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UNA CONTRORIFORMA PER IL PUBBLICO IMPIEGO

È una vera e propria controriforma del lavoro pubblico l’intesa tra ministero della Funzione pubblica e organizzazioni sindacali. Il nuovo accordo da una parte mira a cancellare definitivamente il sistema di valutazione per fasce. Dall’altra, vuole introdurre deroghe per evitare che si applichino anche ai lavoratori pubblici le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori previste dalla riforma Fornero. Si rischia così di creare un dualismo insanabile tra lavoro pubblico e privato, rafforzando le tutele del primo, mentre si cerca di flessibilizzare il secondo.

È una vera e propria controriforma del lavoro pubblico quella messa a punto in questi giorni dal ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi e le organizzazioni sindacali. Con un duplice obiettivo: rivedere ampiamente quelle parti della riforma Brunetta che ai sindacati non sono mai andate a genio e, in secondo luogo, fortificare le garanzie da licenziamento, non solo per ragioni economiche, ma perfino per motivi disciplinari.

INDETRO TUTTA

Rispetto alla riforma Brunetta, l’intesa voluta da Filippo Patroni Griffi evidenzia l’intento di riattribuire alle organizzazioni sindacali poteri di co-gestione simili a quelli di cui godevano negli anni Ottanta, con buona pace dell’intento del precedente titolare di Palazzo Vidoni di rafforzare il ruolo e la responsabilità dei dirigenti quali datori di lavoro dotati degli stessi poteri del privato, tanto da poter giungere all’adozione di atti unilaterali sostitutivi dei contratti aziendali, per superare ostruzionismi sindacali.
Tutto all’opposto, l’intesa Funzione pubblica-sindacati sottrae gran parte di questi poteri alla dirigenza, riproponendo potenzialmente l’abbraccio tra politica e organizzazioni sindacali nella ricerca della “pax” sindacale, che consenta il quieto vivere.
Insomma, l’intesa consentirà ai sindacati di ottenere lo smantellamento della riforma Brunetta per via legislativa, dopo che i tentativi di giungere a questo risultato mediante i giudici del lavoro non sono andati a buon fine.
Tra i più evidenti effetti di ritorno al passato, il nuovo accordo mira a cancellare definitivamente il sistema di valutazione per “fasce”, la norma forse più invisa alle organizzazioni sindacali, dopo quelle che hanno ridotto i poteri di contrattazione e consultazione.
In realtà, l’intesa non fa che certificare un evento già verificatosi con l’altro accordo del 4 febbraio 2011, che aveva congelato gli effetti delle fasce di valutazione fino all’arrivo della nuova stagione della contrattazione nazionale, a sua volta ferma almeno fino al 2014. L’intesa del 4 febbraio 2011 è poi sfociata nel “correttivo” alla Brunetta, il decreto legislativo 141/2011.
Il passo successivo congegnato da Patroni Griffi è la rinuncia definitiva alle valutazioni individuali e alla necessità di ricondurle in tre fasce, per puntare maggiormente sulla valutazione dei risultati conseguiti dalle strutture organizzative e dalla dirigenza. È uno dei pochi punti migliorativi della disciplina del lavoro pubblico previsti dall’intesa Funzione Pubblica-sindacati, perché la riforma Brunetta aveva eccessivamente calcato la mano sulle valutazioni individuali, complicando i sistemi premianti e scatenando meccanismi di competizione non positivi per l’organizzazione.

LA DISCIPLINA DEI LICENZIAMENTI

L’intesa, sul piano dell’“armonizzazione” del lavoro pubblico a quello privato, prefigura l’intento di “riordinare la disciplina dei licenziamenti per motivi disciplinari fermo restando le competenze attribuite alla contrattazione collettiva nazionale” e di “rafforzare i doveri disciplinari dei dipendenti prevedendo al contempo garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo”.
È probabilmente il punto più controverso dell’intero assetto concordato tra Palazzo Vidoni ed i sindacati. Traspare molto chiaramente, infatti, la volontà di riscrivere le norme del decreto legislativo 165/2001, il Testo unico sul lavoro pubblico, in modo da introdurre deroghe espresse all’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in assenza delle quali le modifiche del disegno di legge Fornero si estenderebbero automaticamente al lavoro pubblico.
Patroni Griffi e i sindacati si stanno assumendo la responsabilità di scavare un solco profondissimo e di creare un dualismo insanabile tra lavoro pubblico e privato, rafforzando le tutele del primo, mentre si cerca di flessibilizzare il secondo.
Difficile, in assenza dell’articolato di legge che il ministro elaborerà nei prossimi giorni, valutare quanto simile idea possa considerarsi costituzionalmente legittima e non in violazione del principio di eguaglianza.
Certo è che l’intesa Funzione pubblica-sindacati rischia di esacerbare oltre misura gli animi dei lavoratori e degli imprenditori, colpiti durissimamente dalla crisi e costretti a fare i conti con riforme fiscali, previdenziali e del lavoro pesantissime, i quali assisterebbero attoniti alla costruzione di un regime di inamovibilità dei dipendenti pubblici, inaccettabile in confronto alle esigenze di flessibilità che stanno affrontando. Con l’ulteriore rischio di rendere inviso e odioso agli occhi dei lavoratori tutto ciò che è “pubblico”, dalle istituzioni ai lavoratori pubblici stessi, gettando ulteriore benzina sul fuoco già troppo alto del disagio sociale.
Occorrerà vedere se e in che misura gli accordi dell’intesa si tradurranno effettivamente in norme di legge, ma oggettivamente i contenuti di quanto hanno concordato Palazzo Vidoni e sindacati paiono porsi al di fuori e al di là dei tempi di ricerca di risanamento, spending review e rilancio dell’efficienza.

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24 commenti

  1. Luigi Calabrone

    Dal dopoguerra ad oggi, la costituzione materiale dell’Italia ha sempre avuto un carattere corporativo (messo in evidenza anche dagli studiosi, come Cofrancesco). L’interesse delle corporazioni e dei loro membri prevale sempre su quello dei cittadini. La corporazione più grande e potente è sempre stata la “burocrazia” (detta anche “pubblico impiego”). Il fatto che le corporazioni non siano ufficialmente nominate nella Costituzione le mette in condizioni di grande vantaggio, poiché sono organizzazioni di fatto, completamente ex lege. Lo Stato debole dal 1948 fino alla caduta del muro di Berlino (circa 50 governi di pochi mesi), in pratica ha sempre ceduto la propria sovranità ai dipendenti. Così accade anche ora, per opera di un alto burocrate divenuto ministro, per sfortuna dei cittadini non burocrati. Rimpiangeremo Brunetta, non per niente odiato dagli statali? Le caratteristiche della burocrazia italiana sono la prima causa del declino del paese, tra l’altro, evitato come la peste dagli investitori stranieri.

  2. Luca Marzoli

    Non capisco come le “garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo” e sottolineo “illegittimo” possano creare tutto quell’abisso fra lavoratore pubblico e privato. Dopotutto questa differenza mi pare abbastanza radicata. Non ho fatto studi economici ma una semplice regola che mi insegnava mio padre era che il lavoro pubblico (miglior lavoro esistente al mondo in quanto si lavora per la comunità tutta….) ha una maggior tutela perchè penalizzato sotto altri aspetti (ad esempio stipendi più bassi rispetto all’analogo settore privato). Mi spegate dove sbaglio?

  3. giulaspa

    E tutte le altre corporazioni formate da esimi collaboratori: docenti universitari,deputati,consiliori di vari ministri e ministeri? Non sono corporazioni? Penso che i pubblici dipendenti abbiano subito notevoli discriminazioni:una per tutte l’obbligo di non ammalarsi!

  4. Dario Quintavalle (Twitter @darioq)

    Non credo che nessuna azione tesa a ‘vendere’ l’idea che i lavoratori pubblici siano privilegiati può essere definita una riforma a “favore” degli stessi. Né si può parlare di “contro”riforma, dal momento che la Brunetta non è stata una vera riforma ma solo fumo negli occhi. Partiamo da alcuni fatti:
    1) la crisi non l’hanno creata i dipendenti pubblici, ma la finanza;
    2) gli sprechi appartengono assai più al mondo della politica che alla PA;
    3) le imprese vantano crediti importanti, ma hanno fatto alla PA prezzi del tutto assurdi;
    4) in mancanza di nuove assunzioni il pubblico impiego si avvia all’estinzione. Cominciare a pensare seriamente alla PA, come si fa in Francia, questa sì che sarebbe una riforma. Gli impiegati pubblici sono stufi di fare da capro espiatorio di tutto ciò che non va nel paese!

    • La redazione

      Le osservazioni proposte sono in gran parte corrette. Ma, oggettivamente, l’intesa tra Palazzo Vidoni e sindacati non incide minimamente né sulla crisi, né sugli sprechi, né sui crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione, né sui blocchi e vincoli alle assunzioni. E del resto, nemmeno il pacchetto-Brunetta riguarda queste materie.Ovviamente il legislatore è libero nei fini. Può, dunque, scegliere di definire il trattamento giuridico dei dipendenti pubblici in modo differente da quello dei lavoratori privati e, per altro, argomentazioni per sostenere tale idea certamente non mancano. Il legislatore stesso dovrà assumersi, comunque, la responsabilità di spiegare perché mai il regime differenziato possa far  giungere a prevedere per i lavoratori pubblici tutele da licenziamenti dovuti a giustificati motivi oggettivi (ragioni finanziarie) e soggettivi (licenziamento disciplinare) molto superiori a quelle previste per i lavoratori privati.
      La spiegazione di questo con l’idea che si scambia maggiore stabilità nel lavoro pubblico con una minore retribuzione non è convincente. I dati del Conto annuale del personale elaborati dalla Ragioneria generale dimostrano che la retribuzione media dei lavoratori pubblici nel 2010 è stata di poco superire ai 34.600 euro lordi. Piuttosto in linea con le retribuzioni medie degli altri settori.

  5. Ugo Pellegri

    Per ridurre la spesa dello Stato è necessario una revisione della pesantissima e dannosa burocrazia dello Stato. Ciò se, Bondi seguirà logiche aziendali, comporterà: individuazione di attività inutili, semplificazione delle strutture organizzative, snellimento delle procedure con conseguente individuazione di carenze ed eccedenze di personale e conseguente mobilità dello stesso e, sopratutto, abbattimento di centri di potere tra la dirigenza. Dopo essersi rimangiato quel poco di buono che aveva fatto Brunetta e ridato un potere alle OOSS, interessate al solo mantenimento dello status quo, come potrà Patroni Griffi attuare, se ma si arriverà ad averlo, un progetto serio ed efficace di riduzione della spesa pubblica?

  6. graziano

    Se approvata questa riforma riporta a una contrattazione patologica che non ha fatto bene nè al sindacato( clientele ,favoritismi e quant’altro ) nè alla P.A. (gli effetti sono sotto gli occhi) Sicuramente l’art.19 (valutazione per fasce)del decreto 150 era eccessivo ma tornare, come si auspica da settori di entrambe le parti, a un equalitarismo significa non riformare la P.A. con effetti economici negativi sul sistema Italia. Si deve premiare il merito ponendo però tutti nelle condizioni ottimali per partecipare alla “gara” della vita. Art.18: non applicarlo ai pubblici dipendenti, e lo dico da pubblico dipendente, è un atto che rafforzerà la percezione( ma è solo percezione ?) che il pubblico dipendente sia un privilegiato e non un “Servitore dello Stato”. Il Sindacato poi deve trovare il coraggio di cambiare tornando a educare,c on l’esempio positivo dei propri delegati, gli iscritti e i lavoratori e non pensare solo a fare tessere: solo così ritoverà la fiducia dei cittadini e con essa la funzione sociale che lo ha reso un pilastro della democrazia italiana. distinti saluti

  7. Andrea Garbin

    Già l’idea della controriforma dovrebbe indicare una presunta riforma, che non c’è mai stata perchè quella proposta da Brunetta era solo una boutade politica, un’abile mossa di facciata sulla quale scaricare l’aggressione del cittadino contro i “fannulloni”. La verità è che il sistema di valutazione per fasce era inapplicabile. E’ vero che esiste da sempre una dualità tra lavoro privato e lavoro pubblico, ma ci si è sempre dimenticato che esistono anche condizioni diverse, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dell’intrusione della politica nel merito della valutazione del personale. Intanto le questioni sono profondamente diverse dalla dirigenza al resto del personale e di ciò bisognerebbe tenere conto quando si parla di mobilità e flessibilità. Tutta la dirigenza, salvo rarissime e sporadiche eccezioni è nominata dalla politica, di certo non si vuole colpevolizzare l’appartenenza politica, il fatto è che il criterio è sempre ed unicamente questo. Le colpe dei sindacati sono certe, hanno puntato sempre e solamente alla presunta massificazione economica e al livellamento di carriera, che in realtà hanno lasciato ai soliti noti l’accaparramento di ogni accessorio.

    • La redazione

      Non c’è dubbio che la riforma-Brunetta fosse affetta da molti vizi operativi, non ultimo il modo col quale è stata presentata e propagandata, come una panacea contro la “burocrazia” fatta di dipendenti pubblici necessariamente “fannulloni” e “panzoni”. E certamente meritava e merita dei correttivi, a partire dal sistema di valutazione che opportunamente l’intesa prende di mira.
      Tuttavia, la riforma-Brunetta è stata una vera e propria riforma in almeno due elementi. Il primo, consiste nella riattribuzione alla legge ed ai regolamenti del ruolo di fonte principale di regolamentazione del rapporto di lavoro pubblico, con simmetrico arretramento della contrattazione alle sole materie riguardanti i rapporti economici e le relazioni sindacali. Il secondo, il rafforzamento dei poteri datoriali, in particolare con riferimento agli atti di concreta organizzazione del lavoro.
      Entrambi gli elementi della riforma-Brunetta avevano lo scopo di correggere una stortura propria del lavoro pubblico, derivante dalla sua “privatizzazione”: si tratta della conclamata incapacità delle amministrazioni pubbliche di svolgere, nelle contrattazioni aziendali in particolare, un ruolo di reale ed effettiva controparte delle organizzazioni sindacali. Questo perché gli organi politici e sindacati condividono la ricerca del consenso.
      L’intesa, allora, è una vera e propria controriforma, esattamente perché in maniera esplicita vuol tornare ad assegnare al sindacato un coinvolgimento ampio e pieno anche sulle scelte organizzative generali, limitando i poteri datoriali.

  8. Antonio

    Ma quale controriforma? Perchè si parla di controriforma se una riforma vera non c’è mai stata? Quella di Brunetta era solo fumo negli occhi per i cittadini ignari del lavoro dei dipendenti della P.A. Provate ad entrare in un ufficio pubblico. Locali dismessi, fuori norma dal punto di vista della sicurezza, sporchi perchè le gare indette per le pulizie sono sempre al massimo ribasso e con capitolati vergognosi. Perchè si parla di equiparazione pubblico-privato solo quando si tratta di licenziamenti, che tra l’altro esistono anche nel pubblico, e mai ad esempio sulla progressione per svolgimento di mansioni superiori art.2103 C.C. non applicabile ai pubblici dipendenti? I temi da trattare sarebbero tanti, ma invece di parlare di sprechi nella P.A. (vedi non utilizzo dell’open source) si preferisce parlare o straparlare dei soli lavoratori come fannulloni incalliti. Qualcuno mi spieghi la disparità di trattamento per quanto riguarda il T.F.R. con il T.F.S., la non possibilità dell’anticipo dello stesso, il loro diverso calcolo ecc. ecc. Per non parlare delle pensioni delle donne lavoratrici P.A. Saluti

  9. giulio

    Ma…: 1) ci troviamo in Italia; 2) sono 4 milioni di voti, più i milioni di familiari; 3) la PA è contigua alla casta politica (i politici, in quanto tali, non possono che ricoprire le loro cariche all’interno dello Stato, cioè della PA). Secondo voi, potrà mai esistere qualcuno realmente intenzionato a limitare i privilegi della casta degli statali?

  10. Dignity grabbing

    Questa e’ la conferma che siamo un paese di santi, navigatori e furbi. La nostra migliore attitudine e’ quella forma di egoismo estremo; “quando sono a posto io sono a posto anche gli altri”.

  11. raffaele principe

    Che Brunetta sparasse nel mucchio e le sparasse, questo ormai è chiaro a tutti. Che la PA abbisogna di un seria sterzata è altrettanto evidente. Non può più essere più come lo è stato per il passato un canale per calmierare l’occupazione e sostenere la spesa pubblica. Quattro le cose da fare: più responsabilità ai dirigenti e funzionari, aggiungo. Devono rispondere dei risultati in itinere tramite audit seri. Sicuramente i dirigenti e i funzionari responsaibli di servizi. Flessibilità anche in un ambito territoriale. Incarichi a tempo 3-5 anni con un solo rinnovo e poi cambiare posto. L’inamobilità per tutta la vita inaridisce le persone e toglie loro lo stimolo a fare meglio ed ad innovare. Formazione certificata e continua per tutti. Investire seriamente tempo e denaro su ciò, con verifiche fatte da esterni all’ente promotore. Trasparenza degli atti e delle procedure. Chi fa che cosa pubblicato sul web: gare, procedimento amministrativi, incrocio di responsabilità e possibilità di ricorso amministrativo semplificato da parte dei cittadini. Se va bene il responsabile unico del procedimento, l’atto finale va vagliato da un altro funzionario, non necessariamente dello stesso ufficio

  12. andrea

    Le tutele del pubblico impiego andrebbero estese anche ai privati. C’è tanta gente che lavora nel settore pubblico e qualche caso non deve riguardare tutto un comparto. Cosa vogliamo allora? Donne incinta che lavorano, persone con la febbre che vanno a lavorare, datori di lavoro che non pagano contributi? Questo nel pubblico non succede

  13. luca b.

    … invece è solo la realtà che gli offre ottimi spunti: c’è un problema di evasione fiscale, quindi si aumentano le tasse a chi già le paga (statisticamente soprattutto i lavoratori dipendenti) c’e un problema di baby pensionati (soprattutto ex pubblici) e si aumenta l’età pensionabile dei lavoratori (statisticamente soprattutto i lavoratori dipendenti nel settore privato, magari operai che hanno lavorato 34 anni e poi hanno accettato il pre-pensionamento offerto “anche” dal sindacato per “salvare” dal licenziamento lavoratori più giovani) c’è un problema di assenteismo è improduttività nel settore pubblico e quindi si licenziano i dipendenti privati. c’è un problema con le tariffe si immaginano liberalizzazioni addirittura inapplicabili (infatti la maggior parte de distributori sono di proprietà delle compagnie e il premio della RCA non può essere imposto senza violare la libera concorrenza ) e poi comunque si alzano le tasse. Io comunque Maurizio le seguo sempre!

  14. Domenico

    Sono un giovane tirocinante dottore commercialista che sta collaborando con un professionista che lavora per diversi progetti con enti pubblici e, in particolare, comuni. L’unica cosa che posso dire è che è uno schifo. Responsabili di servizio strapagati per fare praticamente nulla, Intere mattinate passate a fare niente perchè per fare il mio lavoro (o meglio quello del mio dominus, sempre a gratis, ovviamente) dipendo da dati che solo loro possono darmi, ma sono decisamente troppo stanchi per darmeli. Stanchi di cosa, decisamente non saprei. Per i 6-7 comuni che ho girato in maniera più approfondita posso sicuramente dire che i comuni, con la metà delle persone potrebbero produrre il doppio, se solo i dipendenti pubblici lavorassero. Certo, il fatto che i computer sono a dir poco antidiluviani e il lassismo dei superiori è qualcosa di scandaloso di certo non aiuta. Ma questo non può e non deve essere una scusante. Non saprei dire quale sia la soluzione, purtroppo, in quanto la dinamica consenso politico e lavoro pubblico è un abbraccio mortale che, purtroppo, a mio avviso ci trascinerà in fondo poichè nessuno ha il reale interesse a risolvere il problema.

  15. Vincent

    Che un ministro che viene da un impiego pubblico possa in qualche modo intaccare i privilegi del sistema che lo nutre sembra alquanto impossibile. Si arriverà come in Grecia dove gli impiegati pubblici si buttano dalla finestra e hanno visto gli stipendi dimezzarsi. Ora hanno cominciato gli imprenditori tutelati purtroppo da nessuno. Quà si sta mantenendo il carro per la discesa.

  16. Davide Colombo

    La libertà di pensiero e analisi critica e’ innegabilmente un valore. Ma giudizi cosi’ perentori prima della lettura del disegno di legge spiazzano e lasciano un po’ di amarezza. E’ certamente materia arida quella della regolazione del lavoro nel settore pubblico, oggetto di manutenzioni ordinarie e straordinarie dai primi anni ’90. Oggi siamo alla vigilia di un provvedimento che prevede un’armonizzazione con la riforma Fornero e cerca di rendere applicabile, con il coinvolgimento dei sindacati e non con la concertazione, forme di premialità selettive MAI prima sperimentate. Perchè non aspettiamo i testi prima di analizzare le ipotesi, perché continuiamo a vivere di luoghi comuni?

  17. Antonio Pandolfi

    Ringraziando l’autore dell’articolo per la riflessione, invito a fare qualche distinguo. Nel privato siamo abituati a separare ruoli e responsabiità: da un lato coloro che controllano i capitali, che invece di investirli nella produzione di beni e servizi alimentano i mercati finanziari e fanno lì i loro guadagni; dall’altro lavoratori (dipendenti, anzitutto) che subiscono gli effetti negativi non delle loro cattive performance bensì delle scelte altrui. E nel pubblico ? Perché nel dibattito non si opera in modo analogo, separando i burocrati più vicini alla politica dal resto dei lavoratori? Forse sarebbe utile riconoscere che tra l’addetta al protocollo ed il Direttore generale non c’è comunanza di interessi, per poter cogliere meglio il significato di quel che sta avvenendo. E concordo, in particolare, con la valutazione che la controriforma in questione non è di certo un modo per favorire solidarietà e coesione tra (lavoratori) pubblici e privati.

  18. Salvatore Rapisarda

    Poichè sono un dipendente pubblico inefficiente chiedo che il mio salario sia ridotto-ricondotto in termini reali (oggi è di circa 1.700) alle 900 euro reali unmilioneeottocentomilalire che percepivo 15 anni fa all’inizio della mia carriera. Credo che molti aderirebbero alla mia proposta, ma se è così capiamo che gli aumenti salariali non sono stato altro che un trasferimento dal pubblico al privato (rectius un certo privato). .Gli stati come la Gran Bretagna che offrono servizi tramite i privati sono più indebitati di noi, vi è solo una diversa allocazione del debito (più privato e meno pubblico), ma la loro condizione complessiva dimostra che il privato può essere più inefficiente del pubblico (che non può esimersi di essere più efficiente ma non con la proposte di Brunetta). Domanda: Quando abbandoneremo il luogocomunismo e la vuota propaganda per affrontare il problema fondamentale dell’efficienza del privato.

  19. Nicola

    La Riforma Brunetta era solo uno stratagemma per creare nell opinione pubblica l’idea che tutti i dipendenti pubblici sono dei fannulloni, in tal modo il Governo si sentiva autorizzato a tagliare a raso su tutta la parte pubblica risparmiando milioni di euro. In Italia esistono categorie di pubblici dipendenti che lavorano tanto e sottopagati trascinando settori quali sanità, polizia etc., non è giusto generalizzare perchè questi lavoratori meritano rispetto. Certo esiste del marcio ma il marcio è soprattutto nella dirigenza dove la politica ha messo radici. Comunque un apertura della parte pubblica verso i sindacati può essere un modo per arrivare ad una politica fondata più sul reddito in modo da dare più liquidità ai lavoratori, perchè una politica salva banche e basta porterà a una stagnazione dell’ economia tale da rovinare l’Italia. La Germania ha visto bene gli anni passati e ora si ritrova ad avere gli stipendi più alti del mondo e a dettare legge in Europa, forsa la politica tedesca è più da imitare che criticare.

  20. cosimo benini

    L’aspetto più deprimente., ogni qual volta si ripropone questo tormentone, è il livello dei commenti: tutto scade sul personale. Lo statale inviperito che schiuma rabbia, il dipendente privato/lavoratore autonomo che sputa veleno. Di quel che è effettivamente successo in questi anni e che passa sotto il nome di “riforma Brunetta”, non parla nessuno: i fatti sono noiosi, le liti avvincenti. Quel tentativo si basava sulla introduzione del concetto di trasparenza e responsabilità verso gli utenti, attraverso una pubblicizzazione dell’iter di raccolta e di valutazione dei risultati, un iter che doveva essere standardizzato. L’idea era quella di attrarre le amministrazioni meno meritevoli verso le migliori pratiche di quelle più meritevoli attraverso il confronto pubblico dei risultati costruiti in modo da essere paragonabili. La riforma, di per sé, era neutrale rispetto alla dicotomia fra stato sociale e stato liberale, poiché alti livelli di efficienza del settore pubblico si rilevano in entrambi i modelli diversi solo per l’incidenza della sul carico fiscale e sul perimetro dei servizi offerti dal settore pubblico.

  21. Marco Guardabassi

    La riforma Brunetta aveva il grande merito di mettere in chiaro pochi concetti che sarebbero mere ovvietà in un paese normale, ma che appaiono rivoluzionari nel nostro pubblico impiego (empietà del tipo “se fai la spesa mentre sei pagato per lavorare meriti il licenziamento”). E’ folle pensare di gettar via tutto, valutazione e misurazione della performance comprese, solo per l’incapacità di correggere alcune falle (es., le “gabbie” o fasce nella valutazione). Proprio mentre si parla di spending review e di rischio default, non ce lo possiamo permettere…ma nel paese del benaltrismo (“io non sono contro la valutazione, però deve essere fatta con ben altri criteri”) tutto è possibile. Salvo che quando cadremo tutti giù per terra i vari difensori dei nulla o poco-facenti (“per 1000 euro, che pretendi?”) e i pasdaran degli emolumenti a pioggia, saranno sicuramente i primi a chiamarsi fuori dalle responsabilità. Compresi, purtroppo, tanti miei colleghi dirigent.

  22. Andrea Chiari

    I dipendenti pubblici possono essere licenziati anche per motivi economici da una dozzina di anni (da sempre per motivi disciplinari). Se viene meno il loro posto di lavoro e non si trova un ente che ti prenda in mobilità ti danno 24 mesi di stipendio all’80% poi a casa. Così se l’ente è in dissesto. Siccome io sono dipendente di una Provincia e questi enti stanno per essere sciolti o fortemente ridimensionati, mi preoccupo. Quindi invito il sig. Ministro Fornero a piangere di meno e a informarsi di più. In che mani siamo! Detto questo, che è doveroso, va anche ammesso che dal principio all’applicazione c’è di mezzo qualche lega di mare e ci sono state ingiustificate resistenze ai trasferimenti (o meglio, mancava anche un progetto serio per farlo). Per un dipendente pubblico pagato con i soldi dei cittadini la disponibilità alla mobilità deve essere assoluta. Si va dove c’è bisogno. Punto. Posto che qualcuno dica dove …

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