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MOBILITÀ SOCIALE: IN ITALIA È FERMA

Il Rapporto Istat 2012 evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Serve più meritocrazia nella selezione per le varie posizioni occupazionali. Ma anche politiche pubbliche per emancipare i giovani dalla troppo lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine.

Tra i numerosi argomenti trattati nel Rapporto annuale 2012 dell’Istat, il tema della mobilità sociale intergenerazionale assume un rilievo particolare. Quest’anno, infatti, l’Istat disegna un panorama poco noto al grande pubblico. Si tratta di un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani, accompagnato da una persistente mancanza di equità dei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni sociali.

UN SECOLO DI MOBILITÀ ASCENDENTE

Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati e di valore crescente nel volgere delle coorti anagrafiche. Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica. Ma quando, dalla metà degli anni Novanta, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata. Si sono, così, considerevolmente ridotte le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine. In effetti, era già stato osservato che, a partire dai nati negli anni Settanta, gli italiani avevano conosciuto una riduzione dei tassi di mobilità sociale ascendente e un incremento dei tassi di mobilità discendente. (1)
Ora l’Istat conferma autorevolmente questo stato di cose. In particolare, il Rapporto pone in luce che quasi un terzo dei nati nel periodo 1970-1984 si sono trovati, al loro primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del loro padre e che meno di un sesto di essi è riuscito a migliorare la propria posizione rispetto a quella di origine. Nelle coorti anagrafiche più anziane, invece, la situazione era pressoché invertita. I tassi di mobilità sociale ascendente presentavano, cioè, valori doppi rispetto a quelli di mobilità discendente.
L’Italia si trova, dunque, di fronte a una radicale discontinuità storica. Le persone che oggi hanno un’età compresa tra i 40 e i 25 anni rappresentano la prima delle generazioni nate nel corso del Novecento a rivelarsi impossibilitata a migliorare la propria posizione sociale rispetto a quella dei propri genitori. Il Rapporto ribadisce, poi, che le difficoltà incontrate dai giovani italiani nel raggiungere le classi medie e superiori riguarda anche i figli di queste stesse classi e non solo i discendenti dalle quelle inferiori. Insomma: i posti oggi disponibili nelle posizioni intermedie e sommitali della stratificazione occupazionale sono tutti occupati da adulti e anziani, cosicché molti giovani sono costretti ad accontentarsi, quando riescono a trovare un lavoro, di essere collocati in posizioni economicamente e socialmente poco appetibili.

L’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA

Questo fenomeno si accompagna a due altri, messi opportunamente in rilievo dal Rapporto, che ne accentuano la negatività. Il primo è costituito dalla notevole stabilità, almeno nel corso dell’ultimo decennio, dell’influenza (misurata al netto degli effetti dovuti alla riduzione dimensionale, tra i giovani, delle classi medie e superiori) delle provenienze familiari sui destini sociali delle persone. (2) In altre parole, la consistenza dei vantaggi e degli svantaggi esistenti tra individui di diversa origine sociale, quando competono per raggiungere le collocazioni occupazionali più vantaggiose, non si è affatto ridotta tra i giovani d’oggi. Ne deriva che se, al presente, gli eredi delle classi medie e superiori riescono con minore frequenza di un tempo a ricalcare le orme dei padri, assai maggiore fatica, rispetto al passato, devono fare i discendenti dagli strati inferiori dei colletti bianchi e delle classi operaie per emanciparsi dalle loro origini.
Il secondo fattore che aggrava gli effetti delle ridotte possibilità di mobilità sociale ascendente dei giovani è costituito, un po’ paradossalmente, dalla crescita dei loro livelli di istruzione. Poiché, infatti, sono collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle nelle quali, a parità di istruzione, erano collocati i loro genitori, parecchi di essi vedono disperdersi improduttivamente il loro capitale umano. È anche per questa ragione – oltre che per l’instabilità delle relazioni di impiego e i bassi salari – che da qualche anno a questa parte sta crescendo la quota dei giovani italiani istruiti che cercano impiego all’estero. (3)
Pare evidente che per porre un argine al rischio di scomparsa dalla scena del nostro paese di ogni veicolo di ascesa sociale è necessario porre in essere procedure più meritocratiche di selezione degli aspiranti alle varie posizioni occupazionali e un’organica serie di politiche pubbliche (economiche, lavoristiche, educative, edilizie, di welfare) intese ad accrescere le loro possibilità di emanciparsi da un’eccessivamente lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine. Se questo non accadesse, si immiserirebbero ulteriormente le aspettative dei giovani rispetto al loro futuro e, con esse, si rafforzerebbero le tensioni che, per effetto della critica congiuntura economica corrente, già percorrono il tessuto sociale del paese.

(1) Marzadro e Schizzerotto, 2011.
(2) Tra gli inizi del XX secolo e quelli del XXI il grado di apertura sociale del nostro paese è aumentato in misura non del tutto trascurabile (Schizzerotto e Marzadro 2008). Ma questo dato non contrasta con quello dell’Istat. Dieci anni sono poca cosa sull’arco di un secolo. E spesso, l’apertura, o la chiusura, dei sistemi di stratificazione sociale non si configura come un processo graduale. Né la maggiore fluidità attuale di quello italiano, implica che l’intensità dei legami intercorrenti tra origini e destinazioni sociali delle persone siano di poco conto. Tutt’altro.
(3) Mocetti (2011).

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15 commenti

  1. AM

    Basta un giro d’orizzonte nell’ambito della parentela e delle conoscenze per costatare che, per quanto mi concerne, nella pressochè totalità dei casi il livello raggiunto dai figli è inferiore a quello dei padri a pari età. Ciò nonostante l’appoggio negli studi e nella carriera ad opera dei genitori di cui hanno beneficiato i figli. La medesima analisi empirica riguardante coloro che si sono immessi nel mondo del lavoro negli anni ’50, ’60 e ’70 offre risultati diametralmente opposti.

  2. GB

    Il peggioramento delle opportunita’ e assenza di meritocrazia sono evidenti a tutti, ma vengono accettate con rassegnazione dalla maggioranza dei giovani e dei loro genitori. Si resta nella famiglia di origine, spesso tirando la cinghia, in attesa dell’occasione che permetta di “sistemarsi”, magari con l’aiuto del parente/conoscente/politico che ti puo’ dare una mano. Non e’ un caso se nessuna delle forze politiche italiane abbia un concreto programma di riforme: gli elettori non vogliono il cambiamento, e i politici lo hanno capito benissimo. Da fuori, stupisce che il paese sia ancora cosi’ tranquillo – altro che “tensioni sociali che si accumulano”.

  3. SAVINO

    Le statistiche proposte confermano la mia convinzione per cui, sul piano storico, politico e culturale, il ’68 ed i suoi “contenuti” abbiano rappresentato uno spartiacque. Chi ha avuto la fortuna di vivere al di sopra delle proprie possibilità col portafoglio pieno derivante dal boom degli anni ’60 ha cominciato, dimenticando le origini dei propri genitori ed il fatto che non era implicito per loro avere posizioni di rilevanza e benessere, a fare rivendicazioni di tipo postmaterialista che hanno portato ad una degenerazione della società che si trascina fino ai nostri giorni. Di conseguenza, chi è nato dopo ha potuto solo peggiorare la propria condizione sociale.

  4. luca

    Che manchi meritocrazia è lampante e gravissimo, anche perchè col tempo se le persone meritevoli non ottengono risultati… smettono di cercarli. Sul maggiore livello di studi invece ho qualche dubbio: ai tempi dei padri in pochi avevano un diploma e quindi esso era sufficiente per “distinguersi” oggi , quantunque la laurea sia considerata superiore, è più diffusa e quindi non è sufficiente per qualificarsi. Senza considerare i tanti corsi di laurea con specializzazioni quantomeno poco utili e la necessità invece di un maggior numero di artigiani qualificati.

  5. bob

    il ’68 è sola una delle due date nefaste per questo Paese (l’altra è il ’70 avvento delle Regioni). Ambedue hanno contribuito in egual maniera ha creare una nuova classe di persone che io ho sempre definito “figli del 6 politico”. Una vera è propria cultura partita nel ’69 e ancora sotto i ns. occhi (Bossi docet). Molti anni fa parlando con un mio amico dissi che la grande crisi dell’Italia ci sarebbe stata quando, aperto il, mondo, avremmo dovuto confrontarci con linguaggi e comportamenti sconosciuti agli altri ma usuali a noi. In una fiera a Londra ad una ragazza di 22 anni che lavorava in Borsa, le chiesi spontaneamente “conoscevi qualcuno?” mi rispose serenamente ” no! Ho solo presentato un curriculum, dopo 15 giorni mi hanno chiamata al colloquio”. Il tessuto sociale di un Paese prima che con le leggi si crea con l’educazione. Se un consigliere siciliano eletto con 35 voti guadagna 13000 euro perchè mai dovrebbe presentare un curriculum?

  6. SAVINO

    Le statistiche proposte confermano la mia convinzione per cui, sul piano storico, politico e culturale, il ’68 ed i suoi “contenuti” abbiano rappresentato uno spartiacque. Chi ha avuto la fortuna di vivere al di sopra delle proprie possibilità col portafoglio pieno derivante dal boom degli anni ’60 ha cominciato, dimenticando le origini dei propri genitori ed il fatto che non era implicito per loro avere posizioni di rilevanza e benessere, a fare rivendicazioni di tipo postmaterialista che hanno portato ad una degenerazione della società che si trascina fino ai nostri giorni. Di conseguenza, chi è nato dopo ha potuto solo peggiorare la propria condizione sociale.

  7. Johann Gossner

    Gran parte della scuola italiana è solo teoria e niente pratica….puro indottrinamento filosofico, tranne rare eccezioni. Il corpo docente è ancorato a programmi di insegnamento ministeriali e fortemente demotivato. Non vi è alcun collegamento tra scuola e impresa e tra impresa e conoscenza scientifica, sempre tranne alcune realtà. Una parte dei corsi universitari potrebbero essere aboliti data la loro inutilità a dare uno sbocco professionalizzante. L’abolizione del valore legale del titolo di studio sarebbe opportuna, favorirebbe la fioritura di istituzioni formative realmente efficaci in grado di attrarre i migliori formatori e sopravivverebbero solo quelle isituzioni che realmente preparano lo studente a una vita professionale redditizia e gratificante. Le aziende finanzierebbero volentieri in vista di future leve di qualità.

  8. giuseppe campagnoli

    Ho già avuto modo di esprimere quello che penso e che molti come me pensano sulla ricchezza e la povertà ma pare che le cose non stiano nemmeno per avviarsi cambiare. La ricchezza e la povertà sono diventati in tempi di crisi argomenti clou dei reality pomeridiani televisivi. I soliti conduttori e giornalistici tribuni, senza pensare ai propri immeritati e, nella migliore delle ipotesi, non calibrati compensi sproloquiano sull’impoverimento,sulla crisi,sulle depressioni,sulle tasse e sui tartassati.Spesso dissertano sul venire meno di quell”ascensore sociale” che una volta avrebbe permesso l’emancipazione economica dei cittadini passando da una classe “bassa” ad una “alta” quasi che la divisione in classi della società fosse naturale ed ineluttabile e non frutto di sperequazione “attiva”. La questione a mio avviso non sta nel prendere o meno l'”ascensore sociale”. Occorre avere in coraggio ( e per questo consiglio di leggersi a fondo “la società degli eguali” di Rosanvallon) di ammettere che i patrimoni accumulati, le rendite,la finanza,la borsa e i compensi esagerati per lavori “prestigiosi” ma socialmente discutibili sono un ostacolo al merito ed all’equità sociale.

  9. Maria Cristina Migliore

    Schizzerotto scrive a proposito degli elevati tassi di mobilità sociale ascendente nel XX secolo “Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica.” Perchè allora nelle conclusioni non ha considerato il tipo di sistema economico che oggi abbiamo con crescita bassissima? Se il nostro mondo economico avesse saputo/potuto scegliere strategie produttive e di mercato maggiormente competitive, ad elevato valore aggiunto, i giovani e gli adulti giovani si troverebbero nell’attuale situazione?

  10. l.scalzo

    Il paese è costruito per mantenere lo status quo. Le ultime vere riforme si sono viste neglia anni 50. Se però i giovani si orientassero verso nuove figure professionali ( per intenderci non inclusi nel medioevale sitema ordinistico) potrebbero trovare spazi non occupati da altri. E invece, come negli utlimi 700 anni, le professioni più ambite dalle nostre giovani leve sono il medico e l’avvocato. Lasciamo marcire nei tribunali i figli/nipoti/pronipoti degli avvocati e, se ne siamo capaci, dedichiamoci alla robotica, alle nanotecnologie, alle biotcenologie, alla bioarchitettura,alla meccatronica ecc..ecc.. .

  11. Bardamu

    Di quanti gradini è composta una scala sociale? avrebbe a che fare con il reddito? se guadagno più di mio padre sono più avanti nella scala sociale? anche se mungo le vacche?Oppure è definita dal prestigio?magari con le “vecchie”definizioni? borghese piccolo borghese proletario capitalista ceto medio medio alto medio basso avvocato medico notaio farmacista imprenditore colletto bianco colletto blu?

  12. lucio sepede

    Concordo con Schizzerotto che la mobilità sociale è ferma perché non c’è sviluppo e perché le posizioni apicali e quelle migliori sono occupate da “anziani” ma andrebbe sottolineata con maggiore enfasi la mancanza diffusa della meritocrazia, a partire dalla magistratura, che favorisce l’anzianità e i figli delle classi agiate. Non ritengo ci sia alcuna correlazione con il 68 in cui era molto forte la voglia di cambiare il sistema e di costruire qualcosa di molto importante; che poi tante cose non sono andate per il verso giusto è dipeso da una parte dall’incapacità dei sessantottini e dall’altra dalla grande resistenza opposta da coloro che difendevano i privilegi minacciati. Forse manca nei giovani di oggi proprio la capacità di porsi obiettivi sociali chiari e l’entusiasmo e la determinazione nel lottare per perseguirli.

  13. GIAN CLAUDIO CREMONESI DA RE

    La classe imprenditoriale parla di meritocrazia ma poi i figli degli azionisti di maggioranza si ritrovano nei vari consigli di amministrazione di altre aziende (do ut des). Certo, le aziende sono tutte private e quindi decidono giustamente da sè il proprio destino, ma almeno siano meno ipocriti da questo punto vista. La classe politica non parla quasi mai di meritocrazia ed infatti non la applica; la classe imprenditoriale forse la applica ma solo quando non coinvolge qualcuno della propria famiglia.

  14. anna

    Tra le risposte al testo di Schizzerotto trovo molto interessante l’intervento di I. scalzo ovvero l’osservazione sui nuovi mestieri, ma ci sono le capacità in questo paese per occuparsi di biotecnologie, bioarchitettura, meccatronica ecc.? Oppure mancano tali capacità?

  15. Piero

    Quando un paese è fortemente indebitato, chi viene danneggiato è chi deve nascere, perché dovrà pagare il debito che gli è stato lasciato in eredità; l’alternativa a questa soluzione e’ fare pagare il debito alla stessa persona che si è arricchita, ossia al creditore, l’unico modo o è la tassazione del patrimonio immobiliare e mobiliare, cosa non possibile in una società in un contesto come quello attuale globalizzato, oppure in alternativa, l’inflazione, viene spostata la ricchezza dalla rendita ai lavoratori, quindi alle nuove leve. Al contrario Monti ci sta propinando misure rigorose che deprimono l’economia, mantengono gli attuali posti di lavoro con sussidi statali che alla fine ricadono su tutti e quindi anche alle nuove leve, naturalmente a livello di comunicazione fa tutto questo per creare una societaàmigliore per i giovani, che sicuramente stanno scappando via dall’Italia cercando paesi dove vi è la possibilità di lavorare e crescere con il principio della meritocrazia. Con tali politiche l’Italia sarà piena di immigrati che trovano in Italia i lavori piu’ umili alle dipendenze delle imprese multinazionali che si insedieranno nel nostro paese.

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