta dai cittadini europei, un embrione cioè dell’Europa federale. Già solo una bozza d’accordo su un passo così epocale, calmerebbe forse i mercati più di ogni accordo su ESM, Eurobond etc… Ma i cittadini europei sarebbero pronti, temo proprio di no. Per cui sarebbe meglio forse discutere di come preservare l’Unione Europea quando, in modi ora imprevedibili, l’EMU comincerà a disgregarsi. Ci vuole ormai un piano B.

  2. Piero

    Nessuno si aspettava dai singoli stati una posizione diversa da quella assunta finora, la Germania tende a mantenere il suo ruolo di paese creditore mentre i paesi mediterranei cercano di fare pagare i loro debiti con i paesi creditori, cosa che ci puo’ stare se pensiamo come si sono formati i crediti, ma cio’ e’ tutto giustificabile quando non vi e’ un’unione politica/fiscale. Cio’ che invece mi meraviglia e’ l’azione della bce, nessun programma e nessuna strategia solo azioni dell’ultimo momento per evitare l’irreparabile, azioni che fino ad oggi hanno fatto la liquidità sul mercato di PIU della Fed senza ottenere nessun risultato, e’ rimasta la crisi del debito sovrano ed e’ rimasta la crisi bancaria che ha provocato il credit crunch sulle imprese. Perché Draghi non prende coraggio, ha i numeri e annuncia una politica di acquisto sul mercato del 50% dei debiti pubblici dei paesi euro in dieci anni proquota?

  3. SAVINO

    E’ ora di fare chiarezza su questo punto. E’ ora di dire forte e chiaro a quegli italiani che ancora non se ne sono accorti, o che fanno finta di non accorgersene, che il pallino della soluzione della crisi è nelle nostre mani, perchè in Italia c’è una leadership forte, come non si vedeva da una vita, che sta diffondendo fiducia in tutta Europa e in tutto il mondo. Ci stanno salvando Napolitano e Monti. Quanto a Berlusconi e Grillo, possono gridare “no euro” al mercato rionale, ma non in Parlamento, in Ue o al G20. In quelle sedi si vede la stoffa e la competenza di un leader, che con tutta evidenza, i demiurghi della tv e di internet non hanno.

  4. andreag

    Che Monti e Napolitano siano gli unici rappresentanti degni dell’italia in questo momento,non ci piove,pur rimanendo io parecchio contrario a certe scelte fatte dal governo monti.Sono un asserito sostenitore dell’integrazione europea e di una road map per l’unione fiscale/politica/bancaria,ma mi rendo anche conto che il processo non può e non deve che essere lungo e paziente: come giustamente è detto in un altro commento, non credo che i cittadini europei siano pronti.Serve creare più mobilità e conoscenza,e siamo già in ritardo di una generazione:ci erano state promesse da un tale le famose tre I scolastiche, la terza non la ricordo ma di inglese e informatica ne continuo a vedere poca,i nostri giovani non sanno l’inglese e sono pochissimi gli universitari in erasmus: se vogliamo creare le condizioni di conoscenza e di mobilità del mercato del lavoro dobbiamo farli girare:borse di studio e sostegno interuniversitario per i programmi di erasmus; e ancora: perchè non reintrodurre un periodo obbligatorio tipo servizio militare/civile ma da fare all’estero?Questo creerebbe le basi per una integrazione migliore secondo me. Serve tempo,e nel frattempo abbiamo grossi problemi e poche idee concrete

  5. marco

    Ma come si fa a integrare fra loro paesi che si vedono con astio e incomprensione? Forse bisognerebbe iniziare dalla scuola media, insegnando una Storia Europea in un modo uniforme, forzando gli studenti a studiare altre 2 lingue europee seriamente, forzando le reti televisive a produrre programmi validi per più paesi, insomma un minimo di integrazione culturale è prioritaria alla standardizzazione della curvatura dei cetrioli o al diametro dei condom. Erasmus non basta perché coinvolge una parte della popolazione minoritaria ed elitaria. Paradossalmente faceva di più per una visione poù europeista la vecchia trasmissione “europa senza frontiere”, che era vista da molte decine di milioni di europei, di quanto non possa fare il fiscal compact! Nonostante la guerra recente 30 anni fa c’era meno antipatia reciproca fra tedeschi e italiani. Che cosa è successo?

  6. Piero

    Ricordo ad Andrea che la terza I e’ impresa, in ogni caso ricordo ad Andrea che l’asse da lui decantato forse dal lato economico e’ il peggiore che ha avuto l’Italia in Europa, non siamo minimamente ascoltati, ma la ragione e’ semplice il premier non potrà mai fare gli interessi dell’Italia, ricordo ad Andrea da dove proviene Monti e quali sono i compiti delle lobby economiche che lui ha sempre rappresentato, meno poteri ai governi e piu’ poteri alla finanza, pensiero in sintonia alla coazione tedesca del marco forte che oggi sta impedendo alla crescita dell’Europa come Unione di stati. L’anticipo della moneta unica all’unione politica, non e’ stata una scelta dei cittadini, agli stessi è piovuto addosso il trattato che istituiva l’euro è stato spiegato che in questo modo gli interessi sul debito pubblico diminuivano, ma gli italiani non si sono mai preoccupati dell’interesse sui Bot, anzi se diminuiva si preoccupavano perché avevano una rendita piu’ bassa, la gente non ha mai partecipato a questa scelta.

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