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UN PIANO PER LE CITTÀ MA CON RISORSE INCERTE

Nel decreto Sviluppo è prevista la realizzazione di un piano nazionale per le città, per riqualificare le aree urbane. Ancor prima di vederne i dettagli, si impongono due questioni. La prima è il filo diretto con i comuni e il ruolo marginale assegnato alle Regioni: una scelta che potrebbe rivelarsi poco opportuna. La seconda riguarda il finanziamento del progetto. Già di per sé piuttosto modesto, sorgono alcuni dubbi sulla sua effettiva disponibilità. Perché si tratta di risorse dirottate da altri piani di spesa. E alcune sono già state impiegate.

Il decreto legge sullo sviluppo, dopo qualche falsa partenza, è finalmente in carreggiata di marcia. Prevede anche la realizzazione di un piano nazionale per le città, per riqualificare le aree urbane, particolarmente quelle degradate; dovrebbe tradursi nella realizzazione di nuove infrastrutture, in interventi di riqualificazione urbana, nella costruzione di parcheggi, case e scuole. Una cabina di regia sovrintenderà alla sua attuazione, che necessiterà, verosimilmente, di atti amministrativi specifici.
In attesa che la fisionomia del piano si delinei con più precisione, è comunque opportuno soffermarsi su due questioni rilevanti per il suo successo.

UN FILO DIRETTO STATO-COMUNI?

Lo strumento al quale si prevede di ricorrere per attuare il piano è il “Contratto di valorizzazione urbana”, con il quale vengono definiti e disciplinati gli impegni di tutti i soggetti, pubblici e privati, che realizzano interventi in una determinata area. Il piano nazionale per le città è costituito dall’insieme dei contratti di valorizzazione promossi dai singoli comuni e selezionati dalla cabina di regia.
Il baricentro delle decisioni è perciò individuato nelle amministrazioni comunali, mentre diventa marginale il ruolo delle Regioni, che invece finora ha prevalso nelle politiche relative all’edilizia e alla riqualificazione delle città. Per esse è prevista la sola partecipazione alla cabina di regia di un rappresentante della loro conferenza. È un orientamento dovuto, forse, alla convinzione di accelerare per questa via i tempi del piano, e non costituisce una novità assoluta. Già il governo Prodi nel luglio 2006 finanziò, con 99 milioni di euro, direttamente 13 comuni metropolitani per realizzare interventi per ridurre il disagio abitativo. Prima di puntare di nuovo così decisamente sui soli comuni, converrebbe forse capire quale è lo stato di attuazione di quel programma .
Né ci sarebbe da stupirsi se la sottovalutazione del loro ruolo in un piano di tale importanza spingesse le Regioni sulla strada di un contenzioso costituzionale. E potrebbe anche valere la pena di interrogarsi sull’opportunità di rigenerare e riqualificare grandi ambiti urbani senza coinvolgere il livello istituzionale che definisce i contesti di programmazione territoriali e settoriali di ampia scala: è una scelta che farà pendere la bilancia più dal lato dei benefici o da quello dei costi?

NOZZE CON I FICHI SECCHI?

Gli interventi da realizzare con il nuovo piano devono essere, si legge nel decreto, “di pronta cantierabilità”. Condizione, questa, indispensabile per un’iniziativa che vuole contribuire a invertire il ciclo congiunturale negativo e rilanciare l’economia. Non solo l’obiettivo non è supportato da un adeguato finanziamento, ma la distribuzione temporale di quest’ultimo non è coerente con l’intenzione di un rapido avvio degli interventi. Nel complesso, lo stanziamento, modesto, è di 224 milioni di euro (che confluiscono in un apposito fondo istituito presso il ministero delle Infrastrutture e trasporti), diluito nei sei anni dal 2012 al 2017: quest’anno sono disponibili 10 milioni di euro, 24 il prossimo, 40 nel 2014 e 50 per ognuno dei successivi tre anni.
Prescindendo dal loro ammontare, sarebbe, però, opportuno accertare la loro effettiva disponibilità. La quasi totalità, 219,5 milioni di euro, proviene dalle economie dell’articolo 18 della legge 203/1991 (che finanziava la costruzione di alloggi da assegnare agli appartenenti alle forze dell’ordine) “già destinate all’attuazione del piano nazionale di edilizia abitativa” (specifica il decreto sviluppo), promosso dall’articolo 11 della legge 133/2009; questa cifra dovrebbe, quindi, essere “libera”, nel capitolo del bilancio statale sul quale sono allocate le risorse di quel piano. Non sembra, però, sia così.
Per il piano dell’edilizia sono stati stanziati 844 milioni di euro. Cifra, questa, racimolata tra economie e residui di precedenti leggi e per circa 550 milioni di euro revocando i finanziamenti assegnati alle Regioni per la realizzazione di un programma di edilizia residenziale pubblica, in qualche caso già in fase di attuazione al momento della revoca. Un’indagine della Corte dei conti evidenzia che, al 20 dicembre 2011, degli 844 milioni di euro ne erano già stati impegnati 728; i 116.228.083 euro ancora disponibili a quella data sono stati ripartiti tra le Regioni con il decreto 19712/2011 del ministero delle Infrastrutture (non furono allora censiti come impegni dalla Corte dei Conti, che registrò il decreto nel gennaio 2012).
Il piano per l’edilizia abitativa non sembra, dunque, avere risorse libere da travasare in quello per le città. Per liberarle occorrerebbe revocare finanziamenti già assegnati a programmi che sono in avanzata fase di progettazione o anche di realizzazione. Ma se ciò dovesse verificarsi sarebbe come richiamare in vita le vacche che Benito Mussolini spostava da una fattoria all’altra man mano che si procedeva alla loro inaugurazione.

 

 

(1) http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_centrale_controllo_amm_stato/2011/delibera_20_2011_g_e_relazione.pdf, pp. 41-42

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  1. marco

    Le somme finanziate sono assolutamente ridicole…Sarebbe molto più semplice, efficace ed educativo modificare il patto di stabilità dando la possibilità ai comuni virtuosi di spendere i soldi che giaciono nelle casse comunali. Si potrebbero poi bloccare le grandi opere inutili che fanno mangiare a pochi disonesti e investire quelle cifre faraoniche nella ristrutturazione degli edifici pubblici in modo da avere un risparmio energetico negli anni e una maggior sicurezza in caso di terremoto… Ciò si che aiuterebbe veramente l’industria edile a uscire dalla crisi secondo le teorie keinesyane

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