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QUANDO IL DOCENTE È BELLO SEMBRA ANCHE PIÙ BRAVO

Un’analisi delle valutazioni sui corsi universitari espresse da studenti dell’università della Calabria nel corso di sette anni mostra che, a parità di caratteristiche del corso e del docente, un professore considerato più attraente ottiene un giudizio sulla didattica nettamente migliore, con un effetto più marcato per le donne. Il risultato fa sorgere qualche dubbio sull’efficacia degli strumenti oggi utilizzati nella valutazione della didattica, soprattutto alla luce del ruolo che le viene assegnato dalla legge Gelmini nel ridisegno del sistema universitario.

La legge 370 del 1999 impone alle università di effettuare una valutazione della didattica, cioè di misurare quanto siano efficaci, a giudizio degli studenti, i corsi impartiti. Le valutazioni sono generalmente fatte dagli studenti presenti in aula (in prossimità della conclusione dei corsi) rispondendo, in maniera anonima, a un questionario in cui si chiede la soddisfazione complessiva per il corso seguito; altre domande più specifiche riguardano il docente: se è stato chiaro, se stimola l’interesse verso la materia, se è puntuale alle lezioni, se è disponibile nelle ore di ricevimento, e così via.
Quanto sono utili valutazioni simili? Riflettono effettivamente la qualità dell’’insegnamento? In che misura sono influenzate da elementi apparentemente irrilevanti per l’insegnamento come l’’aspetto fisico del docente?

UN’ANALISI DELLE VALUTAZIONI

In un recente studio empirico abbiamo analizzato le valutazioni espresse dagli studenti della facoltà di Economia dell’’università della Calabria nel corso di sette anni. (1) Disponiamo di informazioni dettagliate su circa 2.300 corsi, tenuti da 190 diversi docenti di varie discipline: Economia aziendale, Economia, Diritto, Matematica, Statistica, e altre. Abbiamo poi una serie di informazioni a livello di singolo docente: genere, età, posizione accademica, numero di pubblicazioni scientifiche, numero di citazioni.
In aggiunta, abbiamo costruito un indice di “bellezza” chiedendo a 29 studenti di altre facoltà di valutare l’’aspetto fisico del docente (mostrando loro una foto digitale, raccolta dai siti web dei docenti o da altre fonti su internet) con un voto in una scala da 1 a 10. Gli studenti-valutatori non conoscevano direttamente i docenti, per evitare che il loro giudizio sulla bellezza potesse essere influenzato da altri elementi.
Usando queste informazioni, abbiamo quindi messo in relazione la percentuale di studenti che ha dato una valutazione positiva dei corsi (ottenuti dai questionari sulla valutazione della didattica) con l’indice di bellezza, tenendo conto di una serie di altri fattori che potrebbero influenzare la valutazione, quali la numerosità degli studenti in classe, l’’ambito disciplinare del corso, il genere, l’età e la posizione accademica del docente.
I risultati mostrano che – a parità di caratteristiche del corso e del docente – un docente considerato più attraente ottiene una valutazione della didattica nettamente migliore. L’’effetto è forte e con alta significatività statistica (tabella 1). Se si confronta un docente che si colloca nel 25 per cento più basso nella scala della bellezza rispetto a un docente con uguali caratteristiche, ma collocato al 75 per cento nella scala di bellezza, quest’’ultimo ottiene una migliore valutazione del corso di circa 10-12 punti percentuali.
L’’effetto positivo della bellezza vale sia per i docenti maschi che per le donne, sebbene l’’effetto risulti più marcato per queste ultime.

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Per evitare qualsiasi correlazione spuria tra tipo dei corsi e caratteristiche dei docenti, abbiamo anche sfruttato il fatto che in molti casi gli stessi corsi sono stati tenuti da docenti diversi, nello stesso anno o in anni contigui. All’’interno degli stessi corsi, troviamo conferma del fatto che un docente ottiene una valutazione della didattica nettamente migliore se risulta anche più attraente.

IL FATTORE “BELLEZZA”

La domanda che si pongono gli economisti è se l’effetto rappresenta semplicemente una sorta di “discriminazione” degli studenti a sfavore dei docenti meno avvenenti oppure nasconde un effetto “produttività pedagogica”. In pratica, non potrebbe essere che i docenti più belli sono anche i più bravi nell’’insegnare – magari perché dotati di maggiore auto-stima e sicurezza – e che per questo motivo ricevono valutazioni migliori?
Per cercare di chiarire questo aspetto, abbiamo considerato nell’’analisi empirica un indicatore di produttività scientifica dei docenti, basato sul numero di pubblicazioni scientifiche e sul numero di citazioni. La misura dovrebbe catturare le differenze nelle abilità dei docenti se, come sembra, le abilità nella ricerca sono correlate (almeno in parte) alle abilità nella didattica.
Controllando per questa misura di produttività – che risulta avere un impatto positivo e significativo sulle valutazioni della didattica – troviamo che l’’effetto della bellezza (che è quindi depurato della componente “abilità”) si riduce solo in parte. Ciò suggerisce che l’’effetto positivo della bellezza è principalmente dovuto al fatto che gli studenti discriminano a favore dei docenti più avvenenti, nel senso che a parità di caratteristiche esprimono giudizi migliori nei confronti dei docenti più belli.
I nostri risultati si aggiungono a quelli ottenuti da Michela Braga, Marco Paccagnella e Michele Pellizzari: nel loro studio hanno mostrato che i docenti che ottengono migliori valutazioni della didattica sono anche i docenti con effetti meno rilevanti sull’’apprendimento degli studenti. (2)
Questi risultati pongono perciò diversi dubbi sull’’efficacia degli strumenti attualmente utilizzati nella valutazione della didattica, soprattutto alla luce del ruolo che questa giocherà nel ridisegno del sistema universitario in applicazione della legge Gelmini.
I risultati dello studio, d’altra parte, confermano quanto riscontrato in numerosi lavori empirici: oltre che nelle relazioni personali, la bellezza è un fattore importante nel determinare il successo nel mondo del lavoro, sia in termini di remunerazione che di probabilità di trovare un’’occupazione. (3)

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(1) Si veda Ponzo, M., Scoppa, V., (2012) “The Good, The Bad, and the Ugly: Teaching Evaluations, Beauty and Abilities”, Dipartimento di Economia e Statistica, Università della Calabria (disponibile su REPEC: http://ideas.repec.org/p/clb/wpaper/201204.html).
(2) Braga, M., Paccagnella, M. e Pellizzari, M. (2011), “Evaluating Students’ Evaluations of Professors”, IZA DP No. 5620.
(3) Si veda il bel libro di Daniel Hamermesh, 2011, Beauty Pays, Princeton University Press. Oppure Nicola Persico, “La bellezza? È mezza ricchezza”, lavoce.info (05-09-2008).

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  1. Andrea Zhok

    La parzialità del campione e svariati assunti ad hoc (tipo: produttività scientifica corrispondente a capacità comunicativa) fanno di questo risultato, nonostante gli stilemi scientifici, un risultato scientificamente molto debole. Tra l’altro, ipotesi ad hoc per ipotesi ad hoc, possiamo anche supporre che i più belli siano anche più abituati a socializzare e che ciò ne faccia dei migliori comunicatori (virtù didattica non necessariamente correlata con la produttività scientifica). Il vero punto è che, mentre la valutazione della docenza da parte degli studenti avviene ovunque nel mondo, da noi una classe docente abituata spesso a trattare gli studenti con sufficienza baronale, quando non con disprezzo, è terrorizzata all’idea di poter essere valutata dagli studenti, donde la propensione a denigrarli come ovviamente sprovveduti. Al contrario, per quel che conta l’esperienza individuale di studente prima e docente poi, ho sempre notato che gli studenti sono in media dei valutatori molto meno superficiali di quanto si creda (o si voglia far credere).

  2. walter

    Completamente d’accordo con il commento precedente. Da studente universitario posso assicurare che non è affatto scontata la correlazione tra qualità dell’insegnamento e risultati scientifici. Poi anche lancialra un po’ così questa relazione, senza citare altre ricerche o fonti sembra essere un po’ approssimativo e quindi a mio avviso inficia tutte le conclusioni.

  3. Daniel

    Il fattore “bellezza” può ridurre le barriere comunicative tra docente e studenti e quindi effettivamente influenzare in maniera indiretta la qualità dell’apprendimento. O magari, si potrebbe aggiungere, l’aspetto dell’insegnante influenza il grado di attenzione degli studenti. Se si rifacesse l’esperimento con professori con diverso abbigliamento, diverso odore, livello di igiene o altri fattori non connessi alla performance accademica ma che influiscono il contesto della comunicazione interpersonale allora probabilmente otterremmo gli stessi risultati. Vorrei aggiungere alla questione dell’utilizzo dell’indicatore di produttività scientifica dei docenti che, se veramente vi fosse una correlazione tra produttività e capacità di insegnamento, ci si potrebbe risparmiare la compilazione dei questionari da parte degli studenti e basterebbe appunto guardare all’indicatore. La specificazione, infine, nell’articolo della paragonabilità di uno stesso corso insegnato da diversi docenti come prova della veridicità dei risultati è altrettanto inutile, in quanto trattandosi appunto di individui differenti, non solo l’aspetto è normale che cambi, ma anche le capacità d’insegnamento muteranno

  4. Giulio Savelli

    Se è vero che “i docenti che ottengono migliori valutazioni della didattica sono anche i docenti con effetti meno rilevanti sull’apprendimento degli studenti” e questi stessi sono anche i più belli, significa che una parte rilevante di studenti assiste alle lezioni come a uno spettacolo televisivo. Occorrerebbe uno studio complementare sulle motivazioni allo studio. Se uno studente è fortemente motivato se ne frega della bellezza (sto formulando la mia ipotesi), se è in parcheggio e tira a campare invece ne è influenzato. Quindi, quello che non va non sono le valutazioni da parte degli studenti sui professori, ma il sistema in cui si vanno a inserire. Se l’università non offre prospettive professionali, e quindi non motiva allo studio, ecco che i belli sono considerati bravi.

  5. Andrea

    Gli autori si focalizzano su un effetto a mio parere secondario. E’ chiaro che i giudizi degli studenti sono uno strumento “grezzo” e quindi i dati ottenuti sono rumorosi e valutino solo alcuni aspetti della didattica (non spetta ad uno studente apprezzare l’aggiornamento della didattica), ma dobbiamo capirci su che uso farne. Se dobbiamo confrontare 2 docenti che insegnano la stessa materia per decidere che farà quel corso l’anno prossimo lo strumento è inadatto, mentre è assai utile a evidenziare problemi seri di comunicazione, mancanza di disponibilità e puntualità del docente. Dobbiamo avere il coraggio di metterci in gioco e accettare il giudizio dei nostri studenti, che alla fine è ben più ragionato di quanto si creda. Per quanto nessuno al momento me lo chieda io rendo pubblici sul sito istituzionale i risultati delle valutazioni dei miei corsi e il giudizio sono apprezzabilmente variabili da un anno all’altro. Ad esempio in un corso con una valutazione più bassa del solito ho riscontrato risultati agli esami insoddisfacenti (preciso che ho ricevuto i risultati della valutazione dopo lo svolgimento degli esami)

  6. rino

    un docente bello potrebbe essere più motivato ad eccellere nelle lezioni per beccare di più tra le studentesse, quello meno bello non avrebbe comunque tali velleità

  7. marcello

    Ricordo che durante una lectio magistralis in occasione di una riunione annuale della STOREP Siro Lombardini che, ricordo per i più giovani, all’inizio degli anni 50 si specializzò nel dipartimento di statistica fondato da Savage nell’università di Chicago, a proposito del crescente peso e valore attribuito all’econometria nell’economia contemporanea disse: “datemi un pacchetto di dati e 24 ore e vi dimostro una tesi e il suo contrario”. Sono sempre più d’accordo con lui!

  8. Fabrizio

    Più che dubbi sull’efficacia degli strumenti di valutazione mi vengono molti dubbi sulla qualità dell’esperimento. L’indice di bellezza che è stato costruito mi pare alquanto debole. Avete chiesto a ben 29 (29!!!) studenti di valutare la bellezza dei professori, un campione altamente rappresentativo. Considerando poi che i docenti che avete valutato sono sia maschi che femmine, mi vengono molti dubbi sulla qualità delle valutazioni quando studenti valutatori e professori hanno lo stesso sesso. E poi le foto? La foto scelta può influenzare la valutazione, ci sono altri aspetti non misurabili da una foto (e neanche da una statistica) come il “fascino” che influenzano la bellezza. Robustezza della vostra misura di bellezza? Non pervenute. Percentuale di bocciati nel corso? Io sono quasi pronto a scommettere che il numero di promossi in un corso è correlato positivamente con la valutazione del docente. E si potrebbe andare ancora avanti. Mah…

  9. lorella bragantini

    Sono perfettamente d’accordo con quanto rilevato in questo articolo, infatti qualche anno fa mi trovavo in una scuola professionale dove è stato proposto agli studenti di indicare l’indice di gradimento verso i propri professori. L’insegnante che ha ottenuto i risultati migliori era una professoressa di tedesco (materia considerata ostica per quei ragazzi, infatti qualche anno dopo, considerate le difficoltà linguistiche degli studenti, ne è rimasta una sola sezione ) molto avvenente. Alta, con lunghi capelli biondi, di origine ungherese. Ah…dimenticavo…l’utenza era tutta maschile!

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