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PROFUMOLEAKS

A leggere le bozze trapelate, le proposte del ministro Profumo non sembrano in grado di affrontare le malattie croniche della scuola secondaria italiana. Per rimuovere gli ostacoli economici alla prosecuzione degli studi per gli studenti “capaci e meritevoli” servirebbero borse di studio adeguate, riservate a giovani di umili origini sociali, attribuite meritocraticamente e indipendentemente dal tipo di scuola secondaria frequentata. E bisognerebbe avventurarsi con più coraggio sul terreno delle quote riservate. Cambia ancora il reclutamento dei docenti universitari.

Assistiamo in questi giorni alla Profumoleaks: dai palazzi ministeriali sono filtrate la settimana scorsa almeno tre versioni di una bozza di uno “Schema di decreto legge recante misure urgenti per la valorizzazione della capacità e del merito nell’istruzione, nell’università, nell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e nella ricerca”. Non è nostro costume seguire e commentare le bozze dei documenti governativi, anche perché normalmente subiscono rimaneggiamenti sostanziali in corso d’opera. Tuttavia, la sostanza delle diverse versioni del documento è indicativa di una filosofia che vorremmo poter discutere. Dei 25 articoli di cui si compone, ci limiteremo a commentarne due, uno relativo alla scuola e l’altro all’università.

NON BASTA LO STUDENTE DELL’ANNO

Il primo riguarda la previsione dell’articolo 3 secondo la quale le scuole secondarie di secondo grado sono richieste di individuare dal prossimo anni lo studente dell’anno tra coloro che conseguono il diploma di maturità con una votazione di almeno 100/100, tenendo conto “(…) della media conseguita negli ultimi tre anni e dell’impegno sociale, nonché della situazione economica della famiglia”. Il conseguimento di tale titolo dà diritto a una riduzione delle tasse universitarie di almeno un terzo (solo nelle università pubbliche) e a una carta identificativa “Iomerito” cui il ministero potrebbe voler aggiungere prestazioni economiche aggiuntive.
Cosa ci si può attendere da una norma di questo tipo? Sicuramente non un recupero della dispersione scolastica né tantomeno un innalzamento della media dei risultati, due malattie croniche che affliggono la scuola secondaria italiana. Ci si può forse attendere una sferzata competitiva tra i migliori studenti di ogni scuola, probabilmente attratti dalla pubblicità connessa al conseguimento del titolo. Per altro, non si tratta di una novità nel panorama legislativo italiano: il governo precedente aveva già introdotto un premio per i migliori diplomati, a cui si affiancava l’obbligo di comunicazione al ministero dei diplomati eccellenti, con la creazione di un apposito album (vedi http://www.indire.it/eccellenze/). (1)
Se il ministro Profumo era interessato a rimuovere gli ostacoli economici alla prosecuzione della carriera degli studi per gli studenti “capaci e meritevoli” (articolo 34 della Costituzione), forse esistevano sistemi più efficaci. È infatti evidente che un assegno o uno sconto di 600 euro non rappresenta un incentivo sufficiente a indurre la scelta ben più impegnativa di iscrizione all’università. Questo sito ha ospitato in varie occasioni stime dei costi di una carriera universitaria, che superano di venti volte tale consistenza qualora si voglia tener conto anche dei costi opportunità. Allora, lo strumento più adatto era la creazione di borse di studio adeguate riservate agli studenti di umili origini sociali, attribuite meritocraticamente all’interno di quel sottogruppo di studenti e indipendentemente dal tipo di scuola secondaria frequentata. Si obbietterà che il concetto di “utili origini sociali” è troppo vago, e che gli evasori fiscali rischierebbero di ottenere le borse. È facile risposta che con l’Isee si corregge parzialmente a questa carenza, che si può tener conto dell’istruzione dei genitori come miglior indicatore dello svantaggio sociale e infine che la pubblicità del concorso dovrebbe scoraggiare dalla partecipazione tali persone. Tali borse dovrebbero essere di livello adeguato da permettere agli studenti poveri ma meritevoli di frequentare l’università in altra città e dovrebbero coprire le tasse sia per le università pubbliche sia per le università private. Solo così si aprono prospettive nuove che rimuovono realmente gli ostacoli.
Inoltre la selezione non può essere affidata alle singole scuole, pena l’assoluta disomogeneità dei criteri di selezione. La dizione che le scuole “debbano tener conto” senza indicare pesi e misure equivale a una vana petizione di principio. Se il ministro voleva andare in aiuto degli studenti più meritevoli che provengono da ambienti sociali culturalmente svantaggiati, allora avrebbe dovuto più coraggiosamente avventurarsi sul terreno delle quote riservate. Nei percorsi scolastici per nostra fortuna le ragazze non sono una componente svantaggiata. Ma lo sono in media le seconde generazioni degli immigrati, che affollano la formazione professionale. Perché non riservare la scelta dello studente dell’anno al miglior diplomato di un istituto professionale, purché nato da almeno un genitore nato all’estero? Le analisi statistiche ci dicono che costoro sono quelli che hanno una probabilità minima di proseguire all’università. Se la politica per il merito ha qualche possibilità di efficacia, è qui che occorrerebbe lavorare.

UNIVERSITÀ: CAMBIA ANCORA IL SISTEMA DI RECLUTAMENTO

Un altro aspetto della bozza che suscita perplessità riguarda l’università ed è la previsione contenuta nell’articolo17, in cui si prende atto della incapacità (ministeriale) di attivare le procedure per il conferimento delle abilitazioni nazionali (nonostante i ripetuti annunci di attivazione entro il 31 maggio 2012) e il ritorno ai concorsi locali, seppur con correttivi (di efficacia incerta, come ha giustamente commentato Andrea Ichino sul Corriere della Sera del 5/6/2012).
Quello che sinceramente stupisce di questa mossa è la non considerazione dei possibili effetti dannosi sul morale che la scelta normativa può produrre. Anche a rischio di tediare il lettore, vale forse la pena di ricordare i cambiamenti intervenuti nella modalità di reclutamento del personale universitario degli ultimi quindici anni. Gli anni Novanta vedevano l’espletamento di concorsi nazionali per un numero di posti prefissati centralmente a opera di commissioni scelte con un meccanismo misto di selezione e votazione da parte dell’intero corpo accademico appartenente agli stessi settori scientifico-disciplinari. Si è successivamente passati (legge 210/98) a concorsi gestiti localmente da commissioni elette, che attribuivano un numero variabile di idoneità (inizialmente tre, poi ridotte gradualmente a due e a una), all’interno delle quali le università avevano facoltà di scelta. La formazione delle commissioni è poi stata modificata nel 2009 ((Dm 27/3/09) da elettiva in sorteggiata. Nel frattempo era stata emanata la norma relativa alla introduzione del sistema delle abilitazioni nazionali (Dl 6/4/2006, n.164 “Riordino della disciplina del reclutamento dei professori universitari, a norma dell’articolo 1, comma 5 della legge 4 novembre 2005, n. 230” pubblicato in Gu n. 101 del 3/5/2006) che attende ancora attuazione.
È evidente da questa veloce carrellata che il legislatore italiano ha idee contraddittorie (o forse semplicemente confuse) su quale debba essere il sistema preferito di reclutamento del personale universitario. Vale però la pena di ricordare che ogni sistema di reclutamento lancia messaggi agli aspiranti professori, in riferimento al grado di meritocraticità della selezione che ci si può attendere, e induce quindi comportamenti che hanno conseguenze nel tempo sulla pianificazione delle carriere. Che un sistema universitario in generale recluti attraverso meccanismi di cooptazione è innegabile e forse anche ineludibile (sicuramente non è specificità del solo sistema italiano). Il problema diventa allora quello di definire qual è la comunità scientifica di riferimento, se quella della famiglia, del dipartimento locale, quella dell’ateneo di riferimento, quella della comunità accademica nazionale o quello della comunità internazionale. (2) Il voler contemperare queste esigenze (per esempio con una commissione composta da 2 membri interni, 2 membri esterni sorteggiati nella comunità nazionale e 1 membro sorteggiato dalla comunità internazionale) senza effettuare una scelta di responsabilità finale produce solo pasticci, e può condurre alla paralisi prima ancora di cominciare. Il fatto che poi a posteriori l’Anvur debba esercitare un controllo di merito, con eventuale sanzione di riduzione delle quote di Fondo di finanziamento ordinario (in un paese che ha visto recentemente il governo in carica erogare l’Ffo a ridosso della fine dell’anno di vigenza) appare quasi come una foglia di fico a copertura della mancanza di un disegno strategico.
Se si crede che i dipartimenti possano esser valutati, premiati o puniti, allora li si lasci liberi di scegliere il personale che preferiscono con i criteri che ritengono più opportuni. Se non si crede che i dipartimenti vengano realmente puniti dai loro atenei per la bassa qualità della ricerca che svolgono, allora si tenga fisso il principio del concorso nazionale, limitando dal centro il numero delle idoneità erogabili. Quello che viene proposto nella bozza di documento non scioglie il dilemma, producendo soltanto incertezza sugli assetti futuri, che alimenta ulteriormente gli incentivi per i cervelli più promettenti ad andarsene all’estero.

(1) Decreto legge 29/12/2007, n. 262 “Disposizioni per incentivare l’eccellenza degli studenti nei percorsi di istruzione” pubblicato sulla GU n. 19 del 23-1-2008.
(2) Si veda per esempio al riguardo “Academic Dynasties: Decentralization and Familism in the Italian Academia” di Ruben Durante, Giovanna Labartino, Roberto Perotti, NBER Working Paper No. 17572/2011

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11 commenti

  1. RP

    Alcune note: (a). “che un sistema universitario in generale recluti attraverso meccanismi di cooptazione è innegabile e forse anche ineludibile (sicuramente non è specificità del solo sistema italiano)”; strano sono professore in un’università straniera e qui nessuno è stato reclutato per cooptazione. Quando ho fatto il mio colloquio di assunzione era la prima volta che incontravo ciascuno dei 5 commissari: per la serie volere è potere. (b) Basta leggere la rassegna stampa del Miur da venerdi’ in poi per rendersi conto che la bozza di cui si dicute nell’intervento è stata sconfessata dal ministro già lunedi’.

  2. fausto

    Una proposta per indirizzare gli studenti verso i corsi di laurea più impegnativi e necessari al Paese: detassare le iscrizioni ai corsi di laurea più richiesti dalle imprese per i più meritevoli; gli altri, quelli che si iscrivono in massa a corsi di laurea che creano solo disoccupati e meno meritevoli paghino!

  3. matteo strano

    Caro Checchi, prima di leggere il suo articolo, stavo pensando esattamente le stesse cose. Non avrei saputo scrivere meglio le mie idee! Schizofrenico è l’aggettivo che aggiungerei forse per descrivere questo atteggiamento di ciascun nuovo ministro. Pare proprio che nessuno sappia resistere alla tentazione di contro-riformare riforme ancora non attuate. Alle carriere molti ricercatori hanno già rinunciato da tempo. Questa pianificazione continuamente sospesa, questo incessante rinviare da un limbo normativo al successivo, questa concezione surrealista del tempo, per cui il PRIN appena bandito porta la data del 2010, questa continua invocazione del merito da parte di un ministero che non riesce a rispettare le scadenze che si è dato da solo deprimono. Deprimono terribilmente i ricercatori attuali e potenziali. I cervelli all’estero temo che non leggano neanche più le cronache italiane, e quindi almeno su un punto mi sento di contraddirla. Non saranno certo questi profumoleaks a scoraggiare i cervelli esportati. Cordialmente, M.S.

  4. alessio fionda

    Caro Checchi, sarebbe poi davvero necessario già a partire dall’anno accademico 2011-2012 inserire un consenso informato all’accesso delle università, all’interno del foglio di consenso sono riportati tutti dati di cui le università già dispongono: numero di studenti, numeri di fuori corso, età media di laurea, numero di stage e tirocini. Almeno renderebbe più consapevoli gli studenti che scelgono quasi sempre l’università in fretta e sotto l’ombrellone. Occorre poi una seria politica di lotta ai fuori corso universitari, inserire i crediti obbligatori per lo stage per tutti i corsi di laurea, non c’è studente che non possa fare un stage. Sono tutte cose a costo zero.

  5. Pino Mirabella

    In merito al sistema di premi previsto dalla bozza ministeriale per le scuole medie superiori, rilevo in primo luogo che il problema del nostro sistema formativo non è la mancanza di punte di eccellenza ma la grande dispersione scolastica e il purtroppo basso livello medio di capacità acquisite. A proposito delle proposte governative, non credo neppure si possa parlare di “meritocrazia”. I rituali di premiazione dei “primi della classe”ivi configurati, oltre a essere non più di trovate propagandistiche destinate a lasciare il tempo che trovano, sembrano una combinazione tra la vecchia retorica tipo “Cuore” di De Amicis e gli attuali giochini a quiz delle televisioni. Osservo, in fine, che è triste notare la distanza infinita tra un Ministro, per giunta “tecnico” e Rettore universitario, e la realtà della scuola italiana

  6. Andrea Zhok

    Ciò che dice Daniele Checchi sull’università è sostanzialmente vero, ma con una precisazione: il sistema della cooptazione responsabile, che è universale nei modelli anglosassoni, richiede appunto valutazioni affidabili ex post delle scelte compiute dai dipartimenti, che vengono premiati o puniti di conseguenza in termini di finanziamento (pubblico, in alcune realtà anche privato). Ma l’autore si chiede come sia possibile che, se si ha fiducia in tali valutazioni, non si lasci spazio libero alla cooptazione. Il problema però è costituzionale: in Italia non è costituzionalmente possibile accedere a posti pubblici se non attraverso una procedura concorsuale, dunque, indipendentemente alla fiducia o meno nella valutazione ex post il concorso è ineludibile. – Nota ad uno dei commenti: cooptazione non è una parolaccia; di per sé indica semplicemente la scelta collettiva di un gruppo. La scelta dei dipartimenti UK si fa per cooptazione, resa responsabile dalla procedura di valutazione ex post del RAE (adesso si chiama diversamente, però).

  7. Paolo

    A mio avviso, se si vogliono valorizzare le eccellenze, é necessario incentivare gli studenti meritevoli indipendentemente dal reddito dei genitori con opportuni incentivi anche non soltanto strettamente monetari. Se poi lo studente fosse svantaggiato, sarà opportuno supportarlo per il proseguio degli studi, anche se non totalemte eccellente. Mescolare le cose é molto Italiano, ma molto poco motivante per i giovani.

  8. paolo

    L’incertezza normativa (compresa la smentita del lunedi’ delle proposte della domenica “a sua insaputa”) direi che costituisce la regola, non l’eccezione. L’elenco sconfortante delle modifiche normative nel corso del tempo dice una cosa precisa: l’Accademia è inemendabile, grazie ad Accademici che dimostrano ogni volta che non c’è architettura normativa che possa o garantire contro la cattiva volontà degli uomini. Qualcuno crede davvero che l’una o l’altra forma concorsuale possa garantire alcunché contro il malcostume? Siamo seri. Per sicurezza, l’unica cosa su cui si sono trovati d’accordo tutti è di riservare al Corpo Illuminato anche i concorsi da ricercatore, per evitare sorprese o rompiscatole…

  9. Silvia Gualdi

    Concordo con Paolo: “é necessario incentivare gli studenti meritevoli indipendentemente dal reddito dei genitori ..” E anche sul fatto che “Mescolare le cose é molto Italiano” e porta alla paralisi. Se ogni scuola individua lo studente migliore, anche l’istituto professionale lo farà, così come il tecnico. Per la mia esperienza, gli studenti più avvantaggiati economicamente non coincidono con i più capaci e studiosi, anzi. Mi sembra necessario introdurre meccanismi che ribadiscano che studiare e impegnarsi è importante e viene riconosciuto, idea che negli ultimi anni non ha avuto molta fortuna.

  10. Francesco Rocchi

    Speravo che Profumo fosse in grado di introdurre dei margini di logica in un sistema che ne è privo: l’idea di incentivare con sgravi le imprese che assumono i laureati migliori riposa sul presupposto che solo un intervento legislativo possa permettere l’assunzione di gente con buoni voti, come se le aziende fossero disinteressate a lavorare con gente capace. Se questo è vero, il problema sono le aziende; se non lo è, vuol dire che i buoni voti dell’università sono mal concessi. In entrambi i casi, gli sgravi non servono a niente, se non a migliorare qualche tabella di dati farlocchi. Per il resto, anche Profumo pensa evidentemente di poter gestire tutto dal centro: forse non passerà mai l’idea che il Ministero debba semplicemente accompagnare istituzioni autonome e responsabili nell’espletamento dei loro compiti, rispettandone l’autonomia, favorendone le buone pratiche e censurandone gli errori. No, rimane l’idea che ogni singola scuola in realtà è un ramo di un immenso organismo che si vorrebbe si muovesse all’unisono in cui le generiche disposizioni del centro devono coprire ogni evenienza si verifichi alla periferia. I risultati si vedono, direi.

  11. sergio

    Penso che l’struzione sia talmente strategica che occorre fare in modoche tutti gli strumenti tecnologici ( palmari, ipad etc … ) vengano da subito implementati in tutte le scuole. Ad oggi internet , la tv digitalestallitare hanno creato un sistema di comunicazione con il quale la vecchia metodologia scolastica è superata. Non si può pensare solo ad un gruppetto di eccellenti lasciando sulla strada molti ragazzi senza un futuro.

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